La scuola italiana è buona o cattiva?

Il testo che segue è la prefazione integrale di Maura Gancitano al saggio La cattiva scuola di Stefania Auci e Francesca Maccani (Edizioni Tlon).

Criticare la scuola pubblica italiana è come sparare sulla Croce Rossa: il bersaglio è facile da colpire e non può difendersi, ma soprattutto chi lo attacca fa del male anche a sé stesso, e il più delle volte non se ne rende conto. Se è vero, infatti, che la scuola pubblica è un’istituzione piena di difetti, obsoleta, lenta e incapace di tenere il passo con una società sempre più veloce e produttiva, occorre ricordarsi che il diritto allo studio è una delle precondizioni della democrazia, e dunque una garanzia per chiunque desideri vivere in un Paese sano.

Piero Calamandrei parlava della scuola pubblica come di un “organo costituzionale”, cioè un luogo in cui le idee della Costituzione possano prendere vita, in cui ci si possa sentire cittadini, dunque uguali, e a cui «si deve guardare come al luogo del sapere libero e disinteressato, che è la forma del sapere che costruisce il cittadino», come scriveva Stefano Rodotà.

Oggi assistiamo, al contrario, al tentativo di far assomigliare sempre di più la scuola pubblica a un’azienda che deve guardare al fatturato, tagliare le spese superflue, sottoporre a test e valutazioni continue sia chi somministra il sapere sia chi ne fruisce, dimenticando che il rapporto tra insegnante e allievo non può essere ridotto a uno scambio di merci.

Del resto, il processo che si sta delineando in Italia attraverso una serie di riforme della scuola – l’ultima è quella del 2015, la cosiddetta Buona Scuola – imita un modello che negli Stati Uniti si sta imponendo da moltissimi anni e che ha portato alla progressiva sparizione di materie come educazione musicale, storia dell’arte e narrativa dai programmi ministeriali. Perché non servono, perché non si prestano a test a risposta multipla, perché non creano lavoratori migliori. In La Repubblica dell’Immaginazione, la scrittrice iraniana Azar Nafisi scrive:

Non ci deve essere interazione fra il lettore e il testo o fra il testo e il suo contesto. Gli studenti devono solo raccogliere “evidenze” oggettive, e ogni interpretazione soggettiva è malvista. C’è dunque da stupirsi se la narrativa – che trabocca proprio di quelle domande senza risposta che ci si presentano nella vita – è l’ultima ruota del carro? Pensiamo ai metodi di insegnamento raccomandati in questo “modello”. In una classe media, tutti gli studenti arriverebbero alla stessa conclusione dopo aver letto il discorso di Gettysburg? L’evidenza li orienterebbe tutti nella stessa direzione? Non siamo di fronte a un complotto ordito dai politici, dai miliardari o dalla Camera di Commercio, come alcuni critici hanno velatamente lasciato intendere, ma a qualcosa di molto più subdolo e difficile da affrontare: il prodotto di una mentalità pericolosa, di una visione che con le migliori intenzioni mira a dare un contributo positivo, come tutti noi. […] Il senatore repubblicano dell’Alabama Jefferson Beauregard Sessions III ha scritto una lettera all’allora presidente in carica dell’Ente nazionale delle discipline umanistiche, Carole Watson, e le ha chiesto perché stesse spendendo denaro per progetti senza valore che ha elencato come segue:

Qual è il significato della vita? ($ 24.953) Perché ci interessa il passato? ($ 24.803)
Che cos’è una vita felice e come la si vive? ($ 25.000) Perché le persone cattive sono cattive? ($ 23.390) Che cos’è la fede? ($ 24.562)
Che cos’è un mostro? ($ 24.999)
Perché gli esseri umani scrivono? ($ 24.774)

Nel frattempo, il governatore repubblicano della Florida, Rick Scott, ha informato gli elettori che invece di buttare soldi nelle discipline umanistiche lui vuole “spendere i nostri dollari per dare alla popolazione laureati in Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica, in modo che trovino lavoro, quando escono da scuola.

Da dove nasce questo modello? Per Nafisi non si tratta tanto di un complotto ordito dalle multinazionali, quanto di un’idea che sta iniziando a diffondersi nel mondo occidentale, anche nell’opinione pubblica, ma che è pericolosissima. Non possiamo valutare un insegnante come valuteremmo il servizio clienti di una compagnia telefonica o vedere l’offerta formativa solo come un capitale spendibile nel mondo del lavoro.

Eppure l’idea serpeggia e si pone in piena rottura con la tradizione occidentale, che ha sempre rispettato l’autorevolezza di precettori e maestri. L’educazione non era vista come un indottrinamento, ma come la completa formazione dell’individuo, e all’insegnante andava assicurata ampia libertà di azione nei confronti degli allievi.

Nella società in cui viviamo, al contrario, ciò che conta è sempre di più la performance di successo: l’educazione sta diventando dunque una somma di informazioni, un’addizione di competenze sviluppate secondo criteri misurabili. L’insegnante deve trasmettere ciò che conosce e migliorare le prestazioni degli allievi; tutto il resto è qualcosa per cui non è stato pagato, e che quindi non deve compiere. Negli ultimi anni sono in grande crescita le cause intentate dai genitori nei confronti degli insegnanti, le mozioni e le petizioni contro proposte culturali autonome da parte di istituti o singoli docenti. Si tratta di un modello scolastico che intende formare individui standardizzati, ossessionati dalla valutazione numerica, dalla riduzione della complessità del processo di apprendimento in una cifra asettica e inconfutabile e nel mero passaggio di nozioni.

Nella società della performance la scuola deve somministrare informazioni su discipline specifiche (matematica, scienze, italiano, storia), non educare alle relazioni, al rispetto della legalità, delle differenze di genere e di ogni diversità. Ogni proposta che vada nella direzione di una formazione totale dell’individuo – non religiosa o ideologica, ma liberale e inclusiva – può essere bloccata da una manciata di rifome, e quasi sempre questo accade. Il genitore può valutare ogni performance dell’insegnante, persino il modo in cui l’insegnante ha valutato il figlio. Se ritiene che la performance della valutazione da parte dell’insegnante sul proprio figlio non sia stata trasparente, può fare ricorso.

Una condizione simile, che all’apparenza sancisce un livello inedito di libertà personale, a ben vedere impoverisce il terreno educativo e lega le mani agli insegnanti mossi da un’autentica vocazione. Cosa diventa il loro lavoro se – durante le ore che passano insieme a studenti che avrebbero bisogno di un’educazione alle emozioni, ai talenti, al pensiero – devono limitarsi alla somministrazione di nozioni? L’insegnante deve offrire una performance senza mai uscire dalle direttive, lo studente deve rispondere con una performance senza mai offrire risposte originali.

E quando sarà il tempo di frequentare l’Università, dovrà scegliere una facoltà che gli dia nel tempo più breve la migliore performance. Se sceglierà di studiare più a lungo, il suo sforzo avrà comunque lo scopo di migliorare la performance. Per quale altro motivo potrebbe farlo, altrimenti? Lo spazio dell’originalità e dell’immaginazione gli verrà concesso solo dopo che si sarà piegato alla legge della prestazione, altrimenti rischierà di finire a fare un McJob – cioè un lavoro di bassa manovalanza che non richiede competenze specifiche e rende sostituibili, quindi precari.

Se vuoi che il tuo valore venga riconosciuto, devi essere disposto a esporre nel tuo curriculum tutto ciò che possa suscitare interesse e avere valore commerciale. Eppure nella scuola, come nella vita di ciascuno di noi, le cose davvero importanti non possono essere monetizzate, e ciò che un buon insegnante ci passa potrebbe non avere un rapporto diretto con il lavoro che faremo, ma lo avrà di certo con la persona che saremo.

Il libro di Stefania Auci e Francesca Maccani intende ricordare al lettore quanto sia importante l’educazione per il futuro di un Paese, e quanto rischiamo di perdere se inseriamo la logica del prodotto e il calcolo costi/benefici all’interno di un processo così delicato, in cui gli educatori vanno aiutati e non sorvegliati, in cui non può venir meno il patto fiduciario tra allievo e insegnante, tra genitore e scuola. Auci e Maccani affrontano molte questioni sollevate dai decreti sulla Buona Scuola e offrono la loro esperienza personale per darci la possibilità di comprendere la funzione sociale del mestiere dell’insegnante, per svolgere la quale servono preparazione, impegno e soprattutto un’autentica vocazione.

 

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