di Andrea Colamedici

Sento sempre più spesso parlare di “speciazione”. Una nuova specie umana, più intelligente, più sana, più potente, sta nascendo dalle rovine del vecchio mondo. La specie madre da cui si stacca è legata ai vecchi valori, al risentimento, alla rabbia, all’incapacità di sognare e cambiare il circostante. Gli “speciati”, invece, sono forti, lucidi, entusiasti, felici. Loro sapranno accogliere le sfide del futuro, mentre gli altri resteranno ancorati ai vecchi mondi morenti.

E Ogni volta che arriva qualcuno a dirmi che fa parte della “specie nuova”, e che magari ha riconosciuto in me un compagno di trasformazione, so di avere di fronte un esemplare della specie vecchia molto più malandato degli altri: se davvero ci fossero dei nuovi umani non starebbero lì a farsi i complimenti da soli.

Ma a parte questo, io credo che in effetti sia in atto una speciazione, ma dai risvolti opposti a quelli declamati dagli entusiasti sostenitori di quest’idea dalle malcelate tinte suprematiste: con l’avanzamento tecnologico siamo tutti di fronte a un gigantesco bivio esistenziale che fino ad ora abbiamo potuto evitare, e cioè se vivere prendendoci le nostre responsabilità oppure no. Tutto qui, niente di mistico o rivoluzionario. La speciazione non sta consistendo nell’emersione di una nuova specie vitale, forte e creativa, ma nella nascita di una nuova specie di rinunciatari, di individui che in massa hanno scelto di non scegliere più.

La speciazione in atto è quella che sta portando, ad esempio, milioni di persone in Italia a rinunciare per sempre alla propria responsabilità personale, delegandola in toto ai politici, ai media, a internet, ai device. Una specie intera che, di fronte a un’inedita possibilità di conoscere, capire, studiare, ha detto semplicemente “NO”. Quel che resta è la specie madre, fatta di persone che già prima conoscevano, capivano, studiavano, e che grazie alla rivoluzione tecnologica continueranno semplicemente a fare quel che facevano.

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Quindi, ribadiamolo: non c’è nessuna speciazione positiva in atto. Non sta nascendo una nuova specie di supereroi, ma sta piuttosto emergendo sempre più una porzione di umanità disposta a cedere interamente la propria libertà in cambio semplicemente di comfort, intrattenimento e sicurezza. Chi resta saldo nella propria ricerca di libertà non ha meriti: semplicemente, non ha colpe. Oggi sembra molto rispetto a quanti mollano, ma è poco rispetto a quanto c’è da fare. Non c’è nessuna èlite di changers: stiamo lottando per essere gli stessi di sempre, mentre una parte di noi sta accettando di delegare ogni responsabilità. Scriveva Konrad Lorenz che “È molto probabile che una tappa decisiva nel misterioso processo dell’evoluzione dell’uomo sia rappresentata dal giorno in cui un essere, che stava esplorando con curiosità il suo ambiente, fermò la sua attenzione su sé stesso“. Di conseguenza, smettere di portare la propria attenzione su se stessi (nel senso di mettersi in dubbio, di osservarsi, di domandarsi perché), per molti, sta significando semplicemente smettere di evolvere.

E, in fondo, va bene così.

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