La speranza è un anestetico all’immaginazione

Estratto dal libro “Clamori al vento” di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, edito per Il Saggiatore.

La nostra realtà è non esserci. Proprio per questo facciamo una vita reale, che per altri magari è una vita assurda. Ma non è egoista, non è egocentrica. Le persone non arrivano a capire che chi agisce non è egoista ma è semplicemente lui al centro di tutto: l’egoismo è tutt’altra cosa. Il suppellettile ha un’importanza fondamentale: è l’unità che crea schiavi. L’accessorio è la calamita dei giorni nostri perché è inutile. O è la calamita dei giorni vostri, o se tu vuoi essere dalla parte nostra, dei giorni loro. La speranza è un sentimento spudoratamente cattolico, l’hanno inventata per scongiurare l’ambizione. La speranza sottintende che in questo momento si può anche non fare perché c’è qualcosa che manderà in meglio il peggio. La speranza è un anestetico inventato per calmare le ansie del presente. Anche noi diciamo «speriamo», ma utilizziamo il termine come intercalare. Noi non speriamo in niente. Tutto può andare meglio, non una cosa soltanto. Che sia una speranza integrale: tutto deve andare bene, non solo i cazzi propri. Non ci sono supporti. Nulla può sorreggerti. Non m’immagino sorretta o immobile perché per ora è il movimento il mio bastone. Inconsciamente ci siamo appoggiati, ci siamo commossi nel vedere com’eravamo quando la nostra arroganza poggiava sul nulla, quando non avevamo ancora fatto niente. Adesso la spavalderia, questa baldanza, si regge su venticinque anni di attività. Allora eravamo come oggi, così spavaldi ma più puri perché basavamo l’insolenza sull’ipotesi; è stato un puntello, il randello della nostra inesperienza, la ramazza del tempo: quando il tempo passa e fai le cose, ti accorgi che quello che senti è reale. Il tempo è un mezzo, non una calamità come nell’immaginario comune che ci vuole sempre giovani. È una mentalità sbagliata perché è il tempo che ti dà altre idee, una sorta di pertica della conoscenza, non indipendente. Il tempo si rinnova e noi ci rinnoviamo. La difficoltà di adesso è fare cose già fatte, perché ci sembra di essere già stati in tutte le posizioni che lo spazio consente. La fantasia stupisce perché l’essere umano non è biologicamente abituato a essere meravigliato: sapere che una persona ti stupirà porta quella persona a essere prevedibile. Non siamo fatti biologicamente per lo sbalordimento. Una persona che ti ha stupito sai già che la prossima volta potrà sorprenderti ancora, e questo la rende scontata perché crea non più stupore ma prevedibilità attraverso la sorpresa. Secondo questo paradosso, noi siamo due persone molto prevedibili. Non avere la pazienza di aspettare la meraviglia è un comportamento tipico del potente che vuole gli altri simili a come se li immagina. La fantasia si muove continuamente, miscela e frammenta. Le visioni si materializzano, hanno continuità, diventano realtà. La fantasia può essere tangibile ma non è un’ideologia, è una dimensione, diventa banale quasi sempre per problemi di censura; siamo oppressi da film, opere teatrali noiose, imposte dagli esperti ad autori compiacenti. Siamo circondati da perone che bramano che ognuno sia uguale a come lo si vorrebbe.

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