di Maura Gancitano e Andrea Colamedici

L’origine degli Esseni, detti anche Nazareni, viene fatta abitualmente risalire al II secolo avanti Cristo. In Antichità giudaiche Tito Flavio Giuseppe, storico e politico romano, ne traccia i lineamenti all’interno della storia del popolo ebraico. Altre testimonianze sugli Esseni ci sono giunte grazie alla Storia Naturale di Plinio il Vecchio, in cui sono presentati come un gruppo che non praticava il matrimonio e non possedeva denaro.
Il grande interesse nei confronti degli Esseni nasce però nel 1947, quando vengono scoperti i primi Rotoli del Mar Morto, noti anche come la Biblioteca Essena. Tra il 1946 e il 1956 sulla riva nord-occidentale del Mar Morto, prima i pastori beduini e poi una squadra di archeologi trovano un totale di 972 manoscritti, sotto forma di rotoli interi e di frammenti di rotoli, attribuiti in gran parte a questa antica comunità. Purtroppo, in nessuno dei 972 testi si trova una traccia esplicita dei celebri Specchi Esseni, che i seguaci della New Age assimilano alle parabole del Vangelo. Come mai?
I Sette Specchi Esseni sono un esempio particolarmente efficace della pericolosa superficialità contemporanea.

«Gesù era un Esseno, una setta del Giudaismo. Gregg Braden lo spiega e condivide delle storie esemplari. Gli Esseni capirono che impariamo e diventiamo ciò che siamo attraverso le relazioni che rispecchiano la nostra coscienza», ha scritto un’esponente della Good Vibe University, «un portale virtuale per condurre all’arte del manifestare e invocare i nostri poteri nel creare la realtà».

Risulterebbe che il gruppo ebraico degli Esseni abbia lasciato in dote un metodo trasformativo denominato i Sette Specchi Esseni o Teoria dei Sette Specchi, una testimonianza delle loro capacità psicologico-introspettive. Leggiamo da un articolo su internet: “la definizione di “specchi” nasce da un principio fondamentale secondo il quale le azioni, le scelte, le esperienze e il linguaggio di coloro che ci circondano riflettono in ogni momento della nostra vita la nostra realtà interiore. Ciò che è fuori di te è il corrispondente visibile di ciò che c’è dentro di te”. Niente di più falso.

Il primo a parlare dei Sette Specchi Esseni è stato nel 1997 il noto divulgatore Gregg Braden in Walking between the Worlds, che ha poi ripreso e ampliato il tema nel 2007 nell’opera The Divine Matrix. Scrive Braden: “Nei testi Copti, Gnostici e Esseni che sono stati scoperti come parte della biblioteca di Nag Hammadi nel 1945, per esempio, abbiamo di fronte una serie di specchi che tutti noi fronteggeremo in qualche momento della vita”.

L’autore fa seguire una lista di cinque specchi, denominati in questo caso i Cinque Antichi Specchi della Relazione, ordinati «dal più ovvio al più sottile». Nel corso degli anni i cinque specchi sono diventati sette. La graduale semplificazione – dal Vangelo di Tomaso a Braden e da Braden agli innumerevoli vademecum scritti esclusivamente sulla base delle teorie dello scrittore americano – li ha trasformati in validissimi strumenti per isolare e analizzare i grandi traumi dell’uomo occidentale.
Attenzione: Braden non è peggiore dei propri colleghi, non intendiamo screditarlo come persona né abbiamo deciso di accanirci contro di lui. Non s’intenda, cioè, leggere in questa analisi una critica volta al personaggio in questione, che non ha nulla in meno o in più rispetto alle migliaia di piccoli e grandi animatori dell’ambiente spirituale. Perché proprio gli Specchi, allora? Perché, a nostro avviso, tra le definizioni che li riguardano è riscontrabile una buona sintesi delle più limitanti credenze “spirituali” in circolazione, un processo di manipolazione di una lunga serie di disinformazioni e semplificazioni.

In Tu non sei Dio abbiamo esaminato uno per uno gli Specchi di Braden, mostrando l’interpretazione semplicistica e gli errori filologici, dovuti in gran parte anche all’ignoranza delle condizioni storico-sociali del tempo. Qui proponiamo uno di questi casi, cioè il Terzo Specchio.

L’ALTRO
Torniamo al Vangelo di Tomaso, versetto 97:

Il regno è come una donna che portava una giara piena di farina. Mentre camminava per una lunga strada, il manico della giara si ruppe e la farina le si sparse dietro sulla strada. Lei non lo sapeva; non si era accorta di nulla. Quando raggiunse la sua casa, posò la giara e scoprì che era vuota.

Senza argomentare su questioni teologiche, appare chiaro che i versetti hanno una portata straordinaria, ci ricordano la difficoltà dell’essere umano di fare attenzione, di ricordarsi di quello che nei Vangeli si chiama Regno dei Cieli ma a cui ogni tradizione spirituale ha dato vari nomi. Ci ricorda uno stato di coscienza da raggiungere e coltivare, dunque la possibilità di un contatto con qualcosa di trascendente.

Da questo versetto Braden trae il terzo Specchio, e nel video Camminare tra i mondi afferma: “Attraverso la saggezza del terzo Specchio ci viene chiesto di ammettere la possibilità che, nella nostra innocenza, noi rinunciamo a delle grosse parti di noi stessi, per poter sopravvivere alle esperienze della vita. Possono venir perse, senza che noi ce ne rendiamo conto, o forse le perdiamo consapevolmente o ancora ci vengono portate via da coloro che hanno un potere su di noi […] Se vi trovate in presenza di  qualcuno e, per qualche motivo inspiegabile, sentite l’esigenza di passare del tempo con quella persona, ponetevi una domanda: che cosa ha questa persona che io ho perduto, ho ceduto, o mi è stato portato via?  La risposta  potrebbe sorprendervi molto perché in realtà riconoscerete questa sensazione di familiarità, quasi verso  chiunque incontriate. Cioè vedrete delle parti di voi stessi in tutti.  Questo è il terzo mistero dei rapporti umani”.

L’interpretazione di Braden è che tutto ciò che accade nel mondo intorno a te parla di te: se è bello rispecchia la tua capacità di attrarre il bello, se è brutto rispecchia quegli aspetti di te che non vuoi vedere perché sono brutti. Una psicologia spicciola, che ha davvero più a che vedere con il self help che con la spiritualità, ma che usa i testi evangelici e si fregia dell’etichetta di spiritualità, dunque viene riconosciuta come spiritualità.
L’idea che tutto ti faccia da specchio, e ciò che tutto il mondo sia una superficie che riflette unicamente te rappresenta la deriva narcisistica ed ego-riferita della spiritualità contemporanea, che è chiaramente la caratteristica di tutta la nostra società.

Non si tratta più di percepire qualcosa che ti supera, di renderti conto di quali siano i filtri che ti separano dalla reale visione della realtà, ma si tratta sempre di vedere riflessa sempre la propria faccia in qualunque fenomeno, in qualunque persona. L’altro non è mai altro, parla sempre di me. E parla sempre di me perché io non riesco a osservare nel mondo qualcosa che sia altro da me.

Ironicamente, è proprio questo l’atteggiamento che porta la donna a non accorgersi di aver perso la farina: l’identificazione con se stessi, nemica di qualunque ricerca spirituale.

Cercare negli altri principalmente il proprio specchio implica l’intento di depotenziare l’Altro, proteggendosi dal bagaglio di mistero che comporta: «la mia libertà non ha l’ultima parola, io non sono solo» scrive in Totalità e Infinito l’illuminante filosofo lituano Emmanuel Lévinas, che continua:

Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.

Un’analisi completa degli Specchi di Braden si trova Tu non sei Dio (Edizioni Tlon, 2016)

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