Karl Popper – Il futuro è aperto

Il titolo della nostra odierna conversazione reca: il futuro è aperto. Che cosa intende con questa affascinante espressione e quali sono, se così si può dire, i suoi obiettivi polemici?

L’idea è molto semplice. In ogni momento ci sono cose possibili e cose invece impossibili. L’ambito delle possibilità è stupendamente grande. Per esempio, Gorbaciov può rimanere al potere, come presidente della Russia, diciamo per i prossimi sei anni, ma questo può anche non accadere. Ed esistono molte possibilità del genere e queste possibilità sono del futuro. Le possibilità sono possibilità aperte e il futuro è, pertanto, aperto. Il tuo futuro è aperto, il mio futuro è aperto. Certo, il mio futuro è meno aperto del tuo, poiché io ho 87 anni; tuttavia io faccio ancora le mie scelte e ho ancora, penso, la giusta sensazione che quanto mi capiterà domani dipende in parte da me stesso. Il futuro è aperto e può in parte venir modellato da noi stessi. È infatti una delle mie più radicate convinzioni quella per cui il nostro mondo attuale è davvero molto migliore di qualsiasi altra epoca della storia passata e che tutto questo sia dovuto in misura davvero considerevole ai nostri sforzi. A questa ipotesi si contrappone la concezione deterministica. Essa può venir formulata nella maniera più semplice dicendo: Dio è onnisciente, conosce ogni cosa, e dunque ogni cosa è già stabilita e determinata. Dal momento che Egli sa cosa accadrà domani, è già stabilito che questo o quello, e nient’altro, avrà luogo. Io invece difendo con forza l’idea secondo cui la concezione deterministica è falsa, difendo l’idea che il mondo è aperto, che il futuro è aperto. È ben vero che la concezione deterministica è una concezione molto antica, già discussa al tempo dei Greci, e incentrata sul contrasto fra la potenza degli dei e l’impotenza o la debolezza dell’uomo. Questa deprimente visione venne accantonata con grande sforzo – naturalmente non da tutti – con Lucrezio, che nel suo famoso poema De rerum natura cercò di liberare le menti degli uomini dalla paura degli dei. Ma la dottrina dell’onniscienza divina produsse anche una paura diversa, ovvero la convinzione che il nostro destino sia determinato. Siffatta idea è particolarmente forte nell’islamismo, mentre nella fede cristiana coesistono una visione deterministica – impersonata da Calvino – e una visione incentrata invece sulla libertà dell’uomo – quella di Erasmo. Con l’avvento della scienza moderna si impose poi la teoria fisica newtoniana, in base alla quale si potevano predire con un altissimo grado di precisione i movimenti futuri delle stelle. Questo grande risultato di Newton condusse all’adozione di una concezione scientifica del determinismo. Da un punto di vista filosofico, Kant comprese immediatamente che la teoria newtoniana è una teoria deterministica; allo stesso tempo si rese conto che essa era fatale per noi. Kant capiva che in un mondo deterministico non esiste spazio alcuno per l’azione umana libera e responsabile. E questo contrasto tra l’idea della morale e la concezione di un universo newtoniano deterministico, che Kant fece propria, portò effettivamente ai grandi problemi – in un certo senso insolubili – della sua filosofia, che vede contrapporsi il mondo dei fatti e il mondo morale delle azioni e della responsabilità individuale.

Quarant’anni dopo Kant, Laplace sviluppò la sua teoria rigorosamente deterministica, che postula un’intelligenza simile a quella umana, ma molto più possente, la quale, con l’aiuto della teoria newtoniana, disponendo di tutte le informazioni necessarie, potrebbe predire in anticipo, date le condizioni iniziali, tutte le posizioni e i movimenti delle particelle dell’intero universo. Quali ragioni si possono opporre a questa dottrina?

La dottrina del determinismo scientifico, quale venne sviluppata a partire da Laplace, è, a mio avviso infondata, e ho cercato di dimostrarlo. Ho lavorato intorno a questo problema per molti, molti anni. Me ne occupai per la prima volta nel 1950, con una conferenza all’Università di Princeton dal titolo L’indeterminismo nella fisica dei quanti e nella fisica classica, una conferenza alla quale intervennero – lo ricordo con orgoglio – Albert Einstein e Niels Bohr. In generale si usava contrapporre la fisica classica – determinista – alla teoria fisica quantistica, considerata, come fu sottolineato per la prima volta da Heisenberg, indeterministica. L’intento della mia conferenza era dimostrare che neppure la teoria fisica classica è veramente deterministica. Il cosiddetto determinismo scientifico della teoria classica dovrebbe piuttosto venir chiamato una teoria prima facie deterministica. Essa appare deterministica ad una prima ispezione, ma se l’esame viene condotto più a fondo, allora essa si rivela non scientificamente deterministica: ossia, essa non è tale da permettere di predire per principio il futuro. Da questo punto di vista il grande conflitto fra determinismo del mondo fisico ed esigenze della morale, quale si era delineato nel sistema kantiano, viene a cadere. Per confutare il determinismo della teoria fisica classica ho proposto due tipi di argomenti. Il primo era questo: solo se assumiamo che l’intelligenza super-umana di Laplace sia fuori del mondo, nel senso che non necessiti di alcuna informazione su di esso, solo allora possiamo dire che il mondo sarebbe prevedibile in linea di principio. Se però noi sostituiamo questa super-intelligenza con un computer o un predittore ci accorgiamo che il mondo non è prevedibile in linea di principio. E ciò vale non solo per un mondo aperto, ma anche per un sistema chiuso. Se il mondo non è un sistema chiuso, esso, ovviamente, non è prevedibile, per la semplice ragione che nuovi elementi entrano di continuo in esso, così come ne escono. Ma anche nell’ipotesi di un mondo completamente chiuso dobbiamo escludere che esso sia prevedibile, assumendo che noi in qualche modo dobbiamo interagire con esso per guadagnare le informazioni necessarie e fare le nostre previsioni. Lo si può dimostrare con esperimenti molto semplici. Consideriamo questa stanza. Ora, io cerco di rappresentarla disegnandone una mappa, riportando tutti i corpi in essa presenti sulla mappa. In tal modo costruisco, diciamo così, un modello del mondo, o una mappa del mondo: il mondo è questa stanza. Chiuse le porte, chiuse le finestre, niente può entrare o uscire. Il mondo è chiuso e io cerco ora non di predirlo – cosa che è troppo difficile -, ma unicamente di fissarlo disegnandone una mappa, facendone un modello. Ora, però, nel momento in cui includiamo la mia mappa, che è qui in questa stanza, tra i corpi presenti nella stanza e che devono venir rappresentati nella mappa, ci accorgiamo allora che il mio compito – consistente nel descrivere il mondo – è infinito e che non può mai venir completato. Io non potrò mai conoscere o annotare tutte le cose sul mondo, perché io debbo includere nella mappa di questo mondo anche me stesso e il modo in cui io disegno questo mondo, e devo mettere nella mia rappresentazione un disegno della mappa e quel che è nella mappa. E allorché ho disegnato tutto questo, guardo di nuovo alla mappa e mi rendo conto che essa è incompleta, perché non contiene l’intero quadro: i miei ultimi colpi di pennello non sono contenuti nella mappa, e così io debbo andare avanti, e avanti ancora, e ancora … e mai giungerò alla fine. Questa fu la prima linea argomentativa della mia conferenza. Il secondo tipo di argomenti riguardava più strettamente la teoria newtoniana. Sappiamo che essa offre predizioni esatte per problemi come questi: data la posizione del sole e dati la posizione e la velocità di un pianeta relativamente al sole, in un preciso momento, allora noi possiamo predire il suo movimento futuro attorno al sole con una precisione a piacere per ogni istante di tempo nel futuro. Questo è il cosiddetto problema dei due corpi, che può venir calcolato in maniera soddisfacente all’interno della teoria newtoniana. D’altra parte occorre notare che non c’è nessunissima ragione per credere che otterremmo soluzioni analoghe per un problema di tre o più corpi, o che si possa arrivare a una soluzione generale.

In che termini questa interpretazione, che nega il carattere deterministico della stessa teoria newtoniana, influisce sulla concezione del libero arbitrio e sul problema della libertà morale? Può proporsi, da questo punto di vista, un’opzione nell’antitesi fra determinismo e indeterminismo in sede metafisica?

Per rispondere a questa domanda mi riferisco ancora una volta ad avvenimenti della mia vita. Doveva essere il 1946: il filosofo Alfred Ayer, che divenne in seguito Sir Alfred Ayer, costituì una specie di club filosofico che si riuniva nel suo appartamento in Whitehorse Street, vicino a Piccadilly, a cui partecipavano famosi filosofi, fra i quali Bertrand Russell. Fra le altre cose, si discusse anche il tema del libero arbitrio. Fu posto in particolare il problema della creatività artistica. Dal mio punto di vista, mi chiesi in che modo il determinismo affronterebbe la spiegazione del genio musicale di Mozart. Sarebbe sufficiente che un fisico e un matematico, completamente al di fuori del mondo della musica, avessero sufficienti informazioni sul cervello di Mozart, oltre che su quanto Mozart ha mangiato oggi, per predire che le sue dita metteranno questi e questi altri segni neri su carta bianca e per arrivare essi stessi a scrivere, per quanto completamente ignoranti di musica, la Jupiter-Sinfonie di Mozart. In altre parole, lo sforzo creativo di Mozart non esiste affatto, secondo una visione deterministica. Contano solo le condizioni fisiche degli atomi del cervello di Mozart. Questo problema, sollevato nel club del professor Ayer, trovò una risposta tipicamente filosofica, ovvero: di fronte a una mia scelta, per valutare se essa sia libera o dettata da necessità, occorre che io mi rimetta esattamente nella situazione in cui ho preso la mia decisione, per vedere se agirei esattamente nella stessa maniera in cui agii allora. Questa è la risposta che essi diedero al problema del determinismo. Io sono determinato, dal momento che non avrei altra scelta: se tornassi indietro, esattamente nella stessa situazione, sceglierei esattamente così come ho scelto allora. Questo modo di affrontare il problema non mi piacque. Già parlare di esattezza, e per di più in un ambito come quello psicologico, significa parlare a vanvera. Neppure nel più evoluto dei laboratori è possibile riprodurre esattamente la stessa situazione. Stando così le cose, io non dissi nulla sul caso discusso. Obiettai soltanto: Il vero problema è questo: si tratta di capire se l’attività creativa di Mozart sia predicibile in linea di principio, a patto che si conosca in maniera sufficiente lo stato del mondo, ivi incluso lo stato del cervello di Mozart. Gli altri partecipanti alla discussione mi guardarono, lasciando intendere che non avevo compreso di cosa si stesse parlando. Russell, invece, non profferì parola, fino a quando, dopo una mezzora, venne fuori improvvisamente dicendo: penso che Popper abbia ragione. Quello che pone Popper è il problema del determinismo. Ciò di cui si discute non è se io avrei potuto agire diversamente da come ho agito, dovremmo piuttosto comprendere se è possibile predire l’opera darte. (Sia detto per inciso, sono dell’avviso che Russell fosse l’unico dei filosofi presenti che avesse realmente fatto del lavoro creativo in matematica). Sin dai suoi inizi la vita ha dimostrato di essere creativa. Tutti gli organismi viventi hanno fra loro una singolare somiglianza, hanno tutti lo stesso metodo di riproduzione tramite il DNA, e ciò forse in ragione del fatto che essi procedono dallo stesso organismo originario. Che ci sia stato necessariamente solo un organismo, oppure no, questo è un problema differente. In ogni caso, in un brevissimo periodo di tempo, vediamo nascere infinite forme viventi, molto diverse l’una dall’altra, ma tutte con la stessa struttura del DNA. È così che la vita stessa ha in qualche modo inventato la creatività. E la creatività di Mozart è esattamente una di queste meravigliose cose in cui la vita si è prodotta, qualcosa che non poteva affatto venir previsto prima che la vita iniziasse. Quanto alla seconda parte della domanda, devo precisare che l’attributo metafisico indica, all’interno del mio pensiero, qualcosa di non controllabile in linea di principio. Pertanto, da questo punto di vista, né il determinismo metafisico, né la sua negazione, l’indeterminismo metafisico, sono controllabili, poiché la controllabilità di uno dei due sarebbe sufficiente per renderli controllabili entrambi. Se, poniamo, l’indeterminismo metafisico fosse controllabile e noi potessimo falsificarlo, avremmo con ciò stesso stabilito il determinismo metafisico. In questo senso sarebbe bene cercare di eliminare la questione e ammettere di non conoscere la soluzione metafisica del problema. Personalmente, è ovvio che io credo nell’indeterminismo metafisico. Infatti, non solo io lo ritengo un risultato scientifico, ma inoltre avverto l’indeterminismo come qualcosa di soddisfacente e sono dunque incline a credere in esso. Così, io posso essere un sostenitore dei diritti di verità dell’indeterminismo in sede metafisica. Ma non posso asserire che il determinismo metafisico sia falso, giacché anch’esso, al pari dell’indeterminismo metafisico, è incontrollabile. Io sento che l’indeterminismo, specialmente riferito a noi stessi e al mondo vivente, nella ricchezza delle sue possibilità, sia capace di liberarci da una sorta di angoscia, quel tipo di angoscia che inquietava Kant, in considerazione della sua credenza nella libertà e nella responsabilità e dall’altra parte della sua convinzione che l’universo newtoniano fosse deterministico – una convinzione che secondo me si può dimostrare errata -. Da questo punto di vista Kant potrebbe respirare liberamente, potrebbe restare newtoniano ed essere anche un indeterminista.

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