La Natura ha veramente bisogno di essere salvata dall’uomo?

Il mondo umano, la cosiddetta civiltà, è nella Natura, per quanto le si opponga. Oggi che la vita sul pianeta è seriamente compromessa, salvare la Natura è un imperativo per tutti. Quando si tratta di salvare la Natura lei, la dea selvaggia, la Bellezza gioca un ruolo fondamentale, perché la Natura è bellezza. Senza bellezza, in assenza di poesia, si può solo realizzare una ecologia antropocentrica tesa a salvare la Natura come territorio di conquista e sfruttamento da parte dell’uomo. Ma la Natura vuole essere salvata a queste condizioni? Quelle schiere e moltitudini di specie viventi che con velocità strabiliante stanno scomparendo sul pianeta non vogliono forse mostrarci qualcosa? Ci sono cose che non si possono vedere fino a che ci si ostina a guardare con gli occhi della mente. La mente umana, tesa nei suoi sforzi di calcolo, è lo strumento che vuole avere il controllo sulla Natura e che, a tal fine, la rende un oggetto materiale, privandola dell’anima. La Natura vuole essere salvata nei modi della mente? E soprattutto: la Natura ha veramente bisogno di essere salvata dall’uomo? La Natura parla per immagini. Forse è giunto il momento di chiederci cosa significhi l’immagine di questa moltitudine di meravigliose specie viventi che scompaiono. Forse la Natura ci sta invitando a guardare nella direzione nella quale esse sono incamminate, che è la morte, il mondo infero, il regno dell’invisibilità. Si tratta di una dimensione dalla quale l’umanità è in fuga. I culti della morte, degli avi, dei sogni, degli spiriti, di tutto ciò che è invisibile, sono scomparsi nella nostra cultura. La nostra è una cultura in fuga dall’ombra, dalla vecchiaia, dalla morte, ma cosa veramente sia questa ombra è una conoscenza che si è perduta. All’opposto abbiamo esempi di culture, come quella egizia o maya, per esempio, che erano incentrate sui culti della morte. Forse la Natura ci vuole invitare a ritrovare un equilibrio tra gli opposti, una armonia che, quando è stabilita ed espressa, è manifestazione pura della bellezza. La Natura vuole forse che l’uomo torni a misurarsi con l’invisibilità, a recuperare il senso del mistero, il valore dell’ombra e che ristabilisca l’equilibrio tra vita e morte e tra tutti gli opposti restaurando il regno della bellezza? Forse possiamo cogliere nell’emergenza ecologica che ci troviamo a fronteggiare un grande insegnamento. Forse la Natura potrebbe ancora essere Maestra, Grande Madre per l’uomo, se solo egli rinunciasse all’illusione del potere, al bisogno di esercitare un controllo sul corpo, sulla vita ed accettasse piuttosto di essere l’amante del corpo e della Natura, unito a essi da un vincolo indissolubile, di gioia, di estasi, di complicità e di conoscenza. La vera conoscenza non è espressione del controllo, ma dell’amore. Darsi all’amore è la massima espressione della bellezza Naturale. La Natura è bellezza poiché è il darsi incessante e continuo che porta ogni forma vivente a creare oltre se stessa. Tutto in Natura si dà, al punto che, si dice, un uomo non possa bagnarsi due volte nello stesso fiume: tutto in Natura è impermanenza e vacuità. La Natura intesa come oggetto materiale e consequenziale è una invenzione della mente umana ai fini della governabilità, della prevedibilità, della misurabilità. Un’invenzione che fa soffrire molto. Perché l’uomo finisce per imprigionarsi in quella materia solida e permanente, che ubbidisce a leggi di causa ed effetto, che egli stesso si è inventato. Bisogna riportare l’invisibile nella Natura, bisogna riportare il Padre nel corpo della Madre, riunire gli amanti divini. Togliere dio da quel cielo lontano nel quale i grandi imperi religiosi e laici della storia lo hanno collocato al fine di rende gli individui governabili. Restituire alla Natura il suo spirito e ad ogni uomo il proprio dio, unico, esclusivo, intimo, segreto: un amante carnale, viscerale, estatico. Così che ogni uomo possa veramente essere unico e non un automa mosso da una programmazione inconscia realizzata da valori di vantaggi e svantaggio comuni, i quali fanno puramente il gioco di un sistema che è un grande mostro, che si è divorato la bellezza e la felicità degli esseri.

[…] Il racconto di un mito è una storia capace di operare un risveglio a più livelli e in molti sensi, perché il mito è la struttura stessa della Natura, che è bellezza. […] Se la Natura è bellezza, il suo linguaggio è poetico. La bellezza è poiesi, creazione dell’anima. La bellezza, l’abbiamo visto, non ha un opposto in Natura. Essa è un’esperienza universale di emozione, di pathos, di turbamento, in questo senso è anima ed è poesia. Anima è la capacità stessa di emozionarsi, di innamorarsi. Si dice che qualcosa – un albero, un fiore, un delfino, un paesaggio – abbia un’anima in quanto appare in grado di emozionarsi e di emozionare. Questo innamorarsi dell’anima è desiderio, sogno, che si esprime in immagini. Il famoso psicoanalista James Hillman sosteneva che «l’anima è l’atto stesso dell’immaginare». Le immagini dell’anima si ripetono in una danza infinita, questo ha fatto dire a Hillman che «noi non possiamo che fare nel tempo ciò che gli dei fanno nell’eternità». Le emozioni-immagini originarie delle nostre esperienze – che noi ripetiamo in infiniti modi – sono ciò che gli antichi chiamavano dei e che gli psicoanalisti chiamano archetipi. Per esempio la gelosia, la vendetta (chi meglio di Era la può rappresentare) la maternità, la fertilità (Demetra), ecc. Gli dèi, gli archetipi, si raccontano in quel mito che è la nostra esistenza. […] «Chi non sa comandare a se stesso, deve ubbidire agli altri», ci insegna il filosofo Nietzsche. Chi non è più capace di vedere il mito che sta mettendo sulla scena della vita vivendo, chi non è più in grado di dialogare con i propri archetipi, cioè i Nat, gli spiriti, gli idei, o eidola, le idee che popolano la propria vita, deve necessariamente subire le idee degli altri. Se la si comprende a fondo, la perdita del linguaggio del mito ci appare in tutta la sua gravità. Con la morte dei Nat e degli dèi, muore la possibilità di essere ispirati, fecondati dalla Natura. Vi è un solo dio, un solo capo, una sola verità che non abita più nella Natura, bensì in un cielo lontano, irraggiungibile in vita. Non ci sono tante verità, ce ne è una sola, sulla quale tutti devono misurare i propri comportamenti. […] Fino a che esistevano i signori della Natura e gli dèi, l’uomo aveva un pensiero poetico, poteva essere ispirato dalla Natura. La Natura non ispira mai la stessa idea due volte, come non fa mai un solo fiore uguale a un altro. All’interno di un medesimo genere, che può essere la violetta, la rosa, il ciclamino, o la pansé, (l’archetipo, la forma originaria) ci sono infinite varianti. Eppure nella estrema libertà Naturale vi è un ordine, una armonia poetica straordinaria. L’uomo soffre perché è costretto ad aderire a verità che non sono Naturali, è costretto a lottare per obiettivi che non sono i suoi, e a lavorare per realizzare il sogno di qualcuno altro: un leader, un capo, un dio che vive in un cielo lontano. Questo è il grande inganno del pensiero positivo. La Natura non ha un pensiero positivo, il positivo sottintende sempre un negativo, la Natura non è duale. Inoltre il positivo è sempre il positivo di qualcun altro. Bisogna ritornare alla Natura, la quale ha una coscienza poetica e non duale.


Selene Calloni Williams

Thonban Hla

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