Giorgio Agamben – Pilato, l’unico vero personaggio del nuovo testamento

Il symbolon, il “credo” in cui i cristiani compendiano la loro fede, contiene, accanto a quelli del “signore Gesù Cristo” e della “vergine Maria”, un unico nome proprio, de tutto estraneo – almeno un apparenza – al suo contesto teologico. Si tratta, per di più, di un pagano, Ponzio Pilato: staurothenta te yper emon epi Pontiou Pilatou, “crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato”. Il “credo” che i padri avevano formulato a Nicea nel 325 non conosceva questo nome. Esso vi fu nel 381 dal Concilio di Constantinopoli, secondo ogni evidenza per fissare anche cronologicamente il carattere storico della passione di Gesù. “Il credo cristiano”, è stato osservato, “parla di processi storici. Ponzio Pilato vi figura per ragioni esistenziali e non è solamente un uccello del malaugurio capitato per caso in quei luoghi” (Schmitt, p. 253). Che il cristianesimo sia una religione storica, che i “misteri” si cui essa parla siano anche e innanzitutto fatti storici, è scontato. Se è vero che l’incarnazione di Cristo è “un evento storico di infinita, inappropriabile, inoccupabile unicità” (ibid), il processo di Gesù è allora uno dei momenti chiave della storia dell’umanità, in cui l’eternità ha incrociato in un punto decisivo la storia. Tanto più urgente è il compito di comprendere come e perché questo incrocio fra il temporale e l’eterno e fra il divino e l’umano, abbia assunto proprio la forma di una krisis, cioè di un giudizio processuale.

Perché proprio lui, Pilato? Una formula del tipo di Tiberiou Kaesaros – che si legge sulle monete coniate da Pilato e aveva per sé l’autorità di Luca, che data così la predicazione di Giovanni (Lc. 3,1) – o sub Tiberiou (come Dante fa dire a Virgilio “nacqui sub Iulio”, Inf. 1,70) sarebbe sta certamente più consona all’uso. Se i padri riuniti a Costantinopoli hanno preferito Pilato a Tiberio, il prefetto – o, come preferisce chiamarlo Tacito (Ann. XV,44), in una delle poche testimonianze extrabibliche che menzionano il suo nome, il “procuratore” della Giudea –  a Cesare, è possibile che sull’indubbio intento iconografico abbia prevalso il rilievo che la figura di Pilato ha nella narrazione dei Vangeli. Nella puntigliosa attenzione con cui soprattutto Giovanni, ma anche Marco, Luca e Matteo descrivono le sue esitazioni, il suo tergiversare e mutare opinione, riferendo alla lettere le sue parole, a volte decisamente enigmatiche, gli evangelisti rivelano forse per la prima volta qualcosa come l’intenzione di costruire un personaggio, con la sua psicologia e i suoi idiotismi. È la vivezza di questo ritratto che fa esclamare a Lavater in una lettera a Goethe del 1781: “Io trovo in lui tutto: cielo, terra e inferno, virtù, vizio, saggezza, follia, destino, libertà: egli è il simbolo di tutto in tutto”. Si può dire, in questo senso, che Pilato sia forse l’unico vero “personaggio” dei Vangeli (Nietzsche lo ha definito nell’Anticristo “l’unica figura – Figur – del Nuovo Testamento che meriti rispetto”), un uomo di cui conosciamo le passioni (“si meraviglia molto”, Mt. 27,14; Mc. 15,5; “ha grande paura” Gv. 19,8) il risentimento e l’ombrosità (come quando, a Gesù che non gli risponde, grida: “Ah, non mi parli – emoi oi laleis! Non sai che posso liberarti o farti crocifiggere?”), l’ironia (almeno secondo alcuni, nella famigerata replica a Gesù: “Che cos’è la verità?”), l’ipocrita scrupolosità (di cui testimonia tanto il sollevare una questione di competenza con Erode che il lavacro rituale delle mani, con cui crede di purificarsi del sangue del giusto condannato), la stizza (il perentorio “quel che ho scritto, ho scritto” ai sacerdoti che gli chiedono di cambiare l’iscrizione sulla croce). Ne conosciamo fuggevolmente anche la moglie, che durante il processo gli manda a dire di non condannare Gesù, “perché oggi ho molto sofferto in sogno a causa sua” (Mt. 27,19).

Di questa vocazione a diventare personaggio si ricorderanno Michail Bulgakov, nelle stupende storie su Pilato che il diavolo racconta nel Maestro e Margherita, Alexander Lernet-Holenia, nella grandiosa farsa teologica inserita nel Conte di Saint Germain. Ma ne testimonia per tempo, nei testi che ci si ostina a chiamare “apocrifi” del Nuovo Testamento (il termIne, che ha finito col significare “falsi, non autentici”, significa in verità semplicemente “nascosti”), la presenza di un vero e proprio ciclo di Pilato. Innanzitutto nel Vangelo di Nicodemo (Moraldi, pp. 567-588), in cui il processo di Gesù è messo in scena in modo molto più dettagliato rispetto ai sinottici. Quando Gesù è introdotto da Pilato, gli stendardi che i vessilliferi tengono in mano si inchinano miracolosamente davanti a lui. Nel processo intervengono anche dodici proseliti che testimoniano – contro l’accusa che Gesù sia “figlio della fornicazione” – che Giuseppe e Maria hanno contratto matrimonio, e Nicodemo, che testimonia anch’egli a favore di Gesù. In generale tutto il processo è qui reso drammaticamente come un contraddittorio fra gli accusatori ebrei, che sono nominati uno per uno (Anna, Califa, Summa e Datan, Gamaliele, Giuda, Levi, Alessandro, Neftali e Giairo) e Pilato, che appare spesso fuori di sé ed è quasi apertamente dalla parte di Gesù, anche perché sua moglie” è devota a Dio e simpatizza on gli Ebrei”. Il dialogo con Gesù sulla verità, che nei sinottici termina bruscamente con la domanda di Pilato, qui, come vedremo, continua e acquista tutt’altro significato. Tanto più inaspettato e il cedimento finale di Pilato alle insistenze degli Ebrei, quando preso da un improvviso timore, ordina che Cristo sia flagellato e crocifisso.

La leggenda su Pilato (i cosiddetti Acta o Gesta Pilati) si costituisce secondo due linee divergenti. Innanzitutto una leggenda “bianca”, attestata dalle lettere pseudoepigrafe a Tiberio, insieme a sua moglie Procla, avrebbe compreso la divinità di Gesù e solo per debolezza avrebbe ceduto alle insistenza degli Ebrei. Di questa leggenda testimonia Tertulliano scrivendo che Pilato era stato forzato a far crocifiggere Gesù dalle violente pressioni degli Ebrei (violentia suffragiorum in crucem dedi sibi extorserint), ma “essendo già nel suo intimo cristiano (pro sua conscientia christianus)” aveva informato con una lettera l’Imperatore dei miracoli e della resurrezione di Gesù (Apol. XXI, 18-24). La Paradosis (qualcosa come la “consegna”, ma anche la tradizione”) di Pilato presuppone la redazione di questa lettera (dicui esistono numerose versioni, tutte, ovviamente, false) e comincia appunto con l’indignazione di Tiberio dopo la lettera del messaggio (Moraldi, pp. 717-723). Egli fa condurre Pilato in catene a Roma e gli chiede come abbia potuto crocifiggere un uomo che sapeva autore di così grandi prodigi. Pilato si giustifica accusando gli Ebrei e si dichiara persuaso che Gesù “fosse superiore a tutte le divinità che noi adoriamo”. La leggenda bianca di Pilato lo presenta cioè, paradossalmente, in qualche modo come un segreto campione del cristianesimo contro gli Ebrei e i pagani. Ne testimonia l’autodifesa che Pilato rivolge a Gesù quando Tiberio decide di punirlo con la decapitazione:

Signore, non mi confondere con questi miserabili Ebrei nella distruzione. Giacché, se io ho levato la mano contro di te, l’ho fatto forzato da quella folla di Ebrei che mi tormentava: ma tu sai che ho agito per ignoranza. Non condannarmi dunque per questo peccato, ma perdonami e così perdona anche la tua serva Procla, che mi sta accanto nell’ora della morte e che tu hai destinato a profetizzare la tua crocifissione. Non condannarla a causa della mia mancanza ma abbi pietà e includici fra i tuoi giusti.

E quando un Pilato ormai cristianizzato termina la sua supplica, si ode dal cielo una voce che ne annuncia la salvezza:

Tutti i popoli e tutte le generazioni proclameranno la tua felicità, perché sotto il tuo governo hanno avuto compimento le profezie che mi riguardavano. E tu, mio testimone, comparirai nella mia seconda venuta allorché giudicherò le dodici tribù di Israele e coloro che non confessano il mio nome.

A questo punto Pilato viene decapitato, ma un angelo ne raccoglie la testa mozzata. Procla, alla vista dell’angelo che porta in cielo la testa, “piena di beatitudine, emise l’ultimo respiro e fu sepolta con suo marito per volere del nostro Signore Gesù Cristo”. La cristianizzazione di Pilato tocca il suo vertice nel Vangelo di Gamaliele, conservato in una recensione etiopica. Qui si legge che

Pilato e sua moglie amavano Gesù come se stessi. Egli lo aveva fatto flagellare per compiacere i malvagi Ebrei, affinché il loro cuore si disponesse più favorevolmente e lo lasciassero andare senza condannarlo a morte. (Moraldi, p. 662)

Gli Ebrei lo avevano, infatti, ingannato, facendogli credere che, se lo avesse punito in quel modo, essi lo avrebbero lasciato andare. Per questo, dopo la crocifissione, Gesù appare in sogno a Pilato (“il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei”) e lo consola dicendo: “Pilato, tu piangi forte perché hai flagellato Gesù? Non aver paura! Si è, infatti, avverato ciò che di lui era stato scritto” (ivi, p. 673). Si è osservato che la giustificazione di Pilato da parte dei cristiani mirava ad accattivarsi la benevolenza dei Romani e cessò per questo con la fine delle persecuzioni. Quel che è certo, in ogni caso, è che l’assoluzione di Pilato nella leggenda coincide con l’intenzione di attribuire la responsabilità della crocifissione esclusivamente agli Ebrei. Non stupisce, pertanto, che Pilato finisca con l’essere santificato dalla Chiesa etiopica e sua moglie festeggiata nella Chiesa greca il 26 ottobre.

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