Igor Sibaldi spiega Misura X Misura

Estratto dal libro “Misura x Misura” di William Shakespeare, tradotto ed adattato da Graziano Piazza, con la guida alla lettura di Igor Sibaldi.

La vicenda si svolge a Vienna; e dire Vienna in Misura per misura è un po’ di più che dire Cipro in Otello, o Elsinore in Amleto. Otello è una tragedia di amore e inganno senza scampo: ambientarla su un’isola è una scelta talmente ragionevole, che nessuno spettatore ci fa caso. Amleto vuol essere la definizione assoluta dell’amore-odio che lega un figlio maschio ai genitori: ambientarla in un remoto castello in riva al mare è un modo ragionevole di evitare che l’attenzione dello spettatore si distolga da quelle dinamiche, dato che la scogliera e il mare di Elsinore non dicono nulla a nessuno. L’argomento di Misura per misura è invece la morale, e la scelta di situarlo a Vienna conta ben di più, nell’economia del play, perché Vienna è cattolica e l’Inghilterra di Shakespeare è protestante. In Misura per misura tutto ruota attorno a un inganno: e “cattolico”, per un protestante, significava immorale, ipocrita e straniero o asservito a stranieri, ai romani. Vienna, agli occhi dei protestanti, appariva per l’appunto asservita: aveva respinto la Riforma, obbediva al papa; rappresentava quello che sarebbe stata l’Inghilterra se non ci fossero stati Edoardo ed Elisabetta. Quanto a questo, Misura per misura, per il pubblico scespiriano nel 1604, era un po’ come sarebbe stata, per un italiano degli anni Cinquanta, una commedia scritta da un altro italiano e ambientata a Berlino est: “Guarda come sono diversi da noi! Meno male che noialtri, invece…”. Al tempo stesso, così come Elsinore è nella psiche di qualunque figlio maschio che stia litigando disperatamente con il padre, e così come qualunque coppia stia arrivando ai ferri corti per una questione di gelosia si sente, nella propria camera da letto, come su un’isola, allo stesso modo anche la Vienna di Misura per misura mira a diventare tutt’a un tratto Londra. Anche per questo il teatro di Shakespeare si chiamava The Globe. Lì il globo terracqueo, l’intero pianeta era “within the girdle of these walls” «dentro la cerchia di queste pareti», come dice il Prologo dell’Enrico v. E sono sia le pareti del teatro sia le ossa parietali di ciascuno spettatore. Ovvero: l’ipocrisia, il moralismo e l’immoralità, lo spettatore poteva vederli nel cattolicesimo, perché prima di essere a Vienna erano in lui, e perciò al Globe le si portava in scena. «Misura per misura!»: Con la misura con cui misurate gli altri, sarà misurato a voi, si legge nel Vangelo di Matteo (7,2). E anche da qui viene il titolo del play. A volerlo semplificare, se ne trae che tutto il mondo è paese; ma l’ultima cosa che è opportuno fare con Shakespeare è semplificarlo.

Non solo nel titolo, ma anche nel play, fin dalle prime battute, il pubblico protestante – buon conoscitore delle Scritture – riconosce riferimenti evangelici e un preciso intento teologico (la teologia allora andava di moda): dice infatti il protagonista, il Duca, riguardo al suo vicario, nella prima scena: For you must know, we have with special soul elected him our absence to supply. Letteralmente: «dovete infatti sapere che noi, con speciale moto dell’anima, abbiamo eletto lui per supplire alla nostra assenza». Il Duca dice «noi», come Dio, parla di soul, di elezione, di supplenza: il papa è supplente di Dio, per i cattolici – dato che il loro Dio, agli occhi di un protestante, è assente. E qui possiamo lasciarci portare molto oltre, se, come dicevo, non preferiamo semplificare. Shakespeare, ottimo conoscitore sia delle Scritture, sia degli apocrifi, sapeva che i Vangeli non erano stati scritti una o due generazioni dopo Gesù, in qualche villaggio della Palestina, bensì cent’anni dopo, quando il cristianesimo aveva già preso piede nelle grandi città dell’Impero romano: e sapeva che tutto ciò che nei Vangeli è ambientato a Gerusalemme (già distrutta da decenni, a quell’epoca) era metafora di ciò che, nel secondo secolo, stava avvenendo tra i cristiani. Pietro, nei Vangeli, rappresentava il papa, gli apostoli il clero, i sadducei e i farisei correnti cristiane: gli evangelisti denunciavano che nel cristianesimo romano Gesù veniva frainteso dai discepoli, e da loro consegnato alle autorità. Gerusalemme era Roma, allora. E Shakespeare porta più avanti quell’antica metafora fondamentale: Vienna, in Misura per misura, vuol essere ancora la “Gerusalemme” dei Vangeli, che era “Roma” (in entrambe abbiamo il Vicario e l’Assente) e che diventa qualsiasi luogo al mondo vi siano Vicari di Dio. Nulla di nuovo sotto il Sole! E nemmeno nell’animo dei cristiani, protestanti inclusi. Misura per misura è la commedia di un vicariato che, quindici secoli prima, sarebbe stato meglio non venisse mai varato.

 

Igor Sibaldi, William Shakespeare

Misura x Misura

Elogio dell’impossibile

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