Hai la tosse perché sei arrabbiato con tua madre! [Perché le diagnosi olistiche possono essere pericolose]

di Maura Gancitano

Gran parte delle discipline occidentali hanno come scopo la normalizzazione dell’individuo: hai una patologia? Io posso aiutarti a tornare “normale”! Ma esiste davvero una normalità? Io sto con Foucault e penso che la normalità sia una convenzione sociale, e che al contrario coltivare la propria anormalità sia sinonimo di salute. Una persona che la società considera normale rischia di essere totalmente schiacciata dai condizionamenti.

Eppure questa idea di normalizzazione è molto diffusa nel mondo occidentale, sia a livello di medicina ufficiale, sia a livello di psicologia. Sono poche le discipline che accolgono le caratteristiche della persona senza volerle riprogrammare.

Qualcosa del genere accade spesso anche nelle tecniche olistiche, e se in base al risultato degli esami del sangue il medico tradizionale giudica il tuo organismo, in base a quanto il tuo corpo si adegua agli standard l’operatore olistico giudica il tuo livello di felicità e il tuo stato di coscienza. Anzi, è più pericoloso, perché collega l’aspetto esteriore a quello interiore, travisando del tutto l’idea greca di kalokagathìa, e spinge al senso di colpa.

È un problema gnoseologico ed epistemologico, prima di tutto. In sostanza, tante persone sostituiscono il modello di pensiero ufficiale con uno alternativo, ma senza cambiare il modo in cui pensano. Henry Corbin lo chiamava riflesso agnostico dell’uomo occidentale. È questo che porta spesso chi si occupa di medicine alternative e terapie energetiche ad avere la presunzione di “misurare” la persona, di scrivere manuali in cui mostra come un certo sintomo sia legato a un certo problema psicologico, perché il nesso causa-effetto è vero nel 100% dei casi. Quindi tutti quelli che hanno il raffreddore in realtà stanno inconsciamente reprimendo il pianto per qualcosa che li ha feriti, o chi ha un dolore al braccio destro è un omosessuale latente eccetera eccetera.

Io credo che sia necessario, al contrario, fare uno stravolgimento epistemologico, anche perché mentre nella medicina ufficiale il sintomo è separato dalle dinamiche psicologiche della persona, nell’approccio olistico è facile cadere nel senso di colpa per un raffreddore o un ginocchio della lavandaia. Cioè non mi sono rotto due dita del piede perché mi è caduto l’armadio addosso, ma mi è caduto l’armadio addosso perché ho un problema con mia madre. Questo porta a sviluppare paranoie e sensi di colpa anche per accidenti e accadimenti quotidiani.

E non significa, ovviamente, che tutti gli operatori si comportano così o che tutte le discipline olistiche hanno quell’impostazione. Significa, però, che come occidentali veniamo educati secondo un modello di pensiero che è funzionale quando si parla di discipline scientifiche e vita ordinaria, ma non può andare bene per la ricerca interiore o i percorsi olistici.

In Gli insegnamenti di Carlos Castaneda, Armando Torres racconta di una sciamana che si diceva molto contenta che gli europei avessero iniziato ad adottare l’agopuntura, ma la faceva ridere moltissimo il fatto che utilizzassero una mappa. Ciascuno è diverso, infatti, e in ciascun corpo i punti sono diversi, e addirittura per qualcuno l’agopuntura può essere dannosa. Nessuna tecnica è valida nel 100% dei casi. Bisogna davvero sentire l’altra persona, imparare a percepire il suo corpo, imparare a conoscere in un modo nuovo. E se la mappa può essere utile all’inizio, poi diventa carta straccia.

Ogni pratica che voglia normalizzare e riprogrammare l’individuo è una pratica pericolosa, a cui stare attenti sia quando si è operatori, sia quando ci si affida agli operatori. Ci sono caratteristiche strane, anormali, che per gli altri possono essere disfunzionali, brutte, inutili, ma che ti rendono davvero quello che sei.

 

3 replies on “Hai la tosse perché sei arrabbiato con tua madre! [Perché le diagnosi olistiche possono essere pericolose]

  • Monja Da Riva

    Ciao,
    sono una counsellor e un’operatrice shiatsu e ti dico grazie. Sono mesi che cerco di capire come fare ad esprimere il mio pensiero riguardo esattamente questi temi; oggi, leggendo il tuo articolo, mi sono sentita sollevata.
    Non è facile essere espliciti quando il tuo pensiero va contro la corrente di gran parte dei tuoi colleghi, e lo è ancora meno quando pensi che forse sei l’unica ad inorridire davanti a certe “diagnosi”.
    Oggi mi sento meno sola, e credo proprio che asseconderò quella spinta a dire esplicitamente quello che penso anche nei miei canali.

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  • Luca

    Bello grazie. Da operatore del settore questo è ciò che mette in dubbio il mio operare in questo settore.
    In questo marasma di soggettività e unicità tu indichi il sentire l’altra persone come bussola, io pensavo alla felicità intesa come potenzialità della persona di stare in quella situazione. Intendo quanto può, secondo me, reggere questo fastidio e quindi non necessita di un aiuto ma solo di un leggero accompagnamento, e quanto invece non può farcela ed è troppo e quindi ha bisogno di una mano x tornare in una zona di disagio sopportabile?
    La tua bussola del sentire, nella pratica, hai pensato come può realizzarsi? Come funziona?
    Sono curioso, magari cambio modo.
    Grazie, un abbraccio.

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