Inside out è un’offesa all’essere umano

di Andrea Colamedici

«Cosa le passa per la testa? Io lo so», dice Gioia, appena apparsa nella mente della neonata Riley. Prima del suo arrivo non c’era nulla: il vuoto, l’oscurità. Riley comincia a provare qualcosa nel momento in cui viene al mondo. Nei nove mesi precedenti non ha vissuto nulla, nessuna emozione. Inside Out inizia mettendo subito in chiaro quella che sarà la psicologia e la filosofia di fondo del film: la coscienza è soltanto un epifenomeno della materia e la consapevolezza è il frutto dell’esperienza compiuta dal giorno della nascita a quello della morte.

Non c’è coscienza nella vita intrauterina e non esiste alcun Sé, ma soltanto emozioni. O, qualora questo Sé esistesse, sarebbe soltanto la somma delle emozioni e nient’altro.

Questo è il messaggio celato nel film che, dietro a un intreccio affascinante, ricco di trovate geniali e immagini suggestive, rappresenta un vero e proprio inno alla materia, al limitato, all’assenza di una qualsiasi funzione spirituale dell’essere umano. Non a caso è riuscito a prendersi il plauso anche da parte di chi critica l’impostazione materialistica della società contemporanea: le tinte forti, le grandi emozioni e la rappresentazione del non visibile hanno fatto credere che si trattasse di un film sull’invisibile. Niente di più sbagliato.

  inside-out_banner

Mancano i pezzi
Per esigenze narrative la Pixar ha scelto cinque personaggi atti a rappresentare le emozioni al comando della piccola Riley. Anche accettando l’idea – tremenda – che a governare la nostra mente siano le emozioni, le cose starebbero comunque diversamente. Stando al Facs (Facial Action Coding System) sviluppato da Paul Ekman, il più grande esperto di espressioni microfacciali e consulente per il film Inside Out, le emozioni di base sono sette. Mancano all’appello il Disprezzo e la Sorpresa.

espressioni

Il patto violato
Ciò che è accaduto con il film della Pixar è che la narrazione ha in sostanza violato il patto tacito tra sceneggiatori e pubblico: parla di me, ma non dirmelo mai.
Inside Out non è stato percepito semplicemente come un bel film, ma come una rappresentazione scenica di una dinamica reale. «Io funziono davvero così», sembra essere l’idea dello spettatore alla fine della proiezione. Anche de La Spada nella Roccia si può dire lo stesso, così come per Aladdin o per La Bella e la Bestia; ma se in questi film ogni dettaglio presente è una via in più per scoprire se stessi, in Inside Out ogni dettaglio assente è un pezzo in meno della rappresentazione di ciò che siamo. In altre parole, Inside Out si è posto come un vero e proprio sistema psicologico, con le sue teorie, le sue trovate e le sue ispirazioni. Per narrare la mente dalla prospettiva della mente è stato costretto a rinunciare alla protezione della metafora per trincerarsi dietro la maschera dell’immagine. La differenza è sostanziale: nel primo caso vi è una mediazione che permette la ricezione e l’elaborazione di alcuni dati “evolutivi”. Nel secondo, il processo non è più romanzesco ma documentaristico. È la stessa differenza che c’è tra il rappresentare il tempo con il disegno di una clessidra e lo scrivere la parola “tempo”.

Ad esempio, più Riley cresce e più nel corso del film si amplia la plancia di comando dietro cui vivono le emozioni. Dapprima un singolo pulsante, poi una piccola serie di leve, infine la strumentazione di un aereo. È una semplificazione che sottointende quanto le possibilità umane aumentino in funzione dell’età, e mostra quanto da bambini non ci siano grandi possibilità di scelta. Inoltre, l’idea che la plancia venga implementata di volta in volta esprime la mancata presa in considerazione della presenza di enormi parti di quella stessa “plancia” inutilizzate e inesplorate da sempre. Inside Out, anche qui, sembra ribadire che non esiste l’invisibile, ma al massimo c’è spazio per l’immaginario. Eliminando d’un colpo le dimensioni mitologiche dell’esistenza, alle quali studiosi come C. G. Jung hanno dedicato i propri studi e a cui sono stati dedicati molti grandiosi film della Disney, svanisce anche il fondamento invisibile dell’etica e dei valori. Niente è innato, niente è preesistente, niente permane. Tutto è emozione, e non c’è possibilità di fare altrimenti. Invece, se l’essere umano è sì schiavo delle proprie emozioni, ha comunque in sé la possibilità di superarne la schiavitù ponendosi in ascolto del proprio Sé reale. Costruendosi un’anima, direbbe il filosofo armeno Gurdjieff. In Inside Out, invece, non c’è altro. Solo le emozioni e l’artificiale mondo ordinario creato negli anni.

  INSIDE-OUT-17

Core memories
Un ruolo capitale è svolto dai ricordi più importanti, detti ricordi base, quelli che «l’hanno segnata». I ricordi base alimentano aspetti diversi della personalità di Riley, che è quindi esclusivamente il frutto della propria esperienza. Riley è l’insieme dei suoi ricordi e nient’altro. Non esistono attitudini innate né, chiaramente, ha spazio l’inconscio collettivo o le memorie transgenerazionali. Ogni essere umano è un’isola del tutto slegata dal resto dell’umanità. È sterminata, ma pur sempre un’isola, priva di relazioni reali con il mondo. Dentro l’isola vi sono altre piccole isole, ossia aspetti della personalità: l’isola dell’Hockey, del Gioco, dell’Amicizia, dell’Onesta, della Famiglia. Isole slegate tra loro e collegate esclusivamente ai ricordi di base, che «rendono Riley Riley», dice bene Gioia. Ossia: Riley è la sua personalità. Riley è tutta lì, nell’esperienza compiuta dalla nascita in poi, in quelle isole dell’Isola Riley.

inside-outA fine giornata tutti i ricordi del giorno vanno a finire nella memoria a lungo termine, e al mattino si ricomincia da capo, a scaffali liberi. Quando Tristezza toccherà un ricordo di base felice, questo si trasformerà in un ricordo triste e non ci sarà più modo di cambiarlo. In Inside Out, cioè, i ricordi felici possono diventare tristi, ma i ricordi tristi non possono diventare felici. È quindi possibile peggiorare un ricordo ma non lo si può migliorare.

Elogio della Tristezza?
L’evento clou di Inside out è il seguente: Gioia e Tristezza vengono risucchiate dal tubo che invia i ricordi di giornata alla sterminata memoria a lungo termine. Per riuscire a tornare a casa dovranno quindi compiere un lungo viaggio, durante il quale diventerà chiaro il ruolo fondamentale di Tristezza, senza la quale Riley non sarebbe completa.

I ricordi eliminati definitivamente non sono più recuperabili. Quando un ricordo non ha più utilità, svanisce nella discarica dalla quale “niente può tornare”. L’intero film è l’esaltazione della visione materialistica dell’esistenza, tinteggiata con colori vivaci e scene entusiasmanti. Dietro alla patina fantasiosa, infantile e spensierata è però presente una visione banale, limitata ma soprattutto limitante delle potenzialità dell’essere umano.

 InsideOut

È solo un film?
Si potrebbe ribattere che Inside Out è solo un film, e che un film è al massimo un tentativo di raccontare qualcosa di sostanzialmente irriproducibile. In questo caso, però, si tratta di un tentativo molto più dannoso che utile, non solo per la semplificazione messa in atto.

In altre parole, il problema non è tanto l’idea che ci siano cinque emozioni a governare l’interezza delle nostre giornate; non è quel che c’è, ma quel che manca a fare la differenza. E a mancare è la dimensione immaginale, è l’oltre, ma anche il retaggio di chi ci ha preceduto. Inside Out è il culmine di un pensiero antropocentrico fondato sul singolo individuo e ripiegato nel momento presente. Nient’altro esiste per la me-generation, di cui questo film è chiaramente il manifesto. Ogni essere umano è una monade senza aperture, un universo con all’interno set cinematografici, burroni, ferrovie, intere città. È enorme, ma non infinito. È meraviglioso, ma sempre solo. Potrà stringere rapporti con amici, parenti, amanti, ma il suo universo sarà comunque distinto, separato, irraggiungibile. L’immagine più affascinante della psicologia del Novecento, ossia il concetto junghiano di Inconscio Collettivo, è totalmente assente nel film. E questo è il grande, imperdonabile errore di Inside Out: mostrare in sostanza l’essere umano come se fosse una splendida gabbia. L’immaginazione è confinata in Immaginationland, i ricordi scartati finiscono nel burrone, la memoria a lungo termine compone un lunghissimo labirinto di scaffali. Tutto è luminoso, colorato, ammiccante, ma niente rimanda mai a uno scopo superiore. Nulla sembra mai indicare la presenza, di fondo, di uno strato comune a tutti gli esseri umani. Non è semplicemente il rifiuto di Dio: è piuttosto l’abbandono dell’idea del miracoloso. E, senza questa idea, non c’è narrazione fantastica che tenga: perché non siamo ancora stati salvati.

The-inside-out-poster

Emozioni senza emozioni
Paradossalmente, Inside Out è un film sulle emozioni pensato e sceneggiato in modo del tutto intellettuale. Con freddezza. Con lo scopo di propagandare – attraverso il sollecitamento delle emozioni dello spettatore – un’idea dell’uomo assai parziale. In questo senso, grazie a Inside Out emergono i limiti di tutte le tecniche contemporanee che mirano a catalogare l’immenso – e a mio parere sì: infinito! – bagaglio di esperienze, emozioni e sensazioni umane, allo scopo di dire la parola definitiva sui meccanismi che lo regolano. Tali tecniche inducono a credere che le cose stiano in un certo modo, e che in fondo anche ciò che ci sembra frutto di scelte libere ed emozioni profonde non è che biologia. In ciascuno, come emerge alla fine del film, ci sono delle variazioni: la plancia di comando può essere diversa, le personalità hanno un aspetto specifico, che fa essere ciascuno come è, ma in fondo tutti – uomini e animali – reagiscono in base agli stimoli grazie a una manciata di sensazioni che si attivano a turno.

Sentii parlare di questo film a un convegno di businessman, nel quale ero capitato quasi per caso. Il relatore, un allievo di Paul Ekman, raccontava che gli studi condotti dal noto psicologo sulle emozioni erano stati utilizzati per impostare le caratteristiche dei cinque protagonisti del film. Tali studi, spiegava il relatore, erano funzionali durante una compravendita a “guidare la propria risposta emotiva nella relazione” e a “scoprire le menzogne e le esigenze dell’interlocutore”.

In altre parole, lo studio delle emozioni era funzionale a vendere di più e meglio. Se esistessero soltanto le cinque emozioni, ogni venditore avrebbe la “coscienza” a posto e la strada spianata per ogni tipo di successo commerciale. Ancora: non voglio conoscere le emozioni per scoprire cosa c’è in me in grado di superarle, che quotidianamente blocco a causa della mia incapacità di gestirle; piuttosto, voglio regolare il mio mondo emotivo e quello altrui allo scopo di avere sempre più potere e successo.

Inside out è un film costruito in modo intellettuale e secondo una visione maschile – nel senso di logica, lineare, priva di sconosciuti – dell’uomo. E poi: basterebbe la rappresentazione che Inside Out offre del mondo emotivo dei gatti – una plancia deserta e felini che vagano senza meta, inciampando nelle leve e nei pulsanti – per farsi venire qualche dubbio sulla lungimiranza di questo “cartone”.

Una postilla di Maura Gancitano

Quello che si mette in luce è l’assenza di qualcosa di oscuro, sconosciuto, una zona d’ombra nella mente umana. In sostanza, tutti possono pensare che in noi ci sia qualcosa di divino oppure no, e possono chiamare la parte oscura con nomi diversi, e darle significati diversi. In Inside Out, invece, questa zona non c’è, mentre in genere è presente nella letteratura fantastica e nelle storie tradizionali. In questo senso il film, pur tentando costantemente di provocare emozioni nello spettatore, è la manifestazione del modo di pensare tipico di quegli esperti di marketing, PNL, ipnosi e meccanismi mentali umani che, in effetti, hanno prestato il proprio contributo alla sceneggiatura. E nella loro prospettiva non c’è niente di sconosciuto, l’uomo è una macchina e non potrebbe essere nient’altro. Quello che manca, quindi, è l’idea che non sappiamo tutto della mente umana, e che anzi sappiamo molto poco. Questi “esperti”, invece, pensano che sia tutto qui.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *