Franco Maria Ricci – L’importanza della bellezza nell’editoria

Intervista di Antonio Gnoli pubblicata su Repubblica il 9 febbraio 2014.

 

Cosa ricorda degli anni Settanta e Ottanta?
“Ero più giovane e più bello, in un’Italia non ancora interamente depressa. Dove, anzi, gli stranieri scoprivano il fascino di certe idee, e la forza della nostra unicità. Oggi si torna a parlare delle potenzialità di questo paese, dimenticando che allora fummo in pochi a crederci e a rischiare”.

Lei cosa ha rischiato?
“Cambiai mestiere, passando dal mondo certo della geologia a quello incerto della grafica”.

In origine è stato geologo?
“In origine avrei voluto essere un archeologo. Fu mio zio a dirmi se ero matto. Immaginavo missioni avventurose e grandi civiltà scomparse. Lui mi richiamò alla realtà: guarda, se ti va bene, ti mettono a incollare i cocci”.

Perciò che fa?
“Mi interesso di geologia. Era un buon compromesso. In fondo, bisognava sempre scavare. Avevo tra l’altro un cugino a capo di una società petrolifera. A un certo punto gli chiesi se poteva suggerirmi qualche prospettiva. Mi spedì in Mesopotamia dove avevano una concessione. Vado nella zona di Diyarbakir, frutto della civiltà ittita e ultimo avamposto dei romani. Ricordo il fiume Tigri. Impressionante. Resistetti sei mesi. Per il caldo dormivo all’aperto, su un lettino da campo. La mattina mi svegliavano le facce dei curdi protese su di me. La bellezza del posto urtava con la fatica dei giorni”.

Non resistette?
“Perché non fosse proprio una fuga, presi a pretesto qualche episodio di vaiolo che nel frattempo c’era stato. Tornai in Italia, a Parma. Magro, tonico, senza un mestiere. La sola cosa nella quale mi sembrava di eccellere era distinguere il bello dal brutto. Cominciai timidamente con qualche prova grafica. Un bel giorno mi chiesero di disegnare un manifesto per un festival teatrale. Fu notato dal direttore di uno studio americano. Cominciò così la mia fortuna. Mi trasferii a Milano. Erano i primi anni Sessanta. Stavo nel cuore della grafica europea e guadagnavo un sacco di soldi. Poi scoprii Giambattista Bodoni “.

Lo stampatore?
“Definirlo così è riduttivo. Fu un genio del carattere. Mi invaghii del Manuale tipografico. Cominciai a tormentare gli antiquari per avere i suoi libri. Bellissimi. Unici. Con pazienza misi insieme una collezione ragguardevole di testi. Che fu alla base della mia casa editrice. Era il 1965”.

Bodoni da un lato e Borges dall’altro. Le due B.
“Una la grafica, l’altra la letteratura. Mi fu immediatamente chiaro il progetto: fare libri smaglianti, esclusivi che andassero nella direzione opposta a quella di una cultura acquistata a buon mercato. Giulio Einaudi, con un sorrisetto di sufficienza, mi sconsigliò di continuare, pena la catastrofe. Non capiva, o faceva finta di non capire, che se il mondo è pieno di poveri ci sono anche tanti ricchi disposti a seguirti. Del resto, a quale categoria crede lui appartenesse?”.

Non ho dubbi sul censo di Einaudi. Ma cosa significa oggi questo elogio del lusso?
“Le sembra intempestivo? Questo paese ha trovato nel lusso le sue ragioni industriali ed economiche. Abbiamo sbalordito il mondo con la moda e il design. E ogni volta sembrava che ci dovessimo scusare delle nostre scelte. Per anni ho venduto il mito della bellezza e del patrimonio artistico, di tutto ciò che è stato conservato male e goduto peggio”.

Non le sembra una bellezza ornamentale e prevedibile quella che ha “venduto”?
“Ho messo in gioco il mio gusto, la mia educazione estetica, la mia fantasia e i miei soldi. Lei dice: “Prevedibile”. Penso che la bellezza sia frutto dell’educazione oltreché della sensibilità”.

Si lancerebbe in una definizione?
“Eviterei giudizi estetici. La bellezza deve produrre emozione”.

Come un tramonto ad esempio?
“Perché no? Non arretro neanche davanti alla più banale delle versioni. Credo che davanti al brutto possiamo ridere o spaventarci e che solo il bello provochi sentimenti di fusione. Personalmente traggo un piacere enorme davanti alla bellezza neoclassica. E sa perché?”.

Perché?
“È un modo di guardare al futuro ripensando il passato. L’arte di oggi ha sempre meno legami con l’antico. Usa il linguaggio della tecnologia. E del furore compiaciuto. Le sue leggi provocatorie e mediatiche mortificano e disorientano la mia intelligenza. Mentre, se penso a Borges, mi accorgo che non c’è un atomo nella sua scrittura che non sia pensato in funzione del passato. Non le sembra istruttivo, emblematico?”.

Anche iperletterario. Quando ha conosciuto Borges?
“Nei primi anni Settanta. Andai a trovarlo a Buenos Aires grazie all’intercessione di un’amica comune. Arrivai alla Biblioteca nazionale dove era direttore. Vidi un uomo elegante venirmi incontro recitando alcuni versi di Dante. Per lui esisteva solo la letteratura”.

Era già cieco?
“Credo percepisse solo ombre. Ricordo una visita che facemmo al Louvre. Voleva assolutamente esserci. Mi si strinse il cuore all’idea di un vecchio signore immerso nell’oscurità. Eppure era felice e a suo agio in mezzo ai tanti capolavori. A un tratto ci fermammo davanti al quadro di David Il giuramento degli Orazi. E, nella sorpresa generale, Borges cominciò a spiegare il senso del dipinto, le sue figure, i dettagli della scena. Aveva una memoria fotografica incredibile.

E che ruolo svolse nella casa editrice?
“Con lui ho fatto 45 libri per “La Biblioteca di Babele”. Fu un’avventura memorabile. Sceglieva autori e stili in base ai suoi gusti, a ciò che aveva letto e amato. Credo che ogni cosa del passato fosse per lui la scala infinita su cui salire per guardare oltre. Mi sorpresi  –  due giorni prima che morisse, in un letto di una clinica di Ginevra  –  nel sentirmi dire che fama e ricchezza erano state un dono minore della cecità. Lo disse senza imbarazzo. Come la cosa più naturale del mondo. Della costellazione degli scrittori che ho conosciuto e amato è stata la stella più luminosa”.

Altre stelle che hanno brillato?
“Roger Caillois, William Saroyan, Italo Calvino, Roland Barthes che scrisse per me un paio di testi. In particolare uno per l’edizione che avevo pubblicato dell’Enciclopedia di Diderot”.

Come le venne in mente di dare alle stampe un’opera così imponente, sulla quale diversi editori avevano già fatto naufragio?
“Mi dicevano che i diciotto volumi sarebbero stati la mia tomba. Furono invece un successo incredibile. Perfino Mitterrand mandò il suo autista nella nostra libreria di rue Beaux Arts ad acquistarne. Oggi sarebbe impossibile fare i libri che realizzai allora. Ne parlai a Parigi con Barthes, aveva da poco pubblicato un librettino di grande successo,
Gli chiesi se quel piacere lo ritrovava anche nell’Encyclopédie. Rispose che nella caccia al dettaglio c’era tutta l’intelligenza, l’erotismo e la felicità di Diderot”.

Com’era privatamente?
“Gentile, poetico, sensibile. E in qualche modo incuriosito dai miei modi”.

In che senso?
“Avevo una trentina di anni ed erano abbastanza note le inclinazioni sessuali di Barthes”.

Intende che ci fu un approccio?
“No, ma non era insensibile alla mia presenza. Non ci fu niente perché niente volevo che accadesse.Anche se…”

Anche se?
“Un certo modo che ho di vestire poteva equivocare sui miei gusti sessuali”.

Insomma che la scambiassero per gay?
“Ecco. E la sensazione divenne certezza quando per un certo periodo ho indossato un’ampia e vistosa pelliccia di marmotta. Era un freddo pomeriggio romano. Da una macchina, ricordo, qualcuno si sporse e gridò: “A frocio!”. E pensare che quell’indumento aveva tutt’altra storia”.

Quale?
“Ricorda quell’attore francese che interpretò una parte in Pierre Clémenti. Ci conoscemmo e frequentammo. Una sera, con altri amici, andammo a ballare al “Bang Bang”, un locale milanese. A un certo punto Pierre si avvicinò e un po’ imbarazzato mi chiese dei soldi. Gli tremava il labbro. Aveva una voce piena di guai. Erano mi pare cinquantamila lire. In cambio ti dò la mia pelliccia, disse. Insistette e facemmo questo scambio bizzarro. In seguito la pelliccia mi fu rubata. Peccato. La sostituii con un tabarro. Sa, quei mantelli a ruota che indossavano i contadini della Bassa? Un omaggio alle mie origini”.

Dove è nato?
“A Parma. Mio padre discendeva da una nobile famiglia genovese. Studiò Legge senza mai giungere alla laurea. Non volle iscriversi al fascio e ciò gli impedì di lavorare. Non ho mai capito se accettò quel disimpiego come una condanna o una benedizione”.

E di cosa vivevate?
“Di rendita, del ricavato delle terre della nonna. Durante la guerra il babbo fece costruire uno chalet negli Appennini. Fu lì che sfollammo. Avevo quattro anni. Fu un periodo toccato da una sola tragedia. Mio cugino, diventato partigiano, venne ucciso durante un’azione dai tedeschi. Poi la guerra finì e il babbo ogni tanto spariva per andare a Milano. Si pensò a un’amante, scoprimmo che gli era presa la mania di giocare in Borsa. Morì che avevo 14 anni”.

Lo ha amato?
“Come si può amare un padre che aveva preso l’effimero troppo sul serio”.

E quindi?
“Mi preoccupava che l’effimero diventasse una forma di irresponsabilità. Anch’io ho l’ossessione delle cose che non durano. E fu una delle ragioni per cui inventai la rivista perché la bellezza si espone alle offese del tempo”.

La rivista più bella del mondo, si disse.
“Così la definì Jacqueline Kennedy. Fellini parlò della “perla nera”. Come vede, l’effimero mi appartiene, ma deve avere una forma. Altrimenti è nulla”.

Per questo indossa all’occhiello della giacca rose di plastica che non appassiscono?
“Di bachelite. L’idea venne dopo un regalo di Ottavio Missoni: un pullover. Gli dissi che non ne indossavo. Sulla scatola c’era un fiocco con una rosa rossa di resina. Prenderò questa come dono, aggiunsi”.

Pensa di essere un dandy?
“Lo furono Marcel Proust e Oscar Wilde. Sarei ridicolo a volerli imitare. Del resto, non sono ossessionato dall’eleganza. Ho cinquanta giacche che non indosso mai. E due sole che metto sempre. Non sono un dandy. Semmai uno stravagante. Vado perfino in chiesa e mi confesso tutte le domeniche, retaggio di un’educazione dai gesuiti”.

Ha molto da farsi perdonare?
“Non lo so, sinceramente. Mi suscita una certa vergogna pensare che uno come me possa acquistare un quadro da 200 mila euro mentre c’è gente che muore di fame”.

Si sente condannato al lusso forzato?
“Mi sento prigioniero di Fontanellato. Sto qui e mi aggiro come un Minotauro dentro il mio labirinto. Anche mentale. A volte ho la sensazione di essere un coglione gettato in un’epoca che non è più la sua”.

Chissà cosa direbbe il suo grande mentore.
“Intende Borges?”.

Proprio lui.
“Venne qui alcune volte. Si sedeva con il bastone tra le gambe e fissava il vuoto. Una sera parlammo di giardini. Citò il saggio Horace Walpole. Timidamente gli parlai del progetto di un giardino a forma di labirinto realizzato con piante di bambù. Mi chiese perché bambù. Risposi che era una pianta timida e mistica. Tacque. Poi chiese, che tipo di labirinto. Risposi: il più grande labirinto del mondo. Tacque. E dopo un po’ riprese: il più grande labirinto del mondo è il deserto”.

 

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