di Maura Gancitano

Qualche giorno fa Raffaele Ariano ha scritto un post denunciando il messaggio che un’operatrice delle Ferrovie Tre Nord ha pronunciato dagli altoparlanti di un treno Milano-Mantova: intimava a “molestatori” e “zingari” di scendere perché avevano rotto i c…

La notizia è finita sui giornali e sono partiti degli accertamenti, ma i giustizieri della rete hanno iniziato subito a inveire contro quello che sembrava il vero cattivo, cioè Ariano – definito il solito buonista radical-chic – sommergendolo di insulti e vere e proprie minacce di morte.

C’è una vecchia regola della comunicazione che qualcuno tira fuori sempre dal cappello in questi casi: se qualcuno recepisce male il tuo messaggio, sei stato tu a comunicarlo in maniera sbagliata. Non ti sei fatto capire, la responsabilità è solo tua. Forse questo andava bene un tempo, ma oggi è una regola insufficiente a descrivere la realtà, e solleva dalla responsabilità chi fruisce del messaggio e reagisce accanendosi sul mittente.

Non si tratta più di un messaggio equivocato. Viviamo in uno stato collettivo di fastidio e rabbia costanti che non vedono l’ora di esplodere, che ogni mattina cercano una vittima da sbranare. Possono trovarla in un caso di cronaca, in una vicenda controversa o nel post di un amico. In ogni caso troveranno l’occasione per essere vomitate.

Ciò che si fa è reagire, non pensare. Si legge distrattamente qualcosa, si ascolta la prima reazione istintiva che emerge e le si dà fiato, in un turbine lunghissimo di commenti. Anche a ore e giorni di distanza si può continuare a commentare lo stesso post senza nessuna trasformazione di quella prima pulsione. Si continua a essere furiosi, schifati, disgustati, desiderosi di vendetta. Quelli sotto il post di Raffaele Ariano hanno superato i 40.000, una specie di guerra civile. 

Ariano e le altre vittime di shitstorm non possono essere responsabili delle minacce e degli insulti che ricevono, anche quando la shitstorm nasce da qualcosa di effettivamente sbagliato e infelice (vedi il mio articolo “La furia della rete” e il libro di Jon Ronson “I giustizieri della rete”). Qualunque cosa un’altra persona abbia fatto o scritto, se il tuo istinto è insultarla e minacciarla di morte, e se inizi a seguire quell’istinto, non puoi dire di non esserne responsabile, o che la responsabilità sia sua perché ha un’idea diversa dalla tua. 

I social network non si nutrono dei nostri pensieri raffinati, ma delle nostre pulsioni. Sono il loro carburante preferito. Per non farci usare dai social network, ma per usarli consapevolmente (cioè per condividere riflessioni) non possiamo dare spazio a quelle pulsioni, anche quando la vicenda o l’argomento ci toccano da vicino. Siamo sempre responsabili del modo in cui interagiamo, e oggi è sempre più facile litigare su qualunque cosa, anche se sia giusto dire arancino o arancina. Qualsiasi scusa è buona per sfogare delle pulsioni sotterranee.

Se il rapporto con i social network fosse davvero sano, non si vivrebbe lo stato di liberazione ogni volta che ci si allontana per qualche giorno da internet, né lo stato di dipendenza e identificazione che si vive quando invece si controllano quotidianamente le notifiche. La maggioranza delle persone – almeno quelle che usano i social per commentare attivamente – vive una dipendenza vera e propria, non dissimile da quella che si prova per una sostanza stupefacente, ed è per questa ragione che ha bisogno di dosi sempre più massicce di scontro, gusto per la sconfitta altrui, sarcasmo, rivalsa. È uno stato di assuefazione. 

Vicende come questa devono farci riflettere, perché il livello che sta raggiungendo il discorso pubblico di questo Paese è sempre più infimo e la disposizione con cui si legge il messaggio dell’altro è quella della lotta e del conflitto. Nessuno di noi è immune da questo virus, perché tutti possiamo trasformarci in giustizieri della rete in men che non si dica. Magari non rispetto a questa vicenda, ma in un altro caso partirà una reazione istintiva, pulsionale, e ci toccherà ricordarci di non darle spazio, di trasformarla.


 

 

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