Articolo di Andrea Colamedici

Larry era un regista straordinario, epico e oscuro come i suoi film. Cercava di proteggersi restando nell’anonimato: pochissime interviste, mai una conferenza pubblica. In coppia con il fratello Andy aveva diretto alcuni tra i film più interessanti e potendo della storia del cinema e, certo, il cognome Wachowsi lo conoscevano tutti. Eppure, persino quel parrucchiere che sapeva ogni cosa di lui, dei suoi interessi, di quanto fosse stato intenso il rapporto con la nonna materna, non aveva la minima idea che quel tipo simpatico dai capelli fucsia fosse il regista della trilogia di Matrix, di V per vendetta e di Bound. Era soltanto un ragazzone di Chicago che la tirava sempre lunga durante e dopo il solito taglio di capelli. Poi Larry aveva cambiato sesso e nome: si faceva chiamare Lana, sua moglie era rimasta la stessa e così anche quei capelli fucsia, solo in un taglio più femminile. Qualcos’altro però era mutato più in profondità. «Un giorno mi ritrovai a ripetere una battuta di Sonmi» ha detto Lana Wachowski nella sua prima conferenza pubblica, «da cui emerse una profondissima verità. Sonmi è un personaggio di Cloud Atlas a cui sono molto legata, e quelle parole riguardavano la decisione di mostrarsi. Nel film, lei pronunciava quella frase pur essendo a conoscenza del sacrificio che le sarebbe costato la vita. “Se rimango invisibile la verità resterà nascosta, e io non posso permetterlo”, mi dicevo. Improvvisamente cominciò un intenso flusso di immagini, pensieri e memorie che attraversarono la mia mente, come in un’esperienza di pre-morte. Capii quanto fossero complesse le relazioni tra visibile e invisibile che intercorrono attraverso le nostre esistenze, le responsabilità che gli esseri umani hanno l’uno con l’altro, e mi fu chiaro il fatto che le nostre vite non sono interamente nostre. Quando ero giovane desideravo ardentemente diventare uno scrittore e un regista, ma non vedevo nessuno come me, pensavo che i miei sogni fossero destinati a svanire a causa del mio genere sessuale meno tipico rispetto a quello degli altri. Se adesso posso rappresentare quella persona per qualcun’altro, allora il sacrificio della mia vita privata ha valore». A essere cambiata davvero, più che la conformazione fisica sessuale, è stata la capacità di Lana di incarnare lo scopo dei suoi film, intrisi di riferimenti a grandi maestri e insegnamenti spirituali, da Gurdjieff alla Gnosi, dalla Cabala alla psicologia transpersonale. In Cloud Atlas il messaggio è tratto esplicitamente da Carlos Castaneda, citato in una scena chiave del film, la cui opera è magistralmente da Carlos Castaneda, citato in una scena chiave del film, la cui opera è magistralmente riassunta in una battuta: «Devi fare qualunque cosa non puoi fare». È interessante notare come quella frase sia stata tradotta nella versione italiana con «devi fare tutto ciò che non puoi non fare». Sono due prospettive completamente diverse sulla vita: la prima è quella di Castaneda, la seconda è quella dello schiavo, dolcemente soffocante. Cos’è che non posso non fare? Ciò che sono obbligato a fare. E invece, cos’è che non posso fare? Mettere in pericolo l’equilibrio del sistema, soprattutto. Diventare un problema, un pro-ballein, qualcuno che si è slanciato più in là a scorgere l’ultimo orizzonte, escluso dallo sguardo comune. Proprio questo fece Castaneda scegliendo per sé il destino dell’homo sacer, quell’individuo che, secondo una Legge dell’Antica Roma, era doveroso tenere fuori dalla comunità. Intoccabile e improcessabile, colpevole di aver messo in pericolo i rapporti tra la collettività e gli dèi, l’homo sacer spesso impazziva per l’enormità della pena: cos’è un uomo senza gli altri uomini, d’altronde? In quel caso, gli altri uomini erano talmente umani da poter uccidere l’homo sacer senza perdere la propria purezza. Che monito: mai mettere in pericolo la pax deorum, la concordia tra cittadini e divinità! Castaneda, così come il Socrate di Platone o il Neo dei Wachowski, non poteva accettare una simile fregatura. Fa sorridere il fatto che una delle cause più comuni per diventare homo sacer consisteva nello spostare le pietre che delineavano i confini dei campi. È un’immagine potentissima: basta spostare un confine per venire allontanati da chi esiste perché difende i confini. La pax deorum era il nome sotto cui si nascondeva la pigrizia degli dèi, quella che caratterizzava lo Yah-Weh ottuso e reazionario della Bibbia, e la vanità degli uomini. Per morire agli altri, per venire allontanati, è sufficiente giustificare in pubblico i versi del poeta Cherubini: Se uno ha imparato a contare soltanto fino a sette, vuol mica dire che l’otto non possa esserci! C’è un temporale in arrivo: porta novità, e le novità primaverili non sono mai benviste dai cappotti invernali in nessun centro commerciale che si rispetti, figurarsi al Centro Commerciale della Coscienza Popolare!

Per un homo sacer l’unica prospettiva immaginabile è quella del podere: soltanto attraverso una struttura autosufficiente, in grado di garantirgli la sopravvivenza, potrà sopravvivere all’esilio. Trasportando l’immagine a oggi, in quell’allontanamento altrettanto doloroso che un mondo tecnocratico impaurito dal proprio declino infliggere a ogni esploratore della coscienza, quale podere è più accogliente del silenzio? Soltanto attraverso la sospensione del dialogo interno (cioè non identificando il pensiero con la consapevolezza) è possibile raggiungere la completa autonomia. A quel punto, però, a un qualche Zarathustra sopravvissuto salterà in mete di tornare tra gli uomini al grido di Dio è morto, o il morto è Dio, a seconda del grado di consapevolezza o della quantità di bicarbonato ingerita dopo pranzo. Non sacrificandosi ma immolandosi, facendosi molo per i viaggi futuri, Castaneda ha illustrato la seconda esternazione: il morto è Dio. È questo che rende il guerriero perennemente consapevole di tutto, a differenza dell’uomo comune che diventa consapevole solo se gli pare il caso. Non è un koan, né l’invito di un personal coach a dare il massimo spingendosi al limite. È piuttosto la tremenda e delicata comprensione che, al guerriero, il peggio sia già accaduto: «Un guerriero si considera già morto e quindi non ha nulla da perdere. Il peggio gli è già accaduto, e lui è lucido e calmo: giudicandolo dalle sue azioni e dalle sue parole, sarebbe impossibile sospettare che ha già visto tutto>> fa spiegare Castaneda a Don Juan ne l’Isola del Tonal, uno dei romanzi più riusciti del buon Carlitos. Così Lana Wachowski nel suo coming-out accetta di morire alla vita privata, e così Sonmi, il personaggio di Cloud Atlas, prende su di sé il tremendo incarico di diventare il Dio del futuro pur non essendo altro che un artificio. Tu cosa avresti fatto? Immagina di essere un criminale, che con la sua simpatica banda ha appena derubato la più grande banca esistente. Un piano perfetto, compagni fidati e addestrati, un colpo riuscito in tutto. Bisogna solo tornare a casa. Ecco, immagina di essere l’unico a essersi accorto della trappola. Proprio nel momento in cui stai per fuggire, i punti oscuri della missione si uniscono in una tremenda costellazione: come mai era stato così semplice ottenere la piantina della banca? Perché l’impianto di sorveglianza non è scattato? Chi vi ha permesso di ottenere così facilmente le strumentazioni per compiere il furto? I tuoi compagni staranno pensando a un colpo di fortuna, alla giusta razione di fato che aspetta, prima o poi, a tutti. E invece tu ti sei accorto dell’immensa trappola:cosa fai? Li avverti? Non capirebbero, non crederebbero. Lascerebbero cadere le tue parole in un istante, troppo presi dai sacchi d’oro, da quel primo sorriso della vita. Fuggiresti? Forse. Però lo staresti facendo con un sacco più pieno di dolore che di monete. Magari ti verrebbe in mente di lasciare li l’inutile malloppo e di dedicare ogni giorno futuro a trasformare quella comprensione sulla trappola in un affascinante romanzo, per arrivare li dove arrivano soltanto il vizio e lo stupore: nel cuore dell’uomo.

Così accade a Castaneda: tra un’invezione e un incendio, tra un balletto e un fuocherello, distruggendosi appiccava il fuoco negli uomini del futuro. «Non siamo altro che una goccia in un sterminato oceano, ma cos’è l’oceano se non una moltitudine di gocce?» è una delle frasi chiave di Cloud Atlas. «Non siamo altro che una goccia in uno sterminato oceano,  ma cos’è la goccia se non una moltitudine di oceani?» avrebbe aggiunto Castaneda. La differenza è sostanziale: nel primo caso l’unione fa la forza. Io più te più lui più quello più quell’altro facciamo l’oceano. Nel secondo, la forza fa l’unione. Io grande e io piccolo e io piccolissimo e tutti gli altri Io si riconoscono. Unione è poi, guarda caso, il nome del gruppo di combattenti che resiste, in Cloud Atlas, al tentativo dei cattivi (che si chiamano l’Unanimità, un altro caso) di schiavizzare tutto lo schiavizzabile. In altri termini, riconoscendo l’oceano come un insieme di gocce ci si responsabilizza in quanto componenti dell’infinito, addolcendo il naufragio dell’essere umani. Riconoscendosi invece come portatori di sterminati universi e sovrumani silenzi ci si dona liberamente al futuro, senza costruirsi nessuna possibilità di fuggire. È qualcosa che accade nel tentativo di riconsiderare i canoni della soggettività umana, di riemergere dalle preoccupazioni biologiche della vita ordinaria attuando quella che Husserl, il filosofo che ispirò Castaneda, chiamava epoché: la sospensione del giudizio che, sola, permette di riconoscere ciò che è. Tale riconoscimento è creativo, come le storie di potere in cui gli sciamani castanediani cambiavano il finale a eventi del passato: inventare un mondo è tendere la carcassa consacrata del se…, dall’ipotesi, dalla creazione e ricreazione del mito eterno ad opera del mito che siamo ora, dalla possibilità che ciò che è accaduto, sta accadendo e accadrà può avvenire in modo completamente diverso. Non un revisionismo decostruttivo, che cerca nel passato opportunità di redenzione, ma una riformulazione nel presente di un passato che accadrà in un altrove, dove il soggetto non vincolerà più la realtà così come appare. Allo stesso tempo, la carcassa è consacrata dall’archetipo fondamentale, da cui niente proviene e a cui tutto torna: il Sé. «Alcuni naguales del mio lignaggio ricorsero alle arti plastiche, altri al teatro, alla musica o alla danza. Ce ne furono alcuni la cui predilezione erano le storie di potere, storie capaci di scatenare gli stessi effetti su tutti coloro che li ascoltavano, perché non sono basate sulle arguzie della ragione ma nel prodigio del ostro essere coscienti. Oggi noi diamo a quelle storie il nome di “miti”, e naturalmente non li capiamo». Che poi tendere la carcassa e consacrata del Sé siano due anagrammi di Carlos Castaneda, è soltanto l’ennesimo passo, l’ennesimo caso, dell’aver indossato l’universo per danzare.

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