Intervista a Carlo Rovelli

Intervista a Carlo Rovelli di Giancarlo Cinini pubblicata su Deckard il 20 gennaio 2016

 

Buongiorno professore. Bridgman scrisse La logica della fisica moderna e morì suicida; Boltzmann scrisse gli Scritti divulgativi e morì suicida. Le sue Sette brevi lezioni di fisica sono un ottimo libello divulgativo che affronta i temi cruciali della fisica di oggi. Si sente bene, professore?

Grazie, molto gentile, per ora sto bene. Ho sempre pensato che mi suiciderò anch’io prima o poi. Non vedo perché devo lasciare a un virus, o a un tumore, una scelta tutto sommato così importante come quella di farmi uscire da questa valle di lacrime. Ma per adesso sono ancora molto curioso di sapere cosa succederà domani, il sole splende, tutto sorride, e quindi rimando ancora.

Esiste una qualche impostazione privilegiata per divulgare e affascinare? Divulgare soltanto le certezze o anche i disaccordi, le proposte, i dubbi?

Certo raccontare disaccordi, proposte, dubbi, e tutto quello che non ci è chiaro. Ma forse più ancora: parlare delle emozioni e della passione di scoprire cose.

Cosa cerchiamo in un libro divulgativo? Non abbiamo mai capito o non ci hanno mai insegnato cos’era la scienza?

Ci sono lettori molto diversi. Ci sono quelli che vogliono sapere tutti i dettagli, perché sono già molto appassionati di qualcosa. E ci sono quelli a cui interessa solo il racconto dei punti essenziali. Ognuno cerca cose diverse, credo. Spesso poi quello che si trova non è quello che si cerca, ma questo è un bene, non un male.

Spesso gli scienziati devono giustificare il valore pratico di quello che studiano; lei sembra affermare, al contrario, il ruolo della scienza come “parte integrante e vitale della cultura”. Richard Feynman disse: «La fisica è come il sesso: è utile ma non è per quello che lo facciamo». Lev Landau scrisse a proposito della teoria della relatività: «la più bella delle teorie scientifiche». Come questo modo di farci domande sul mondo fa parte integrante della nostra cultura e può far parte integrante della nostra vita al pari “della rarefatta bellezza di uno degli ultimi quartetti di Beethoven”?

La scienza è il nostro sapere accumulato sul mondo, il percorso di crescita di questo sapere. È chiaro che ci serve per fare cose. Senza ricerca scientifica vivremmo ancora come nel Medioevo, e la vita sarebbe molto più dura. Ma il sapere è anche il cuore della nostra civiltà, è quello che determina la nostra visione del mondo, che informa le nostre scelte. Le due cose sono legatissime. La nostra visione del mondo, comunque, che ci pensiamo o no, si nutre di Beethoven, come di storia, e come di scienza. E allargare i nostri orizzonti è sempre bellissimo, anche indipendentemente dalle applicazioni pratiche. Anzi, di più: è una delle cose che danno senso alla vita. Come le cose di cui parla Feynman.

Di recente è uscito su Internazionale un suo articolo – Proposta per il Medioriente– sulla questione mediorientale e sul califfato. Il suo intento sembra quello di liberare la razionalità da una concezione banale di pura ricerca dell’efficienza. Cos’è allora un uso responsabile della razionalità? E un uso responsabile della razionalità scientifica?

Ho scritto l’articolo sul Medioriente con molta umiltà, sapendo che i problemi sono complessi e non li risolvo certo io. L’ho scritto perché mi sembra che anche su queste cose ci facciamo spesso dominare da emozioni negative, ci facciamo tirare per il naso dall’allarmismo della televisione, e non pensiamo. Il mio è sopratutto un invito a mantenere la testa fredda, a non farsi prendere dall’irrazionalità, che porta a guerre, alla demonizzazione dei nemici, ad assurdi odi degli uomini gli uni contro gli altri… Siamo pieni di tutto questo in questo brutto periodo della storia. Non ci accorgiamo che l’odio sta aumentando nel mondo e siamo proprio noi a soffiare continuamente sul fuoco.

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