Gore Vidal – Gli Stati Uniti visti dall’interno

Lei è stato un protagonista della seconda metà del XX secolo. 
Grazie alla posizione strategica del luogo in cui sono nato e alla particolare famiglia a cui appartengo posso dire che la Storia è stata per me un’esperienza personale. La formazione dell’impero anglo-americano e la caduta della Germania sono stati gli avvenimenti fondamentali degli anni Quaranta. Sono cresciuto a Washington in ambiente politico e ho iniziato a scrivere in un periodo molto importante per la storia mondiale.

Ha fatto delle dichiarazioni sconvolgenti relative all’entrata in guerra degli Usa nella Seconda guerra mondiale. 
L’ottanta per cento degli americani era contrario all’entrata in guerra, ma so che Roosevelt, la cui vedova Eleanor era una mia cara amica, ha voluto la guerra anche per salvare la Gran Bretagna da una possibile invasione.

Ma allora è vero che il presidente Roosevelt sapeva che il Giappone avrebbe attaccato e l’ha tenuto nascosto proprio perché voleva l’entrata in guerra? 
Roosevelt è stato il nostro Augusto, il nostro imperatore. Era molto acuto, straordinariamente intelligente, era il nostro Machiavelli. Sapeva che bisognava andare in guerra perché Hitler aveva instaurato una situazione insopportabile in Europa e ovviamente non voleva che l’Europa “morisse”. Considerava Hitler una specie di virus, una malattia grave per l’umanità, doveva però convincere gli americani che era necessario entrare in guerra, trovare un pretesto credibile. Negli anni Quaranta, quando ero ragazzo, vivevo a Washington in un ambiente immerso nella politica: mio nonno infatti era Presidente del Senato americano e odiava Roosevelt, mentre mio padre lo ammirava.

Che cosa avvenne allora?
Ci convinsero che i giapponesi erano dei “subumani”, quasi degli animali che ci odiavano perché eravamo belli, ricchi e grassi. Roosevelt cercava in tutti i modi di provocare il Giappone perché attaccasse per primo. I giapponesi avevano fatto un accordo con tedeschi e italiani, il famoso patto tripartito, e quindi il presidente pensava che se il Giappone avesse attaccato saremmo entrati in guerra. Ma erano loro a dover fare la prima mossa, dovevano fare un errore. A questo scopo furono provocati per un intero anno: nel novembre del ’41 due ambasciatori giapponesi vennero a Washington e Roosevelt fece alcuni gesti per aizzarli contro di noi. Per prima cosa chiese che i nipponici lasciassero la Cina e poi che rinunciassero al patto tripartito con Germania e Italia. I giapponesi chiesero di raggiungere un compromesso, ma Roosevelt rifiutò, dichiarando che se non avessero rispettato quei patti avrebbe tagliato i fondi, avrebbe tolto al Giappone petrolio, risorse naturali, materie prime. Quindi non gli restò che aspettare. Gli Stati Uniti infransero tutti i codici militari e mentre noi sapevamo tutto sulle mosse del nemico, loro erano all’oscuro dei nostri piani. Dovevano attaccare per primi e lo fecero, come tutti sanno, a Pearl Harbour. Io entrai nell’esercito a 17 anni nel 1943 e ci restai fino al 1946.

Perché non si è mai parlato di questi episodi?
Tutto quello ho scritto è risaputo però non lo si può dire perché va contro a troppi miti patriottici. Noi siamo andati nel Pacifico a combattere una guerra contro quelli che, stupidamente, giudicavamo esseri subumani, il diavolo in persona: non potevano dirci la verità, né ci era lasciata alcuna possibilità di scelta. Effettivamente noi stavamo costruendo una marina potentissima e negli anni successivi, con le nostre azioni, siamo riusciti a edificare un impero globale: solo una mente machiavellica poteva programmare tutto questo. Fino a poco tempo fa però questi fatti erano sconosciuti a causa del sentimentalismo degli storici. Non si poteva mettere in dubbio la moralità degli Usa. Io, con le mie parole, ho provocato una vera e propria tempesta perché tutti sapevano, esistevano le prove di tutto quello che ho detto, ma era stato tutto secretato fino al 1995. In un sistema controllato come quello degli Stati Uniti è molto forte la censura, che già inizia dalla scuola primaria quando ai bambini vengono raccontate le favole. Questo indottrinamento insomma inizia molto presto e insegna a tutti gli americani che c’è un solo punto di vista, il nostro, non ne esistono altri. Pensi che si indicano agli scrittori anche gli argomenti su cui devono scrivere! Sicuramente molti intellettuali non sanno queste cose perché non entrano nei meccanismi della politica, ma nei giornali c’è solo grande propaganda e l’informazione che arriva dall’esterno non viene assolutamente tenuta in considerazione. Negli anni Cinquanta Truman ha tenuto in stato di guerra gli Stati Uniti, ma agli americani non è stato detto assolutamente nulla. Solo il Congresso poteva decidere se andare in guerra o meno. Dopo Pearl Harbour ci sono state 50 guerre (dalla Corea al Kossovo), ma nessuna di queste è stata dichiarata, nessuna di queste era legale. Non se ne può quindi avere una memoria collettiva. È il Presidente a decidere tutto: se decide di andare in guerra si va in guerra.

Esistono però molti movimenti di contestazione e di critica, di difesa dei diritti civili.
Ma i vari movimenti non producono mai vera cultura, rimangono sempre in qualche modo schiacciati dal potere o dopo un po’ diventano essi stessi potere. Di diritti se ne è parlato molto, è un argomento dibattuto, ma le farei questo esempio: quando un mago mette in una tasca un coniglio, e con l’altra mano fa vedere un’altra cosa e si guarda la mano sbagliata, può essere che stia rubando dei soldi dalle tasche o… stia facendo guerra al Vietnam. È solo un meccanismo diversivo, una delle tante cose che servono come lavaggio del cervello. Mi meraviglio come gli Europei credano a tutte le bugie che diciamo: controlliamo la tv, i film e anche nelle tragedie l’America offre sempre un’immagine felice. Le statistiche dicono che il 20% della popolazione è benestante, ma è benestante perché lavora per quell’1% che governa l’America. Nelle ultime elezioni mi è stato detto che le campagne elettorali di Gore e Bush sono costate 3 miliardi di dollari, per un’elezione che alla fine è stata rubata dalla Corte Suprema, e in un paese dove c’erano due forze molto simili, entrambe conservatrici…

Che cosa ne pensa del movimento dei no-global?
Stiamo assistendo alla scomparsa dello stato-nazione, che è nato con il trattato di Westfalia e ricreato da Lincoln e Bismarck per opera dei quali è sorto lo stato moderno. Io credo che Blair sia interessante per le sue scelte di devoluzione: ha lasciato andare gli Scozzesi e in qualche modo anche i Gallesi e penso che questa sarà la direzione che prenderà la Spagna con i Paesi Baschi. Per ora non dirò nulla riguardo a Bossi… Comunque credo che oggi esista un movimento sia centrifugo che centripeto: basti pensare all’Unione Europea e all’Euro. Credo anche che il movimento dei no-global alla fine sia salutare, che favorisca un certo scambio di idee e che magari ci possa anche salvare.

E il problema del cosiddetto “melting pot”?
I bianchi sono una minoranza nella parte sud della California, però come non definire bianchi anche gli ispanici? Certo è che questo è un segno della forza centripeta del movimento. Il più grande disastro degli Usa, la guerra del Vietnam, ci ha portato molti asiatici che ora risiedono nel Golfo del Messico, e hanno introdotto anche una novità molto particolare: il Confucianesimo. Confucio crede nell’educazione, nella morale: se si porta più morale negli Stati Uniti si può contrastare il fondamentalismo protestante che li domina.

Secondo lei oggi l’America è cambiata e in che cosa?
È un impero che però deve sempre mascherare di generosità i propri interventi all’estero, anche quelli bellici. Gli Stati Uniti sono il soggetto dei miei libri, ma in pratica parlo sempre di me, è un affare di famiglia, è come se io vi chiedessi che cosa pensate di vostro nonno. Gli Usa seguono in fondo le leggi della fisica, tutto si distrugge e quindi anche noi iniziamo a perdere energia. I grandi imperi sono durati per secoli, noi saremo fortunati se il nostro durerà ancora 10 anni.

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