Kazuo Ishiguro – Intervista su “Il gigante sepolto”

 Lei ha scelto di affidare gran parte del romanzo a un narratore che comincia schernendosi così: “Non ho alcun desiderio di lasciar intendere che allora il territorio britannico fosse grossomodo questo e niente altro”, oppure: “ Mi dispiace offire questa immagine del nostro paese…”. A chi corrisponde, nella sua immaginazione, questa voce e qual è ruolo che le ha assegnato?

Per molto tempo è stata mia intenzione consegnare a questo narratore un ruolo più significativo di quello che si è poi ridotto a avere, ma ridimensionai la sua presenza perché mi pareva che distraesse troppo il lettore. Tuttavia, avevo chiaro fin dall’inizio che il pubblico al quale si sarebbe rivolto raccontando la storia di Axel e Beatrice era composto da bambini innocenti, morti in conflitti bellici: doveva essere una voce moderna che parla da un ambiente sovrannaturale. E questo voi al quale si rivolge corrisponde, appunto, alle vittime delle guerre scoppiate lungo tutto il corso della nostra storia. Ora che questa voce ha subito tante trasformazioni e il suo protagonismo è stato ridotto, capisco come il suo ruolo non risulti più tanto chiaro. Resta il fatto che mi sono reso conto, via via che avanzavo, di quanto questa voce narrante mi tornasse utile: era una ottima guida per aiutare il lettore a muoversi nello strano mondo che stavo inventando e dunque ho deciso, per motivi molto pratici, che l’avrei mantenuta.

Tuttavia, a due personaggi, quello del barcaiolo che traghetta le coppie di sposi verso una isola misteriosa e quella di ser Galvano, il nipote di re Artù, lei ha consegnato una voce propria, facendoli parlare in prima persona. Come mai questa eccezione per loro due?

Perché volevo ottenere per questi personaggi quell’effetto di intimità che il racconto in terza persona non consente. In passato, i miei romanzi sono stati sempre narrati in prima persona ma qui non volevo che ci fosse un solo protagonista, desideravo mettere in campo tanti punti di vista capaci di restituire tutti gli aspetti che entrano in gioco in una società. A un certo punto, ho sentito l’esigenza di entrare nella testa di Galvano e, per quanto riguarda il traghettatore, sebbene avessi cominciato a descriverne le gesta in terza persona, mi resi conto poi che l’effetto sarebbe stato molto più potente dandogli una voce sua. Dopo avere accompagnato Axel e Beatrice lungo il loro viaggio viene il momento in cui, per apprezzare ciò che sta succedendo, funziona meglio prendere le distanze dalla loro prospettiva e vedere le cose dal punto di vista di altri personaggi. Mi è sembrato che questa strategia narrativa permettesse di ottenere un maggiore impatto emotivo.

Questa non è la prima volta che lei mette i suoi personaggi nelle condizioni di perdere la memoria. Accade a Ryder, il protagonista degli Inconsolabili, e anche al narratore di A village after the dark, il racconto che pubblicò nel 2001 sul New Yorker. Sembra essere un tema che le sta molto a cuore…

Si, è così. In realtà, fin dall’inizio del mio lavoro di romanziere ho avuto uno speciale interesse per il modo in cui la gente ricorda e per come dimentica: ho sempre concepito questo motivo come una chiave attraverso cui arrivare a altro. Sia in Un artista del mondo effimero che in Quel che resta del giorno analizzavo il modo in cui anche la persona più idealista, anche chi è dotato delle migliori intenzioni può a volte contribuire, senza rendersene conto, a azioni nefaste; e da qui sono passato a tentare di capire quanto sia difficile distinguere una buona causa da una che non lo è. Quando si è coinvolti in prima persona è difficile mantenere una prospettiva corretta su quanto sta accadendo e questo si rifletterà poi sulla memoria che di questi fatti si avrà, una memoria che io adopero come una lente in grado di farci vedere quanto è accaduto in modo deformato. In questo ultimo romanzo, evidentemente, l’atto del ricordare ha un ruolo importante, innanzi tutto per quanto riguarda i rapporti tra Axel e Beatrice, che non sanno se il loro matrimonio potrà resistere quando “il riposo della smemoratezza” li abbandonerà. Perciò si domandano se non sia meglio, a volte, dimenticare. Ma è davvero un solido amore quello che si basa su un oblio deliberato? E’ questo il dubbio. Nel romanzo c’è però anche una dimensione di più ampio respiro, una prospettiva sociale: evocando la pace fittizia tra Bretoni e Sassoni intendevo alludere alle pretese di tenere insieme popoli diversi, trascurando il fatto di capire quali fossero i loro rapporti precedenti a questa pace imposta e radicata nell’oblio, che come tale non sapremo mai quanto e se potrà durare.

Quindi lei è d’accordo con Susan Sontag quando diceva che la memoria è fatta di ciò che accettiamo di ricordare, e talvolta – per rendere possibile una riconciliazione – bisogna accordarsi sulla necessità di dimenticare?

Certo che sì. A volte dimenticare è la scelta migliore perché mette fine ai desideri di vendetta e alla violenza che ne consegue, e questo tanto nei rapporti personali che in quelli collettivi: basterebbe pensare alla questione palestinese o, più vicino a casa mia, alla situazione dell’Irlanda. È proprio vero che a volte non può esserci alcun reale progresso finché non si decide di abbandonare al passato qualcosa di doloroso; ma quanto si può andare avanti facendo finta che questo qualcosa non sia mai accaduto? Se il gigante è stato sepolto ma non ucciso, prima poi potrebbe risvegliarsi. Sono stato recentemente in America per discutere di questo mio ultimo romanzo e ho trovato una situazione molto critica per quanto riguarda i rigurgiti di violenza legati alle questioni razziali. C’è chi ha suggerito di estromettere dai testi scolastici molte delle parti che trattano la storia dello schiavismo e delle segregazioni razziali, perché generano troppa rabbia inutile nelle giovani generazioni, soprattutto dell’America latina; ma altri sostengono che, in realtà, tutti i problemi attuali derivano proprio dal fatto che non si sono mai fatti i conti fino in fondo con le questioni relative alla schiavitù. Ci vorrebbe qualcosa come la Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica, fatto sta che torna sempre in ballo l’equilibrio tra ciò che bisogna ricordare e cio che deliberatamente si sceglie di dimenticare.

Riandiamo al romanzo: come mai lei ha deciso di rappresentare il drago-femmina, che tiene in scacco la memoria degli uomini, in una postura così antierorica? La dipinge come una creatura vecchia e floscia, “così emaciata da assomigliare più a una sorta di rettile vermiforme”. Eppure le sorti di Britanni e Sassoni dipendono dal potere del suo fiato…

Beh, effettivamente Querig è un po’ patetica, però questo non vuol dire che in passato non sia stata una figura eroica, forte, imponente. Il suo deperimento è un simbolo dell’enorme sforzo necessario a tenere sepolto ciò che è accaduto di doloroso; del resto, nascondere qualcosa logora profondamente, povero drago, e cercare di sopprimere i ricordi diventa per lei sempre più difficile con il passare del tempo. A un certo punto ser Galvano dice che anche quel poco fiato che resta al drago potrebbe essere sufficiente a non far ricordare più nulla per tutta la vita, e naturalmente c’è chi non è affatto d’accordo sul fatto che questo accada.

Perché, nella sua immaginazione, i monaci dai quali Axel e Beatrice cercano asilo, in realtà proteggono il drago?

Nel romanzo molte figure combattono con il dilemma rappresentato dal tenere o meno in vita il drago: alcuni vorrebbero annientarlo perché sia fatta giustizia dei torti perpetrati in passato, altri vorrebbero lasciare tutto com’è. I monaci sono una rappresentazione dell’estabishment, proteggono gli interessi di chi è arrivato al potere e nascondono i mezzi con cui lo hanno ottenuto. Credono di potere espiare grazie alle penitenze che si infliggono, ma c’è chi li disprezza per questa loro convinzione di potersela cavare chiedendo al loro dio di perdonarli, perché questo coincide con una mancata assunzione di responsabilità. Come accade in tutte le situazioni in cui il potere è stato conquistato con la forza e la pace è stata basata su un imperio, i monaci sono terrorizzati dall’idea di perdere ciò che hanno acquisito, temono la vendetta. Mi piacerebbe, in futuro, ragionare meglio su questa idea cristiana del dio che tutto perdona, perché questo rende meno difficile compiere le azioni più atroci.

All’inizio del loro viaggio Axel e Beatrice incontrano una donna vecchia e cupa, che somiglia a un uccello nero, e ha tanti conigli in braccio, che ucciderà uno a uno. E’ una figura simbolica? A cosa allude?

E’ una donna lasciata indietro, sull’altra sponda del guado, dal marito che l’ha ingannata. Lungo tutto il romanzo ci sono anche altre figure di vedove che vagano in una atmosfera straniata un po’ come fantasmi, sospese tra la vita e la morte. Effettivamente, la scena in cui compare questa donna che lei ricordava è molto importante, perché attraverso la figura di lei viene introdotto un tema fondamentale della trama, quello che ha a che fare con il timore, e al tempo stesso la speranza, che accompagneranno Axel e Beatrice lungo tutto il romanzo: non è la morte quel che temono, ma il fatto che qualche memoria sepolta ritorni a dividerli; e ciò che sperano è di amarsi tanto che neanche la morte li separi quando verranno traghettati dal barcaiolo di là dal guado, su un’isola che possiamo pensare sia l’isola della morte.

Nel suo romanzo precedente, “Non lasciarmi”, lei ha immaginato una fuga nel futuro, mettendo in scena dei cloni allevati per donare i loro organi. Qui, invece, nel “Gigante sepolto”, la fuga è nell’alto medioevo della Gran Bretagna. Si sente più a suo agio evitando di ambientare le sue storie nel presente?

Nelle mie intenzioni, entrambi i libri riguardano il presente, anche se non in apparenza. Ho cominciato a scrivere Il gigante sepolto pensando a quanto è successo in Bosnia e in Ruanda negli anni novanta: proprio ricordando queste popolazioni che vivevano in una pace evidentemente fittizia, e che quasi all’improvviso si sono ritrovate al centro di tremendi conflitti, ho messo in scena la convivenza precaria di Bretoni e Sassoni. Nel caso di Non lasciarmi è vero che la trama sembra proiettata nel futuro ma in realtà siamo in quello che chiamerei “un presente alternativo”, e anche in questo caso mi sono valso della grande libertà del romanziere, della enorme scelta a disposizione tra geografie e tempi storici, per regire a quanto accadeva intorno a me. Il mio è un tentativo di defamiliarizzare cose familiari, per far vedere in modo efficace fatti ai quali ci siamo tanto abituati da non accorgecene più.

 

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