La differenza tra l’Impero romano e i greci

Durante l’appuntamento della rassegna “Latinorum” all’interno di “Carboneide 2016 – La Popsophia del mondo classico” Salvatore Patriarca e Cesare Catà hanno discusso riguardo i miti che definiscono l’identità della civiltà romana mettendoli a paragone con quelli greci. Eccovi un estratto dell’incontro.

Salvatore Patriarca: Una scena importante che abbiamo appena visto nella clip è la legge della partecipazione al trono di spade. Quando Cersei Lanister dice a Eddard Stark di aver sbagliato a non essersi fatto re, lui gli risponde di aver fatto molti altri errori e Cersei ribadisce che quando si gioca al trono di spade o si vince o si muore, non c’è via di mezzo. I romani questa cosa l’hanno capita bene fin dall’inizio perché lo stato di necessità nel quale si sono trovati a confrontarsi nel corso della loro storia è stato molto pressante. Ci sono stati momenti gravissimi nel corso della storia di Roma che tuttavia ha sempre scelto la via della guerra, della contrapposizione continua e feroce nei confronti dell’altro come regola del suo stesso essere. Verrebbe da citare il cosiddetto concetto del metus hostilis di Sallustio, questa paura del nemico che in qualche modo caratterizzava la Roma potente; ma vorrei fare un ragionamento un po’ più divertente da un punto di vista concettuale che riporti verso il ragionamento del trono di spade. Ci sono due grossi elementi che caratterizzano Roma nella costruzione della sua identità: uno mitico e uno storico; e uno si contrappone all’altro. Quello storico è il famoso episodio del 390 a.C. quando Brenno entra nella città di Roma e chiede un riscatto in oro. Fissata una cifra, lui, non contento, mette la sua spada di ferro sulla bilancia dell’oro dicendo la famosissima frase “Vae victis!”, guai ai vinti. Quella lezione i romani la capiranno benissimo perché quel non essere vinti sarà la regola con la quale percepiranno il loro stare nel mondo e, tuttavia, pochi secoli dopo quando dovranno costruire un’identità di origine del loro potere la ritroveranno in uno sconfitto, Enea che fugge da Troia.
Questo paradosso straordinario e allo stesso tempo ambiguo, da una parte il “vae victis”, che in qualche modo riprende la regola di Lannister, o vinci o muori, non c’è una via di mezzo, e dell’altra la scelta di prendere la propria identità in un perdente che fugge quasi da codardo.

Cesare Catà: Sembra un paradosso ma a livello letterario ha una funzione narratologica molto chiara. Si deve partire da Enea perché ha perduto un’identità e deve rifondarla, esattamente come Roma. Roma non parte da un’identità precisa ma da un’identità che va conquistata da un punto di vista bellico ed eroico. C’è un immagine di Enea molto esplicita proprio nell’istante in cui deve compiere il suo destino in cui conduce il padre Anchise sulle spalle e suo figlio Ascanio per mano. Come a dire che si porta dietro il passato e il futuro innanzi a sé, è in questa condizione nella quale è ancorato da una parte dalla tradizione ma dall’altra c’è un futuro che l’attende. Se fosse un’identità completa, risolta, insomma se Enea non fosse un pellegrino questa immagine non potremmo averla. Dobbiamo averla in quanto Enea cerca il suo destino. Lui abbandona Didone, ritorna a casa per qualcosa che lo trascende, c’è un valore più forte rispetto a quella che è la sua mera singola identità e questo valore è Roma. Vale a dire una possibilità di esistenza, una possibilità di essere umano che non ha a che fare con semplicemente quello che sei ma con quello a cui appartieni. Quindi ti porti dietro una tradizione, ecco l’immagine di Anchise, per creare un nuovo futuro, ecco l’immagine di Ascanio. Qui c’è un legame totale con l’epica più antica greca ma reinterpretata in chiave romana cioè più civica e più politica. Perché anche Omero ci racconta una storia molto simile, Odisseo è un uomo vagante all’interno delle acque. Il mare non è altro che il significante archetipico della perdita di potere da parte di Odisseo che vagando all’interno delle acque cerca di tornare a Itaca che però è un luogo simbolico. Mentre è perduto con i suoi compagni all’interno del Mediterraneo Odisseo, come dirà metaforicamente al ciclope, è nessuno, oudeís, e l’essere nessuno significa che lui non è quello che è perché non è padre, in quanto Telemaco non l’ha mai visto, non è marito perché non è insieme a Penelope e soprattutto non è re perché non sta a Itaca. Il ritornare a casa, il Nostoi greco, implicito nel testo dell’Odissea significa esattamente questo, fondare la sua identità. Ora, questa idea di Nostoi di ritorno i romani la reinterpretano perché ne fanno un fatto non soltanto antropologico, come nel caso della Grecia, ma politico. Il ritorno di Enea significa anche che da quel momento in poi, cioè da quando lui riesce a ridefinire la sua identità personale perduta, ridefinisce anche il senso di una civiltà. Quindi da quel momento in poi Roma esiste, e se esiste Roma, lo dirà anche Virgilio, ha a che fare con l’idea che Roma guidi quel mondo perché ha visto oltre, perché Roma può guidare i popoli, perché le genti hanno a che fare con quell’atto eroico di Enea che ritorna a casa. Da quel momento in poi essere romani significa appartenere a qualcosa di più grande che è una sorta di faro per i popoli della terra.

Salvatore Patriarca: Essere romani significa essere cattolici, nel senso originario del termine, cioè, universali. Il catholicon, e questo è un legame che indica molto chiaramente come questa storia sia capace di reinterpretare e di rinnovare se stessa con la chiesa cattolica, in generale, prima col cristianesimo e poi con la sua evoluzione di chiesa cattolica, sta proprio in questa dimensione qui. In questa capacità di universalismo che ingloba senza annullare l’individualità del singolo.

Cesare Catà: Sì, anche perché c’è un punto fondamentale: dove finiscono i confini di Roma? I confini di Itaca sono molto chiari perché c’è il mare intorno all’isola, e infatti, al di fuori della sua terra Odisseo è nessuno. Ma i confini di Roma non sono chiari nel senso che possono espandersi dall’estremo oriente, quindi dai confini della Turchia, fino a quella che i romani chiamavano Ibernia cioè la terra d’Irlanda, l’estremo occidente. Perché i confini di Roma non sono netti, dipendono dall’atto eroico dei romani che avanzano verso l’ignoto.

Sotto il video completo dell’intervista.

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