Jung – La ricerca del proprio mito

Estratto da un articolo di Maura Gancitano.

«Mi sembrava di vivere in un manicomio costruito da me. Correvo appresso a figure fantastiche: centauri, ninfe, satiri, dèi e dee, quasi fossero dei pazienti e io tentassi di analizzarli. Mi accadeva di leggere un mito greco o africano come se un folle mi stesse esponendo la sua anamnesi».

Tra il 1911 e il 1912 Jung scrisse Trasformazioni e simboli della libido, nel quale distinse tra due modalità opposte di pensiero: il pensare indirizzato, utilizzato dalla scienza e dunque logico e razionale, e il fantasticare, proprio della mitologia, dunque passivo, associativo e immaginifico. Nell’opera, inoltre, postulò l’esistenza all’interno dell’inconscio di uno strato filogenetico, presente in ciascun essere umano, costituito da immagini mitologiche. Tali immagini descrivevano dei miti tipici, corrispondenti allo sviluppo etnopsicologico dei cosiddetti complessi, e le denominò immagini primordiali. Questa ricerca segnò, come Jung stesso ebbe modo di dire durante il discorso tenuto in occasione della fondazione dell’Istituto Carl Gustav Jung a Zurigo nel 1948, la scoperta di ciò che successivamente avrebbe chiamato inconscio collettivo. Non è assurdo pensare che questo lavoro di ricerca – per quanto si collocasse sempre nell’ambito clinico e fosse portato avanti con un pensiero logico e razionale – abbia permesso a Jung di iniziare ad abbandonare le proprie resistenze circa l’uso dell’immaginazione, riconsiderando le proprie idee iniziali. Fino ad allora, infatti, aveva considerato la fantasia «una forma di pensiero del tutto impura, una sorta di rivelazione incestuosa, completamente immorale dal punto di vista intellettuale».6 Pian piano, invece, stava iniziando ad approcciarsi a una serie di studi che lo stavano conducendo verso una direzione che, da lì a poco, gli avrebbe rivelato una fonte primaria da cui poter attingere. Peraltro, anche la sua concezione dei sogni stava cambiando, grazie soprattutto alla ricerca di Alphonse Maeder, il quale sosteneva che le immagini oniriche non rappresentavano semplicemente l’appagamento di un desiderio – come la concezione freudiana, che vedeva il complesso sessuale come centrale, sosteneva – ma una compensazione o un bilanciamento che rispondevano a meccanismi certamente più complessi. In particolare, i sogni potevano costituire il tentativo da parte del soggetto di risolvere i propri conflitti interni, dunque non erano semplicemente uno spazio privato in cui crogiolarsi nel ricordo delle ferite passate, ma l’occasione per sciogliere i complessi e costruire una nuova vita futura. Jung colse questa straordinaria intuizione, e in tal modo iniziò a considerare in maniera nuova ogni fenomeno connesso all’inconscio. Si trattava di un territorio ancora del tutto buio, e chi si occupava di ricerca sulla psiche aveva la straordinaria possibilità di illuminarne almeno una parte. «Lo studio del mito» secondo Shamdasani «aveva rivelato a Jung la mancanza di un suo mito. Pertanto egli si mise alla ricerca del proprio mito, della propria equazione personale». In Simboli della trasformazione, lo stesso Jung scrisse: «Fui indotto a chiedermi con tutta serietà: “Che cos’è il mito che vivi?”. Non trovai risposta a questa domanda, al contrario dovetti confessare a me stesso che in realtà io non vivevo con un mito né nell’ambito di un mito, quanto piuttosto nella nube incerta di possibilità teoriche che cominciavo a riguardare con crescente diffidenza. […] Così, nel modo più naturale, nacque in me il proposito di fare la conoscenza del mio mito e considerai ciò come mio compito precipuo, giacché – mi dicevo – come potevo di fronte ai miei pazienti fare il debito conto del mio fattore personale, della mia equazione personale, pur tanto necessario per la conoscenza degli altri, se io stesso non ne ero consapevole?». Lo psichiatra svizzero aveva, dunque, espresso una necessità realmente inedita per quel tempo, il bisogno tutto umano di vivere la propria mitologia. Il 1912 fu, di conseguenza, un anno ricco di sogni significativi ma molto difficili da interpretare, grazie ai quali Jung iniziò a pensare che l’inconscio non consistesse solo di materiale inerte, ma fosse composto da una materia viva.

Non aveva, però, gli strumenti per venire a capo dei sogni, altamente simbolici, che faceva, e l’impianto freudiano non gli sembrava sufficiente né esaustivo. Non esistevano degli strumenti migliori delle pure, e ancora incerte, tecniche diagnostiche che egli stesso aveva inventato e applicato sui propri pazienti. «Non conoscevo alcuna tecnica che mi permettesse di venire a capo di tale attività; tutto ciò che potevo fare era attendere, continuare a vivere, e osservare le mie fantasie» scrisse qualche anno dopo. Nel 1913 Jung formulò una prima teoria dei tipi psicologici, che si basavano su due movimenti fondamentali della libido, introversione ed estroflessione, caratterizzati rispettivamente dalla tendenza del soggetto a muoversi verso l’esterno o verso l’interno. Nell’ottobre dello stesso anno, ebbe una visione che, come le cronache raccontano, avrebbe cambiato del tutto la sua vita e il suo approccio alla ricerca sulla psiche. Tutti gli studi che aveva portato avanti fino a quel punto, infatti, gli erano serviti per avvicinarsi a ciò che in seguito avrebbe costituito la vera e viva fonte di quelle idee che avrebbero travolto nei decenni a seguire ogni vecchia teoria psicologica. Il lavoro portato avanti per circa tredici anni aveva costituito, infatti, la base teorica grazie alla quale Jung poté interpretare in seguito le proprie straordinarie esperienze. Mentre si recava in treno a Sciaffusa vide chiaramente l’Europa, che gli appariva devastata da un’inondazione. Durante lo stesso tragitto, due settimane più tardi, ebbe di nuova la stessa visione. All’inizio pensò di essere sul punto di impazzire, ma più tardi cominciò a pensare che forse si trovava di fronte a qualcosa di inesplorato, che aveva a che fare con la funzione mitopoietica delle psiche. Prese quindi ad appuntare i propri stati interiori in dei Libri Neri usando un linguaggio letterario anziché scientifico, e senza una direzione precisa. Questo gioco da un lato gli era necessario, ma dall’altro lo spaventava. Scrisse infatti: «Dissi a me stesso: “Che cosa sto facendo? Certamente nulla a che vedere con la scienza. Ma allora cos’è?”. Al che una voce mi disse: “È arte”. Ne fui oltremodo sconcertato, giacché l’idea che quanto stavo scrivendo fosse arte mi era del tutto estranea. Allora pensai: “Forse il mio inconscio sta dando forma a una personalità che non è la mia, ma che cerca di trovare espressione”. Non saprei dire esattamente perché, ma avevo la certezza che la voce che aveva definito la mia scrittura arte proveniva da una donna. […] Replicai con grande enfasi che quel che stavo facendo non era arte, al che sentii una forte resistenza crescere dentro di me. Tuttavia nessun’altra voce si fece sentire e io ripresi a scrivere. Poi arrivò un altro assalto, come il primo: “È arte”. Questa volta la catturai e dissi: “No, non lo è”, ed ebbi la sensazione che ne sarebbe derivata una controversia». All’inizio pensò che la voce fosse quella dell’Anima, intesa nel suo senso primitivo, e iniziò un vero e proprio viaggio di esplorazione attraverso un metodo che aveva molte somiglianze con svariate pratiche di autoinvestigazione. In sostanza, evocava di proposito una fantasia – o tornava in un sogno fatto la notte precedente – in stato di veglia, e iniziava a muoversi su quel palcoscenico aspettando una risposta da parte delle figure che lo avevano di volta in volta sollecitato. Lo scopo era quello di permettere ai contenuti psichici di affiorare in modo spontaneo, di emergere senza resistenze. Si trattava di un tentativo, eppure Jung vi giungeva dopo anni di ricerche psicologiche e mitologiche. All’inizio, forse, le sue intenzioni erano incerte, ma alla fine di luglio la Prima Guerra Mondiale scoppiò, e lo psichiatra comprese che la visione avuta poco meno di un anno prima aveva rappresentato una premonizione precisa di quell’evento: «Non c’era nessuno più felice di me. Adesso ero certo che non avrei avuto nessun episodio schizofrenico. Capii che i sogni e le visioni mi erano venuti dal sottosuolo dell’inconscio collettivo. Non mi restava che approfondire e convalidare questa scoperta. E questo è ciò che cerco di fare da quarant’anni». 11 Questo «confronto con l’inconscio» andò avanti fino al 1930, e grazie a esso Jung sviluppò uno specifico metodo di esplorazione psicologica – detto più tardi immaginazione attiva – finalizzato a consentirgli di andare alla base dei processi interiori, tradurre le emozioni in immagini e cogliere le fantasie che lo sollecitavano dal sottosuolo. In un primo tempo, Jung annotò le proprie fantasie nei Libri Neri, quindi le rielaborò, le ricopiò in scrittura calligrafica e dipinse delle illustrazioni, dando vita a un volume rilegato in pelle rossa recante il titolo Liber Novus, che sarebbe poi passato alla storia come Libro Rosso.

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