James Hillman – Allontanare la morte ci impedisce di vivere

Intervista di Silvia Ronchey a James Hillman.

 

Alla fine di questo secolo, in cui le scelte etiche potrebbero considerarsi più libere, i giovani di cui lei parla sembrano attratti dalla morte. Lo vediamo nelle folli corse in macchina all’uscita della discoteca o quando prendono droghe pesanti o cercano di mettersi alla prova in nuovi riti di iniziazione. Lei, che ha scritto già nel ’64 “Il suicidio e l’anima”, ha un’idea del perché la generazione futura sembra cercare in ogni modo di distruggersi?

“Queste sono riflessioni di anziani sui cosiddetti giovani. Ippolito correva sul suo carro e anche Fetonte correva sul suo carro incontro al Sole, e Icaro precipitò. Tutti costoro distrussero se stessi nei miti greci molto tempo fa.
Che i giovani guidino a velocità folle non è necessariamente un evento contemporaneo. I giovani hanno sempre cercato di andare il più veloce possibile, fin da principio. Persefone voleva scendere nel mondo infero. È il desiderio totale dell’azzardo, dell’avventura, di entrare nel buio, nel mistero, nella città, nella notte, è un desiderio forte e antico. Psiche trovò l’estasi con Amore nella notte più buia e più profonda. Non si tratta solo dell’oggi”.

E la droga?

“La droga è qualcosa di diverso perché la droga rende la nekyia – la discesa agli inferi, l’avventura – rapida e facile. La droga appartiene ad una società rapida e facile: sono droghe entrambe, droga illegale e droga legale. Ma se noi ci troviamo nella società in cui oggi siamo, dove si trova la morte? È nei giovani, o il desiderio di morte non è forse nei politici, nei ministri, nei funzionari delle istituzioni che governano il mondo? Dov’è il vero desiderio di morte? Io non credo affatto sia nei giovani”.

Vuole dire che il contatto con la morte cercato dai giovani è un atto vitale e al contrario il prenderne le distanze è un atto di negazione, un atto, per usare i suoi termini, saturnino?

“Quello che i giovani cercano di realizzare è il desiderio di una vita che sia in contatto con la morte – perché una vita non in contatto con la morte è mortale, moribonda. E questo è ciò che traspare dai sistemi di assicurazione e sicurezza che incontriamo nelle immagini senili della società politica. Se cerchiamo la morte nella nostra società, è un errore cercarla nei giovani, dobbiamo cercarla negli anziani e nella loro volontà di avere il controllo su tutto, che è il lato Saturno della vecchia generazione, della mia generazione”.

In effetti lei ha scritto: “Qualsiasi atto che tenga a distanza la morte ostacola la vita”.

“E questo si manifesta nell’ossessione della sicurezza. Gli Stati Uniti sono stretti nella morsa delle grandi compagnie assicuratrici e delle grandi case farmaceutiche. Grandi consorzi forniscono a chiunque lo desideri abbastanza pillole e abbastanza garanzie per tutelarci, si ritiene, dalla morte. Credo che in Europa sia diverso. C’è il Giorno dei Morti. Il Giorno degli Spiriti defunti. Novembre. È una ricorrenza importante in Europa. (…)”.

 

Salvador Dalì – Ballerina in a Death’s Head

Però la notte di Halloween resta anche per voi negli Stati Uniti una sopravvivenza del culto pagano dei morti, che ha i suoi feticci nelle spettrali zucche e i suoi officianti nei bambini, categoria da sempre in rapporto privilegiato con gli spiriti defunti. Non lo trova un residuo significativo?

“Il dato significativo è che negli Stati Uniti (…) l’ossessione della sicurezza elimina ogni evenienza di fatalità o incidente o disastro, ogni possibilità che gli dèi si manifestino e agiscano nelle nostre vite. L’ossessione della sicurezza elimina ogni inventio degli dèi. Qualunque imprevisto accada, si sporge una denuncia di sinistro e si viene risarciti. Un incidente può essere anche un buon affare. (…) Ma è un insano senso di protezione pensare che la morte sarà tenuta lontana. E così, naturalmente, si tiene lontana la vita! Non c’è rischio, non c’è trasgressione, non c’è pericolo, non c’è avventura. E allora, da dove la prendiamo? dai videogames? dal cyberspazio? Forse. Oppure, dalle droghe o dagli scontri d’auto o dagli incidenti di sci. Tengo a ribadire che il luogo in cui abbiamo collocato la morte è ora proprio in tutti questi sistemi di protezione, che ci impediscono di aprirci al rischio della vita. E così siamo totalmente sconvolti dai terroristi, che sono aperti alla morte”.

La forza vera, se non il fascino del terrorismo, la sua capacità di attrarre su di sé la nostra attenzione, a Londra come a Parigi, in America come in Italia, deriva dunque dal contrasto con la nostra ossessione di sicurezza?

“Esattamente. Risiede nel contrasto con la nostra ossessione di sicurezza, con la nostra ansia paranoide: sintomi che rappresentano l’archetipo stesso del senex. La minaccia più grande oggi non viene per noi da un esercito militare, da carri armati o navi da guerra. Immaginiamo invece virus e gas e sostanze chimiche nell’acqua che beviamo. Cose invisibili. Paranoia. Immaginiamo un uomo che irrompe e fa saltare in aria l’aereo, fa saltare in aria il palazzo: il terrorista. Perché il terrorista? Perché il terrorista vive a fianco della morte, e in una società che ha escluso la morte e il rischio di morte, che si rifiuta di prevederne l’eventualità, è lui che possiede la vera arma segreta. E l’arma non è la bomba che ha in mano, né le sostanze chimiche tossiche che inocula: la sua arma segreta è il suo voler vivere a fianco della morte”.

Per cui il terrorismo ha sostituito quella fantasia di morte che negli anni 50 e 60 era l’ossessione della bomba, il nucleare?

“C’è un sottofondo di morte, nella società presente, che viene percepito in termini di catastrofe ecologica, o anche di Aids, di Ebola, di contagio, di catastrofe epidemiologica. Ora, è giusto che la società cerchi di tenere alla larga la morte, le malattie, le carestie e simili. Deve farlo. Tutti dobbiamo cercare di vivere. La morte è sempre vicina, in ogni società e in ogni periodo della storia. Così, il Terrorista è divenuto una figura mitica, il portatore di morte alla società. Ed è questo l’aspetto psicologicamente interessante. Il suo intento di morte si concentra sulla società. È teorizzato e moralizzato. Non è un serial killer o un pervertito psicopatico che provi eccitazioni private”.

Sembra quasi un elogio del terrorismo.

“Non direi. Mi interessa il fenomeno: il terrorismo vuole far esplodere tutto il sistema. Che cosa fa il vero terrorista? Fa saltare in aria edifici pubblici, stazioni, i suoi gesti sono simbolici, rituali. È questa la cosa interessante. Ma non è realmente un rivoluzionario, con un programma elaborato in mente, come Sendero Luminoso in Perù o gli odierni zapatisti fautori della redistribuzione delle terre nel Chiapas. Il terrorista è piuttosto un vendicatore solitario – profondamente disamorato, che vive nell’assenza di legge, nell’anomia, e rifiuta di vivere ancora in tale condizione. Preferisce la morte – mentre il rivoluzionario preferisce il cambiamento. Perciò il terrorista aggredisce il governo, lo Stato, i simboli della sicurezza, l’ordine, il contenimento, la difesa. Il sistema. Occorre dunque riflettere su un punto: come recuperare questa metafora, perché il sistema possa essere fatto saltare psicologicamente. Dove sono finite le ideologie degli anarchici, per esempio?”.

 

Jean Francois Millet – Death and the woodcutter

 

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