di Maura Gancitano

In un tribunale vengono ascoltati tutti i testimoni e le parti in causa, le sentenze si basano su norme deliberate dall’organo legislativo e corroborate dalla giurisprudenza, c’è spazio per il discernimento del giudice e per la complessità dei casi in esame. Nella rete no: la rete è impietosa, è l’anticamera del linciaggio pubblico.

Qualunque cosa tu abbia fatto, quando sei sotto processo i tuoi diritti umani sono comunque tutelati. Quando è la rete – cioè uno sciame indistinto e anonimo – a giudicarti, al contrario, non hai più alcun diritto, e la condanna è immediata e globale: non puoi voltare pagina, ricostruirti una vita, andare avanti. La risposta della rete arriva subito, e quasi sempre è negativa e insindacabile.

Ciascuno di noi può essere una vittima e un carnefice, e non è realmente possibile tracciare un identikit di chi insulta sul web. Bisogna continuare a domandarsi, però, perché accade. In I giustizieri della rete, il reportage con cui ha cercato di indagare le intrecciate maglie della gogna online, il giornalista britannico Jon Ronson non ha puntato il dito contro una piccola percentuale di ultras, ma ha ammesso che questo desiderio – quello che James Hillman, se fosse vivo oggi, forse definirebbe “un terribile amore per la guerra” – riguardava lui stesso:

«Dopo un po’ non ci limitavamo più a passare in rassegna i profili in cerca di eventuali trasgressioni: ci bastavano anche solo frasi infelici. La furia che si scatenava davanti alla cattiveria altrui ci stava consumando, e la rabbia che impazzava era comunque troppo sproporzionata rispetto a una stupidata detta da una qualsiasi celebrità. Non era satira né giornalismo né critica: sembrava più una punizione. In effetti ci sentivamo quasi persi quando non c’era nessuno contro cui sfogarsi. […] La folla non erano loro, la folla eravamo noi. Senza pensarci facevo la stessa cosa da un anno o poco più: ero scivolato in un nuovo modo di essere. Chi erano le vittime delle mie umiliazioni? Me le ricordavo a fatica. Avevo solo una vaghissima memoria delle persone contro cui mi ero scagliato e delle “cose terribili” che avevano fatto per meritarselo»

Ecco cosa afferma Ronson a proposito di Sam Biddle, un giornalista responsabile di aver scatenato il massacro contro Justine Sacco, una pubblicitaria di New York che aveva pubblicato un tweet ritenuto razzista e che per questo aveva perso amici, lavoro e vita sociale: «Si comportava come tutti quelli che partecipano a un linciaggio di massa online. Nessuno vuole davvero sapere, nessuno vuole rovinare quella piacevole sensazione – follia collettiva o dio sa cos’altro – pensando che ha un costo».

Le persone prese di mira dalle shitstorm vengono disumanizzate: non c’è empatia, non c’è compassione, si continua a ferire a oltranza, e talvolta non si sa bene neppure quale sia stata la ragione scatenante. «Credo che non ci sia da sorprendersi se proviamo l’esigenza di disumanizzare le persone che feriamo, prima, durante o dopo averle colpite. In psicologia è un fenomeno noto come dissonanza cognitiva: si tratta del principio secondo cui è doloroso e stressante mantenere nello stesso momento due idee in contraddizione (come l’idea che siamo persone gentili e l’idea che abbiamo appena distrutto qualcuno)», ha scritto Ronson.

Oggi è possibile distruggere la reputazione di una persona in pochi minuti, rovinandole per sempre la vita. Basti pensare ad Alfredo Mascheroni, barista di Collecchio, vittima di una bufala circolata su Facebook nel maggio 2017 nella quale veniva bollato come pedofilo. “Ciao per favore segnali questo profilo? È un bastardo che manda foto nude a tutti, è pedofilo, dimmi se lo fai” era scritto nel post condiviso da più di ventimila persone in un giorno solo. Mascheroni ha subito un’umiliazione mediatica e fisica totalmente gratuita, culminata in scritte ingiuriose sulle vetrine del suo bar, con cui il “pedofilo di merda” veniva invitato a crepare. Nessuna di queste accuse era vera, ma la rete non ha ascoltato le repliche, forse perché quando le repliche sono arrivate era già intenta a divorare la vittima successiva.

Il tempo che passiamo sul web non è più marginale e ha sempre più influenza sul mondo reale. È per questo che le lapidazioni online sono da valutare in tutta la loro violenza, senza ridimensionarle o dire “è solo un commento, si fa per scherzare”. Ecco perché in queste settimane abbiamo posto l’attenzione su ciò che succede intorno a Laura Boldrini e Sesso, droga e pastorizia: non per difendere o denigrare a priori qualcuno, ma perché questi comportamenti dicono molto sullo stato sociale e culturale del nostro Paese. Perché pensiamo che non si possano comprendere la filosofia e la spiritualità se si è incapaci di convivenza civile offline e online.

VIVERE DOPO LA LAPIDAZIONE

La rete è lapidaria: la pena o il premio vengono comminati immediatamente, istintivamente e per acclamazione e in cui ogni performance può diventare oggetto di polemica. Le nostre opinioni si basano sempre di più sulla razionalità digitale, che è veloce e forma giudizi e valutazioni semplificate, attribuendo voti a ogni accadimento, a ogni merce, a ogni persona. In questo modo si pone a distanza dalla razionalità discorsiva, cioè dalla capacità di costruire dialoghi articolati in grado di tenere presente la complessità dell’individuo.

La gogna pubblica nella sua versione virtuale ha distrutto migliaia di vite in una manciata di anni. Pochi riescono a ricostruirsi una reputazione dopo una valanga di insulti, di improperi o dopo essersi coperti di ridicolo, ma qualcuno ci riesce. La ragione è presto detta: chi non soccombe alla gogna è chi non si identifica totalmente con il proprio progetto ma coltiva un’identità che lo supera. In alcuni casi si riesce ad andare avanti anche quando le shitstorm sono quotidiane, ma non si può in alcun modo dire che sia responsabilità della vittima il non riuscire a sostenere il peso della tempesta di sterco.

Mike Daisey, un “linciato” che è riuscito a sopravvivere alla gogna, ha scritto: «Il modo in cui costruiamo la nostra coscienza consiste nel raccontare a noi stessi la storia di noi stessi, la storia di chi crediamo di essere. Ritengo che la vera vergogna o una pubblica umiliazione siano un conflitto tra la persona che cerca di scrivere la propria storia e la società che tenta di scriverne una diversa per quella stessa persona. Una versione cerca di scalzare l’altra. Così per sopravvivere devi essere padrone della tua storia. Oppure… oppure scrivi una terza storia. Reagisci alla versione che ti è stata cucita addosso. Devi trovare un modo per negare l’altra versione. Perché se finisci per crederci, ti stritola».

Non ha colpa chi non riesce a farlo, perché tenere salda la propria immagine di sé in momenti di estrema esposizione social è sempre più difficile: è molto più facile vederla sgretolarsi in un momento, convincersi insieme agli altri di essere solo quel video, quella scelta sbagliata, quel momento di imbarazzo. E se una persona con una posizione di potere è allenata a farlo, il linciaggio è ancora più violento quando tocca qualcuno che ha compiuto un errore che potremmo compiere tutti, e che suo malgrado si è trasformato da sconosciuto a famosissimo. Come nel caso della mamma della bimba morta in macchina ad Arezzo lo scorso giugno, di cui è stato reso pubblico il nome e che è stata investita per giorni dall’odio e dalla colpevolizzazione della rete sulla sua bacheca Facebook.

È urgente fare i conti con il modo in cui ci comportiamo in rete, per questo credo che serva a poco inasprire le pene se contemporaneamente non si interviene a livello educativo, soprattutto con le persone più giovani che non hanno vissuto l’avvento dei social network. Riconoscere il proprio desiderio di aggredire, non perdere la compassione, non confondere l’azione con la persona, non farsi strumentalizzare da chi sta usando le shitstorm a proprio vantaggio, per raccogliere consenso, non identificarsi con il proprio profilo online: l’impegno di chi desidera restare in rete in modo ragionevole non può più prescindere da queste istanze.

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