Hannah Arendt – Ciò che voglio è comprendere

Hannah Arendt: Io non appartengo alla cerchia dei filosofi. La mia professione, se si può considerarla tale, è la teoria politica. Non mi sento affatto una filosofa, né credo di essere stata accolta nella cerchia dei filosofi, come lei gentilmente suggerisce. Rispetto poi all’altra domanda da lei posta nelle sue osservazioni iniziali, può anche essere vero, come dice lei, che la filosofia è ritenuta in genere una professione maschile, ma non per questo è destinata a rimanere tale per sempre! È perfettamente possibile che un giorno vi sia una donna filosofo…

Guenter Gaus: Ma io la considero una filosofa…

Be’, non posso farci niente; ma personalmente non credo di esserlo. Sono convinta di essermi congedata dalla filosofia una volta per tutte. Come lei ben sa, ho studiato filosofia, ma ciò non significa che da allora non abbia cambiato strada.

Vorrei che lei precisasse meglio qual e’ la differenza tra la filosofia politica e il suo lavoro di docente di teoria politica.

L’espressione “filosofia politica”, che io peraltro evito, è straordinariamente sovraccarica di tradizione. Quando parlo di queste cose, in termini accademici o non accademici, ricordo sempre che esiste una tensione vitale tra filosofia e politica. Vi è cioè una tensione tra l’uomo come essere che pensa e l’uomo come essere che agisce di cui non vi è traccia, per esempio, nella filosofia della natura. L’atteggiamento del filosofo di fronte alla natura non è diverso da quello di ogni altro uomo, e quando dice ciò che pensa su di essa egli parla nel nome dell’umanità, ma un filosofo non può essere obiettivo o neutrale rispetto alla politica. Non dopo Platone!

Capisco cosa vuole dire.

Vi è una sorta di ostilità verso la politica nel suo complesso in gran parte dei filosofi, con ben poche eccezioni. Kant è una di queste eccezioni. Tale inimicizia ha una grandissima rilevanza in questo contesto, poiché non è una questione personale, ma dipende dalla cosa stessa.

Lei non vuole avere nulla a che spartire con questa ostilità verso la politica perché ritiene che potrebbe intralciare il suo lavoro?

“Non voglio avere nulla a che spartire con questa ostilità”, proprio così! Voglio guardare alla politica, per così dire, con gli occhi sgombri dalla filosofia.

Capisco. Passiamo ora alla questione dell’emancipazione femminile. Ha mai rappresentato un problema per lei?

Sì, naturalmente, come tale il problema si ripresenta sempre. Il fatto è che io sono un po’ all’antica. Ho sempre pensato che ci sono delle professioni che non si addicono alle donne, che non vanno bene per loro, se posso esprimermi così. Non è bello quando una donna si mette a dare ordini. Se vuole rimanere femminile, una donna dovrebbe evitare di trovarsi in situazioni simili. Non so se ho torto o ragione. Per quanto mi riguarda ho sempre vissuto secondo questi principi in maniera più o meno inconscia – o meglio, più o meno conscia. Nel mio caso questo problema non ha pesato molto. Per farla breve, ho sempre fatto ciò che mi andava di fare.

Nella sostanza l’obiettivo del suo lavoro – entreremo sicuramente più nel dettaglio in seguito – è la conoscenza delle condizioni che rendono possibile l’azione e il comportamento politico. Le preme esercitare una grande influenza con i suoi scritti oppure crede che ai nostri tempi una simile influenza non sia più possibile, o semplicemente la cosa non le importa poi molto?

Sa, non è facile rispondere alla sua domanda. In tutta onestà dovrei limitarmi a dire questo: quando lavoro l’influenza è l’ultimo dei miei pensieri.

E una volta che il lavoro è finito?

A quel punto anch’io ho finito. Ciò che mi preme è comprendere. Per me scrivere significa cercare di comprendere, fa parte di questo processo di comprensione… Certe cose vengono fissate. Se avessi avuto in dono una memoria così prodigiosa da conservare davvero tutto ciò che penso, dubito fortemente che avrei mai scritto alcunché – conosco la
mia pigrizia. Per me ciò che conta è il processo stesso del pensiero. Personalmente, una volta che sono riuscita a riflettere in profondità su una questione, sono molto soddisfatta. Se poi riesco anche a tradurre in maniera adeguata il mio processo di pensiero in scrittura, ne traggo ulteriore soddisfazione. Ma lei mi chiede dell’effetto che i miei lavori hanno sugli altri. Se mi consente una chiosa ironica, questa è una domanda tipicamente maschile. Gli uomini vogliono sempre esercitare una grande influenza, ma per me non è poi così essenziale. Se penso di esercitare dell’influenza? No. Io voglio comprendere, e se altri comprendono – nello stesso senso in cui io ho compreso – allora provo un senso di appagamento, come quando ci si sente a casa in un luogo.

Le riesce facile scrivere? Formulare i suoi pensieri?

A volte sì, a volte no. Ma in generale posso dirle che non scrivo fintantoché, per così dire, non riesco a scrivere sotto mia stessa dettatura.

Finché non ha sviscerato la questione.

Sì. Devo sapere esattamente che cosa voglio scrivere. Non scrivo finché non lo so. In genere faccio un’unica redazione, e quindi me la sbrigo piuttosto in fretta; dipende solo dalla velocità con cui batto a macchina.

Lei ha studiato a Marburgo, Heidelberg e Friburgo con i professori Heidegger, Bultmann e Jaspers e si è occupata soprattutto di filosofia e, quindi, di teologia e greco. Come è arrivata a scegliere queste materie?

Be’, sa che le dico, me lo sono chiesto spesso anch’io! Posso solo dirle che ho sempre saputo che avrei studiato filosofia. Sin dall’eta’ di quattordici anni.

Perché?

Avevo letto Kant. Ma detto ciò, lei potrebbe chiedermi: perché ha letto Kant? Per me le cose stavano più o meno in questi termini: o studiare filosofia o farla finita, per così dire. Non perché non amassi la vita! Al contrario! Come ho detto in precedenza, avevo questo bisogno di comprendere… Nel mio caso il bisogno di comprendere si è manifestato
molto presto. Vede, a casa c’erano tutti questi libri; bastava allungare le mani e tirarli giù dagli scaffali.

A parte Kant, ci sono altre letture di cui ha un ricordo particolare?

Sì, in primo luogo la Psychologie der Weltanschauungen [Psicologia delle visioni del mondo], pubblicata, mi pare, nel 1920. Avevo quattordici anni. Poi ho letto Kierkegaard e le due cose si integravano a meraviglia.

Ed è qui che entra in scena la teologia?

Sì, le due cose si integravano a tal punto che mi parevano quasi coincidere. Mi chiedevo soltanto come ci si potesse occupare di teologia essendo ebrei… come si potesse fare; non ne avevo proprio idea, capisce? Avevo delle forti perplessità che si sono poi dissolte da sé col tempo. Col greco le cose stavano diversamente. Ho sempre amato molto la poesia greca, e la poesia in genere ha avuto una grande importanza nella mia vita. Così ho scelto anche il greco. In fondo era la scelta più comoda, perché lo conoscevo di già.

Le sue doti intellettuali, signora Arendt, si sono palesate molto presto. Non è che quando andava a scuola o da giovane studentessa ciò ha contribuito ad allontanarla, magari dolorosamente, dalle normali relazioni quotidiane?

Le cose sarebbero andate così se ne fossi stata consapevole. Il fatto è che io credevo che tutti fossero come me.

Quando ha capito che le cose non stavano così?

Piuttosto tardi. Preferisco non precisare quanto tardi. La cosa mi imbarazza; ero incredibilmente ingenua, in parte per l’educazione che avevo ricevuto a casa. Non si discuteva mai dei voti, perché lo si considerava un argomento non degno. Ogni genere di ambizione era considerata poco dignitosa. Comunque, la situazione non mi era del tutto chiara. Talvolta provavo un senso di estraneità rispetto agli altri.

Un’estraneità che credeva dipendesse da lei?

Sì, assolutamente. Ma questo non ha niente a che vedere col talento. Non l’ho mai collegato a esso.

Così le è capitato ogni tanto di provare disprezzo per gli altri in gioventù?

Sì, è capitato, e molto presto. E ne ho anche sofferto perché sapevo che non era giusto, che non era lecito, eccetera.

Quando lasciò la Germania nel 1933 si trasferì a Parigi dove lavorò in un’organizzazione il cui compito era di far emigrare giovani ebrei in Palestina. Vuole dirmi qualcosa in proposito?

Questa organizzazione trasferiva dei giovani ebrei di età compresa tra i tredici e i diciassette anni dalla Germania alla Palestina e li alloggiava presso dei kibbutz. È per questo che conosco piuttosto bene questi insediamenti.

E dai loro primi passi.

Sì, dai loro primi passi. A quel tempo avevo grande rispetto per loro. I ragazzi ricevevano una formazione professionale e una nuova formazione scolastica. In alcuni casi sono riuscita a far entrare di nascosto anche dei ragazzi polacchi. Si trattava di un lavoro sociale ed educativo regolare. Nel paese vi erano dei grandi campi in cui i ragazzi venivano preparati al trasferimento in Palestina, andavano a lezione, imparavano a coltivare la terra e, soprattutto, mettevano sù qualche chilo. Il nostro compito era di vestirli da capo a piedi, cucinare per loro, ma soprattutto procurar loro i documenti, trattare coi genitori e, prima ancora, procurar loro dei soldi. In ciò consisteva gran parte del mio lavoro. Lavoravo insieme a delle donne francesi e questo è più o meno quello che facevamo. Forse lei vuole sapere ora percé ho deciso di intraprendere questo lavoro?

Certo.

Vede, io venivo da una formazione puramente accademica e, da questo punto di vista, il 1933 ha lasciato su di me una traccia indelebile. Anzitutto in senso positivo e poi negativo. Forse farei meglio a dire prima in senso negativo e poi positivo. Oggi molti pensano che per gli ebrei l’ascesa di Hitler al potere sia stato uno shock. Ma per quanto riguarda me e quelli della mia generazione posso dire che questo è un curioso equivoco. Ovviamente si trattava di un fatto grave, ma era politico, non personale. Non avevamo bisogno dell’ascesa di Hitler al potere per capire che i nazisti erano nostri nemici! La cosa era assolutamente chiara ormai già da quattro anni per chiunque avesse un minimo di cervello. E sapevamo anche che moltissimi tedeschi erano dalla loro parte. Ciò non poteva rappresentare una sorpresa o uno shock nel 1933.

Vuole dire che il vero trauma fu scoprire che gli eventi da politici si stavano trasformando in personali?

Non tanto questo. O meglio anche questo. In primo luogo ciò che era politico in senso lato divenne un destino personale al momento dell’emigrazione. In secondo luogo… gli amici si “uniformavano” o si allineavano. Il problema, il problema personale, non era ciò che facevano i nostri nemici, ma ciò che facevano i nostri amici. Sull’onda della Gleichschaltung (uniformazione), che era relativamente volontaria – in ogni caso, non ancora indotta dal terrore – era come se intorno a noi si fosse creato uno spazio vuoto. Io vivevo in un ambiente intellettuale, ma conoscevo anche altra gente, e tra gli intellettuali la Gleichschaltung era, per così dire, la regola; non così per gli altri. E non l’ho mai dimenticato. Ho lasciato la Germania ossessionata dall’idea – ovviamente un po’ esagerata – che… mai più! Non mi immischierò mai più in nessun genere di attività intellettuale. Non voglio avere nulla a che spartire con quella genia. Per di più allora non credevo che gli intellettuali ebrei o tedeschi si sarebbero comportati in maniera diversa se la loro situazione fosse stata diversa. Non lo credevo affatto. Ero convinta che dipendesse dalla professione, dal fatto di essere degli intellettuali. Sto parlando al passato. Ora ne so di più in proposito…

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