Intervista a Saul Kripke

Intervista estratta da LEXicon MAThematicae.

 

Lei ha cominciato molto giovane, quasi bambino. Come è arrivato alla filosofia?

“Vivevamo a Omaha, un posto sperduto nel Nebraska. Verso i dodici o tredici anni chiesi a mio padre come potevamo sapere che non stiamo sognando. Mi disse che Cartesio, che lui pronunciava letteralmente “Descartis”, aveva già risposto al problema nelle sue Meditazioni, e me le diede da leggere. Ho cominciato così. Poi sono passato a Hume e Berkeley, e verso i quattordici o quindici anni ho letto Platone. All’epoca non ho fatto nessun serio tentativo di leggere Kant”.

E la logica dove l’ha imparata?

“Poichè la matematica che si faceva alle medie era troppo elementare, la mia professoressa mi ha consigliato libri più avanzati, e qualcuno di questi parlava di fondamenti. Poi ho letto i testi di Quine e Rosser, e la Introduzione alla metamatematica di Kleene. E ho finalmente capito l’intuizionismo: prima non riuscivo a immaginare come si potesse rifiutare il principio del terzo escluso, che mi sembrava evidente”.

Nessuno di quei libri parla però di logica modale, che è il campo in cui lei è diventato famoso.

È vero. La logica modale l’ho scoperta sulle riviste specializzate che incominciai a leggere al liceo. Andavo a prenderle a Lincoln, la “capitale” del Nebraska, perché non si trovavano a Omaha. Tra parentesi, benché il mio liceo fosse in una città sperduta, ha diplomato anche Lawrence Klein e Alan Heeger, che hanno vinto rispettivamente il premio Nobel per l’economia nel 1980, e per la chimica nel 2000. E l’ha frequentato anche Ronald Jensen: un altro logico molto famoso, che io però ho conosciuto solo dopo”.

E come è arrivato al suo primo grande risultato?

“Conoscevo le tavole di verità per la logica classica, e ho cercato di estenderle alla logica modale. Si trattava di tavole sempre con due soli valori di verità, come nella logica classica, ma con molte più righe, che sarebbero poi diventate i mondi possibili. Nel mio articolo originale del 1959 ho esposto le cose nel modo in cui le ho trovate”.

E così, a diciannove anni, è diventato famoso.

“Per modo di dire. Quando arrivai a Harvard credevo che mi avrebbero incoraggiato, e invece ho passato un periodo molto infelice. Il professore di logica, Burt Dreben, fu molto dogmatico e scoraggiante: mi continuava a dire di fare il matematico, di non sprecare il mio talento con lavori filosofici che non valeva neppure la pena di pubblicare. Credo che non avrei dovuto andare a studiare a Harvard”.

Forse Dreben pensava che solo un matematico possa essere un buon filosofo. È un caso che lei, Putnam e Dummett arriviate tutti dalla matematica? Anzi, dalla logica?

“Non credo che si debba essere per forza un matematico o un logico per essere un buon filosofo, benché la cosa aiuti. C’è chi è bravo a fare una cosa, e chi è bravo a fare l’altra. Quanto a Dummett, ha addirittura cominciato con una laurea in storia, credo. Lei l’ha intervistato, non gliel’ha detto?”

Non gliel’ho chiesto. Lei, però, un giorno ha detto di un suo collega: “Che cosa volete che sappia? È un fenomenologo!”.

“Non l’ho mai detto, e sono contento di poterlo negare ufficialmente. E nemmeno lui ha detto le cose che gli hanno fatto dire su di me. Sono i giornalisti che ci hanno fatto dire quelle cose. Spero che lei non farà lo stesso!”

 

Tra logici non si fa così. Ci dica però che cosa pensa, allora, della fenomenologia.

“Certamente ci sarà del lavoro serio e interessante. Io ho letto solo qualche traduzione di Husserl, non molto buona: non si capiva niente. Di Heidegger ho letto soltanto le frasi citate da Carnap: credevo che se le fosse inventate lui, ma sono andato a controllare e Heidegger le aveva dette sul serio. Ricorda? “Parlerò dell’essere stesso e di niente altro”. Che altro potrebbe esserci, oltre l’essere? Queste sono barzellette”.

Conosce la sua intervista postuma Solo un Dio ci può salvare? Heidegger dice che i suoi amici francesi gliel’hanno confermato: quando iniziano a pensare, devono farlo in tedesco.

“Ridicolo. Fra l’altro, Diderot diceva lo stesso del francese”.

A proposito di battute, qualcuno l’ha definita “il Bobby Fisher della filosofia”.

“Lo so, e sono molto seccato”.

E perchè mai? Fisher era un genio degli scacchi, che dopo aver vinto il campionato mondiale ha deciso di non giocare più in pubblico. Anche lei non ha più pubblicato niente, no?

“Io l’ho preso come un insulto, come un giudizio di ristrettezza mentale. Anche perché, quando l’hanno detto, avevo appena pubblicato il mio libro su Wittgenstein. In ogni caso, non è la prima volta nella vita che passo del tempo senza pubblicare: è già successo anche durante gli anni ’60, quando lavoravo alla teoria degli insiemi ammissibili”.

Credo di avere una copia dei suoi appunti, di quegli anni. Neppure quelli sono mai stati pubblicati.

“E come li ha avuti? Io non li ho pubblicati perché nel frattempo la teoria è stata sviluppata indipendentemente, da Richard Platek. Li ho presentati a una conferenza e Georg Kreisel, che era il relatore di Platek, è venuto a dirmi che tutto ciò che avevo fatto era implicito nel suo lavoro. Io però credo di essere arrivato primo. A dire il vero, anche Platek non ha pubblicato niente. Per fortuna c’è stato Barwise, che ha scritto un libro sull’argomento”.

E a che cosa ha lavorato, in questi ultimi anni di silenzio editoriale?

“Molte cose. In filosofia, il legame fra identità e tempo, ad esempio, o l’esistenza di entità fittizie. In matematica, ho trovato un modo alternativo di provare i teoremi di incompletezza di Gödel: una dimostrazione nello stile della discesa infinita di Fermat, in cui se qualcosa di un certo tipo è dimostrabile, allora lo è anche qualcosa dello stesso tipo ma più corto. Alcune di queste cose le ho presentate in una conferenza, e sono state registrate e trascritte. Poi hanno distrutto i nastri: non è straordinario?”

E qualcosa di tutto ciò sarà pubblicato?

“Spero proprio di sì. In fondo, lo devo al mondo”.

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