Il cielo stellato offre un’immagine di infinita molteplicità. Possiamo ancora meravigliarci in una silente contemplazione dell’ignoto. La pallida e flebile luce che pulsa da soli distanti giunge ad allietare le notti serene, concedendo una visione dell’oscurità notturna come fosse un grembo gravido di vita. L’altezza vertiginosa assume dolci connotati e l’ancestrale paura del buio più nero comincia a convertirsi in amore per la profondità. Pochi scorci visivi sono ugualmente suggestivi del cielo stellato per approcciare emotivamente l’assoluto, il Chaos, e la presenza di un’alterità che avvertiamo stranamente in modo intimo, nonostante l’incredibile lontananza. Vi è più intimità e prossimità con questa siderale distanza tra noi e la volta notturna che con il cielo diurno. Paradosso: l’enigmatica estraneità della notte stellata confessa una segreta identità con i nostri fondali psichici più inesplorati. Il sorgere del Sole cancella le stelle dal cielo, in un esclusivismo tirannico che rimanda, in immagini, al violento soppiantamento dei politeismi da parte del monoteismo; il solo e unico dio del cielo diurno è altresì un simbolo della presunta unità del Sé in fondo alle nostre coscienze, che spinge per affermarsi come unico sovrano della psiche. Eppure le stelle ritornano ad abitare il cielo appena la luce e la sua legge dell’unico dio cede spazio alla notte e alle sue pulsanti moltitudini. La luna che ogni notte concede o nasconde alla vista una porzione di sé, con l’ombra come un velo, è un’immagine dell’immaginazione stessa, del cambiamento, dell’instabilità, dell’incoerenza, tipica del “lunatico”.

Il cielo stellato rimanda a due tipi di molteplicità: la moltitudine degli esistenti intorno a noi, e la pluralità interiore, fatta di conversioni e cambiamenti del proprio punto di vista, di coesistenza di più voglie e idee, pronte ad emergere a seconda dei casi e delle circostanze. Ogni individuo ha le proprie pulsazioni. L’incoerenza è un tratto della nostra natura, ambigua e variegata. Tutte le nostre istanze hanno uguale diritto. La notte offre l’intimità, l’apparentamento e la compenetrazione. Il silenzio la abbraccia. La poesia ne celebra la dolcezza. Il recupero della notte viene effettuato dal romanticismo, vera e propria compensazione dell’illuminismo. I poeti della notte, dagli inni di Novalis fino ai poeti maledetti, riscattano la natura e i suoi chiaroscuri, rinverdendo un sentimento amorevole di ricongiungimento con quella dimensione che proprio lo spirito della luce aveva demonizzato. Anche l’immaginazione, in contrapposizione all’astrazione concettuale e all’analisi della materia, è un fiore che sboccia nella notte, simbolicamente. Dove la penombra accenna forme appena abbozzate, ecco l’immaginazione intervenire a completare, colorare, sfumare, animare. Solidale con l’ombra, l’immaginazione sfrutta i favori del crepuscolo nel negare una visione chiara, offrendosi come un tramite che attinge all’interiorità per comporre l’esteriorità, in un matrimonio tra incompletezze che ha nella provvisorietà il suo maggior fascino. Tempo del ritiro e del riposo, troppo spesso la notte è associata al raccoglimento e allo sprofondamento in sé stessi, che richiama la figura concentrata o in meditazione dell’eremita solitario.

Si rischia di dimenticare così un aspetto fondamentale della simbolica notturna: il lasciarsi andare, la con-fusione, l’abbandonarsi per accogliere le sensuali oscillazioni dell’effimero. La materia torna ad avere un ruolo centrale, una volta che la notte l’abbia ripulita dagli strali lanciati dalla luce dello spirito. Quella materia ridotta a oggetto da sezionare e analizzare, da dominare e utilizzare, oppure vissuta come zavorra da cui affrancarsi per le avventure ascetiche di uno spirito leggero, può rivelare sé stessa agli occhi socchiusi dello sguardo notturno, restituendoci la semplicità della sua bellezza. Impastata all’immaginazione oppure nuda nella sua densità, la materia concede un godimento, nel contatto stretto, che ha senso solo se fine a sé stesso. Il godimento del contatto fisico, sensoriale con la materia non va finalizzato a costruzioni, utilizzi, guarigioni o spiritualizzazioni. L’arte è la sola concessione alla manipolazione di una materia che esca dal cullarsi del gioco per entrare in una dimensione più profonda, ricca e dagli infiniti risvolti. Ma l’arte migliore è quella libera da regole, da critici, da fini ultimi e da direttive imposte dal sacro o dalla convenienza; sempre fine a sé stessa, celebra sé stessa e la diversità. Non potendo avere risposte sul mondo e sull’umano, non è forse più distensivo un approccio così giocoso, scevro da ogni questione di senso, intento di realizzazione, o velleità di essenzializzazione? La notte distende, la nostra orizzontalità delinea il momento del sonno, mentre la postura verticale mantiene tutta la tensione e lo stress del giorno, i pesi dei suoi compiti e doveri. L’oblio è uno dei più preziosi doni della notte, in cui è facile perdersi, consentendo un disorientamento che sa di vagabondaggio, e profuma di tutta la libertà che il giorno e le sue fatiche negano all’uomo. Il giorno è il momento della saturazione del tempo e degli spazi, del fare, dell’affaccendarsi, della finzione dei ruoli. La notte ci vuole nudi e assonnati, ricettivi e rilassati, inattivi e assenti, in un’attitudine che cela fecondità segrete e inaudite.

Claudio Marucchi

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