Karl Otto Apel – La fallibilità del linguaggio secondo Wittgenstein

Estratto di un’intervista realizzata il 24 aprile 1991 a Karl Otto Apel, pubblicata sull’Enciclopedia multimediale delle Scienze Filosofiche.

 

Professor Apel, per quali motivi ha dedicato tanta parte dei Suoi studi e lavori a Wittgenstein e ad Heidegger?

Circa trent’anni or sono ho cominciato ad occuparmi di Wittgenstein e ancor prima di Heidegger. Già allora si poteva prevedere che Wittgenstein ed Heidegger sarebbero stati da annoverare tra i filosofi più importanti di questo secolo, pur essendo, a quel tempo, due figure chiave per ambiti assai diversi della filosofia contemporanea. Wittgenstein rappresentava, infatti, la filosofia analitica, in particolare nei paesi anglosassoni ed in quelli scandinavi, mentre Heidegger rappresentava la svolta ermeneutica della filosofia in Germania, forse anche in Francia e, in generale, nel continente europeo. Allora avevo interesse ad approfondire le relazioni tra questi due filosofi all’insegna del tema del linguaggio. Mi affascinava il fatto che tra schieramenti filosofici così opposti, anzi chiusi reciprocamente in maniera ermetica, vi potessero essere delle convergenze all’insegna della questione del linguaggio. È questa la prospettiva dalla quale, circa trent’anni fa, ho incominciato ad occuparmi di Wittgenstein e Heidegger. È trascorso molto tempo ed oggi, quando lavoro su Heidegger e su Wittgenstein, mi accorgo, da un lato, che il mio giudizio di allora era giusto: questi due pensatori sono forse i filosofi più importanti di questo secolo; dall’altro, che la mia posizione nei loro confronti è diventata critica. Credo, infatti, che sia Wittgenstein che Heidegger abbiano avuto nella filosofia contemporanea conseguenze che possono essere pericolose e con le quali bisogna comunque confrontarsi criticamente.

Professor Apel, quali sono le caratteristiche della riflessione di Wittgenstein sul senso del linguaggio?

Wittgenstein è l’autore ormai classico della filosofia analitica del linguaggio, egli stesso ha scritto che la filosofia è “critica del linguaggio” nella sua opera giovanile, il Tractatus logico-philosophicus, ma questa affermazione è valida anche per il secondo Wittgenstein, autore delle Ricerche filosofiche. Credo, infatti, che sia possibile collegare la prima e la seconda maniera di Wittgenstein sotto il tema della “critica del linguaggio”. Attraverso la critica del linguaggio si cerca di smascherare o di demistificare le domande o le tesi filosofiche insensate. Il sospetto contro quella che altri hanno chiamato “insensatezza”, – ma non è questa la parola usata da Wittgenstein, poiché egli parla piuttosto di “controsenso” – è stato sin dall’inizio il motivo principale della filosofia di Wittgenstein e tale, secondo me, è anche rimasto. C’è una differenza, tuttavia, consistente nel fatto che egli nel Tractatus elabora una concezione del linguaggio diversa da quella che sarà caratteristica della sua seconda maniera. Nel Tractatus, infatti, Wittgenstein scrive che esiste una struttura profonda e ideale di tutti i linguaggi che si mostra portando alla luce la forma logica del linguaggio e del mondo e solo in questo modo sarebbe garantita una rappresentazione dei fatti in grado di escludere ogni controsenso. La filosofia non è una dottrina, afferma Wittgenstein nel Tractatus, bensì un’attività, essa è critica del linguaggio per eliminare il controsenso metafisico, poiché le proposizioni metafisiche non si contentano di fare asserzioni su fatti empirici del mondo, ma avanzano la pretesa di fare asserzioni valide a priori sul mondo in generale, vale a dire sulla forma del mondo, cioè sulla forma della rappresentazione del mondo e dunque sulla sua stessa condizione di possibilità. Il mondo, invece, secondo la prospettiva del Tractatus, è il complesso dei “fatti” che vengono raffigurati dai fatti-segni del linguaggio: la raffigurazione dei fatti del mondo mediante i fatti costituiti dai segni del linguaggio è resa possibile dalla “forma logica” comune, cioè identica per il mondo e per il linguaggio, ma la forma del mondo e del linguaggio non può essa stessa venire raffigurata, e cioè venire rappresentata linguisticamente. La ragione dell'”insensatezza” delle proposizioni su fatti in generale, su stati di cose in generale, in breve sul mondo nel suo complesso, risiede per Wittgenstein proprio nel fatto che esse pretendono di parlare sulla forma logica comune al linguaggio e al mondo. Questa posizione di Wittgenstein nel Tractatus contiene già il vero e proprio motivo fondamentale della sua filosofia successiva: il sospetto d’insensatezza nei confronti di tutte le proposizioni metafisiche. In seguito, però, nella sua seconda maniera, come possiamo leggere nelle Ricerche filosofiche, egli ha gradatamente abbandonato la presupposizione che vi sia una sola logica ideale del linguaggio in favore della concezione di infiniti giochi linguistici, che, come egli dice, sono intrecciati con le forme di vita. Il senso degli enunciati, anziché essere garantito dal rapporto speculare della proposizione con gli stati di cose, è dato, invece, dall’uso effettivo che essi hanno nei determinati ambiti di comportamento in cui si inseriscono. Ne è risultata una filosofia completamente nuova che Wittgenstein ha sviluppato nelle Ricerche filosofiche e che deve essere studiata nel quadro di una svolta pragmatica che è caratteristica per lo sviluppo della filosofia analitica nel nostro secolo.

 

Ludwig Wittgenstein

Professor Apel, nel paragrafo 383 delle “Ricerche filosofiche” di Wittgenstein si legge che i nominalisti commettono l’errore di interpretare tutte le parole come nomi ed in tal modo non descrivono il loro impiego. Questo errore nasce dal fatto di interpretare il problema del “significato” della parola solo secondo lo schema rappresentativo della “designazione”: tutta la tradizione della logica occidentale, che culmina in certo modo nel Tractatus del giovane Wittgenstein, condivide questa concezione del “significato di una parola” come “designazione di qualcosa”. L’ultimo Wittgenstein, nelle Ricerche filosofiche, criticando la sua stessa visione rigida del linguaggio sostenuta nell’opera giovanile, elabora la tesi che il significato degli enunciati è dato dall’uso: alla base del significato ci sono certe regole d’uso delle parole in determinati ambiti di comportamento. Wittgenstein scrive di una connessione tra il linguaggio e la forma umana della vita: quanto è importante, dal Suo punto di vista, la teoria dei “giochi linguistici” formulata nelle “Ricerche filosofiche”?

Il principale interesse di Wittgenstein, che attraversa tutti i periodi della sua vita, è l’interesse nei confronti di una critica del linguaggio. Egli, nella sua seconda maniera, ha perseguito questo interesse partendo da premesse differenti rispetto a quelle del Tractatus, ma in lui rimane costante il sospetto che nella filosofia ci siano problemi insolubili solo perché essi hanno alla base domande che nella vita di ogni giorno, dove il linguaggio funziona, non possono nemmeno sorgere. Anche nel Wittgenstein delle Ricerche filosofiche è rimasto, quindi, il sospetto che le cosiddette domande insolubili, di cui parlava già Kant, poggino su domande insensate e che queste domande insensate siano rese possibili dal fatto che noi non comprendiamo le funzioni del nostro linguaggio. Nella sua seconda maniera, in modo particolare nelle Ricerche filosofiche, egli ha, infatti, cercato di chiarire tutto questo con l’aiuto del concetto dei “giochi linguistici”, la cui novità consisteva nell’intrecciare le regole, cui obbedisce l’uso del linguaggio, con la prassi quotidiana di vita, con le attività e i gesti espressivi, e anche con quella comprensione del mondo che appartiene alla prassi quotidiana. Egli presumeva che nell’uso quotidiano del linguaggio questo intreccio di uso linguistico, attività e interpretazione del mondo garantisse il funzionamento sano del linguaggio, mentre, al contrario, nella filosofia i giochi linguistici non funzionano o funzionano solo in apparenza e per questo producono problemi irrisolvibili. Questa posizione di Wittgenstein deve essere considerata anche tenendo sullo sfondo la sua vita. Noi sappiamo oggi abbastanza chiaramente che questo esser tormentato dai problemi filosofici era per lui una questione di vita o di morte e siamo a conoscenza del fatto che egli era sempre minacciato da pensieri di suicidio: i problemi che la filosofia non può risolvere non erano, quindi, per lui un lusso, ma, al contrario, per Wittgenstein era importante anche esistenzialmente trovare una via d’uscita da questo stato oppressivo della persecuzione dei problemi filosofici. La via d’uscita era per lui appunto la critica del linguaggio, cioè la supposizione che, osservando semplicemente in che modo il linguaggio funziona nella vita quotidiana, ed in che modo esso è intrecciato con la prassi e con la interpretazione del mondo che ne costituisce la base, ci si potrà liberare da tutti i terribili problemi in apparenza insolubili. Egli si è espresso dicendo che in questo modo si poteva placare la malattia – proprio così: “malattia”, intendendo con questa parola la filosofia – e mostrare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia, come recita una delle metafore più famose contenuta nelle Ricerche filosofiche: “Qual è il tuo scopo in filosofia? – Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola”. Anche altre metafore sono significative per capire gli intenti terapeutici della critica del linguaggio secondo Wittgenstein: egli scrive che noi siamo stregati dal linguaggio e che la filosofia ci procura dei bernoccoli in testa facendoci urtare contro i limiti del linguaggio. Tutto ciò è caratteristico di quanto egli soffrisse a causa dei problemi della metafisica tradizionale e della sua speranza di potersene liberare con l’aiuto della critica del linguaggio.

Professor Apel, nelle “Ricerche filosofiche”, la concezione del significato elaborata da Wittgenstein ha per base una accentuazione della dimensione pragmatica del linguaggio. Qual è la peculiarità del pragmatismo di Wittgenstein?

Credo che se si vuole capire la svolta dal primo Wittgenstein del Tractatus al secondo Wittgenstein delle Ricerche filosofiche, che nel frattempo era già stata avviata con la Grammatica Filosofica e con le Osservazioni filosofiche, la si deve vedere nel contesto di una tendenza generale della filosofia analitica del nostro secolo, che è passata da una concezione astratta del linguaggio, con i suoi elementi sintattici e semantici, ad una svolta pragmatica. Questa svolta, il cosiddetto pragmatic turn, è stata compiuta da tutta la filosofia analitica di questo secolo ed è stata sostenuta dal pragmatismo americano, che era di data anteriore – risale, infatti, al XIX secolo – ma che ha continuato a esistere nel nostro secolo come neo-pragmatismo. Ciò che contraddistingue Wittgenstein è l’idea dell’intreccio dei giochi linguistici: l’uso del linguaggio secondo regole è intrecciato con la prassi quotidiana e con quella interpretazione del mondo che, nel contesto della vita quotidiana, è intrecciata con la prassi e con l’uso del linguaggio. In ciò si esprime il particolare pragmatismo di Wittgenstein. La mia posizione attuale mi porta a dire qualcosa di critico riguardo la svolta pragmatica nel senso di Wittgenstein. Mi sono in generale occupato di tutte le versioni del pragmatismo, non solo di Wittgenstein, ma innanzitutto del fondatore del pragmatismo americano, Charles Peirce, ed io ritengo che Wittgenstein e Peirce possono esser visti come antipodi, come possibilità estreme e poli estremi del pragmatismo. In questa contrapposizione, Wittgenstein è colui che tende a vedere solo la prassi quotidiana, solo l’intreccio del linguaggio con l’uso comune del linguaggio e con le usanze della forma di vita convenzionale. Mi è diventato sempre più chiaro che in Wittgenstein non c’è la dimensione controfattuale di principi regolativi quali essi siano. In Wittgenstein manca il riferimento ad idee regolative di un possibile progresso. La questione è, invece, ben diversa in Peirce. In Peirce c’è anche l’intreccio con la prassi, ad esempio nella sua massima pragmatica della chiarificazione del significato, che è diventata caratteristica dell’intero pragmatismo americano, ma in lui è sempre in gioco anche l’idea di esperimenti concettuali. Peirce guarda sempre al futuro ed ha sempre anche una dimensione controfattuale, poiché per lui è sempre importante il progresso nella prassi, forse perché si orientava sulla base del progresso scientifico. Questa impostazione preserva lui e la corrente del pragmatismo che a lui si richiama dal pericolo di dimenticarsi completamente del significato particolare della scienza e anche della filosofia a tutto vantaggio di una assolutizzazione della prassi di vita quotidiana. Wittgenstein, invece, è sempre in pericolo di non vedere l’operato storico della filosofia, che in fondo rende possibile anche la sua stessa filosofia critica, quando rivolge la sua attenzione soltanto alle usanze e alle consuetudini della prassi quotidiana di vita, senza essere in grado di riconoscere i progressi della filosofia critica e dei suoi giochi linguistici. Queste sono oggi le mie riserve nei confronti di questo particolare pragmatismo impersonato da Wittgenstein.

Quali sono, professor Apel, le certezze paradigmatiche del gioco linguistico filosofico?

Credo che ormai si possa dire di sapere abbastanza esattamente che cosa sono queste certezze. Faccio un esempio: anche solo per capire cosa significa controllare qualcosa – falsificare, se possibile, qualcosa – o per capire cosa significa che qualcosa è fallibile o cosa sia il fallibilismo, è necessario presupporre ancora una volta certezze paradigmatiche. Per esempio: che vi è in generale una verità distinta dalla falsità, che vi può essere un discorso in cui, in qualche modo, si può constatare un accordo tra coloro che vi partecipano riguardo alla conferma o alla falsificazione di qualcosa. Tutto questo deve essere presupposto, quindi con altre parole, devono essere presupposti un discorso, una comunità del discorso ed alcune pretese di validità: si deve presupporre che, in linea di principio, si possa arrivare ad una posizione consensuale su ciò che è vero e su ciò che è falso. Tutte queste premesse sono alla base del nostro modo di intendere il fallibilismo e non possono esse stesse essere fallibili: si tratta di premesse pragmatico-trascendentali del gioco linguistico in cui noi possiamo parlare di fallibilità. Perciò il gioco linguistico del fallibilismo ha esso stesso come presupposti certezze infallibili e paradigmatiche. Questo è il modo in cui io faccio uso di questo ultimo libro di Wittgenstein guardando ad una pragmatica trascendentale.

 

Karl Otto Apel

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