Di Andrea Colamedici.

A riguardo dei frammenti, in un’intervista del ‘77, Jorge Luis Borges giustificò così la mancata vittoria del Nobel: «Perché io non ho delle vere opere, la mia è una produzione molto frammentaria. Sono pagine sparse. Sono incapace di un’opera organica. Ho piccole cose, possono essere epigrammi, sonetti, non un poema. Possono essere racconti ma mai un romanzo. No, no, non ho opere. La gente è troppo generosa».

L’opera frammentaria non può, per sua natura, vincere il Nobel. Il frammento non può vincere. Può scuotere e scrollare, sconvolgere e ripulire, ma non può stabilirsi o stabilire. Può essere scoperto e usato, ma non guidato o plasmato. Non a caso frammento e fragile condividono la stessa radice etimologica; il primo termine lascia l’idea di un intero di provenienza, il secondo di un intero che rischia di frammentarsi. Nel frammento è presente una fragilità passata, il ricordo di un’antica rottura o forse di una moltiplicazione. Però il frammento è una bugia, perché resta sempre parte del tutto: il frammento non è mai un frammento perché, nella menzogna dell’Io, è un fra-mento.

Una bugia che però è necessaria: alla fine del Viaggio teorizzato da Joseph Campbell, l’eroe torna sempre al paese natìo con uno strumento, un frammento santo in più; è un qualcosa di piccolo tolto al mondo grande: di norma, è un elisir. Approfondiamo osservando il secondo teorema di incompletezza di Gödel:

Sia T una teoria matematica sufficientemente espressiva da contenere l’aritmetica: se T è coerente, non è possibile provare la coerenza di T all’interno di T.

Semplificando, Gödel dice che nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza. L’eroe cosa fa? Esce dal sistema in cui vive (dentro al quale non può cambiare nulla) per portare il cambiamento dall’esterno: il frammento è quel qualcosa che proviene da un altrove. Fuor di metafora, si tratta di portare il proprio cambiamento interiore nella vita Ordinaria della Comunità, di compiere cioè il grande atto attraverso cui il mondo invisibile si manifesta nel visibile. «Quando l’universo, nella sua totalità – scrive Ken Wilber ne Lo spettro della coscienza – tenta di conoscere se stesso servendosi della mente umana, alcuni aspetti gli devono rimanere sconosciuti». Qui sorgono i frammenti, quell’apparenza di divisione tra il pensante e ciò che viene pensato, tra l’intero e la parte. Qui nasce anche il desiderio di andare oltre il confine che la stessa bramosia di conoscere ha creato. Wilber cita Whorf, che afferma: «La segmentazione della natura è un aspetto della grammatica. […] Noi sezioniamo la natura lungo linee che ci vengono imposte dalla lingua nativa. […] Termini come cielo, collina, palude ci convincono a considerare alcuni aspetti elusivi della natura come se fossero una cosa distinta».

L’uomo violenta la natura attraverso il linguaggio, strumento per natura creatore di dualismi, che divide e classifica l’indivisibile e l’inclassificabile, ma che dovrebbe piuttosto offrirsi alla natura. In Racconti di Belzebù a suo nipote, la prima serie dell’opera di Gurdjieff, Di Tutto e del Tutto, il Mullah Nasr-ed-Din dice: «Meglio strappare ogni giorno dieci capelli alla propria madre che non aiutare la Natura». Continua poi Belzebù: «La sfortunata Natura del pianeta Terra deve continuamente, senza tregua adattarsi a manifestarsi diversamente, sempre diversamente, per rimanere nell’armonia cosmica generale».

Se c’è un personaggio la cui natura è frammentaria per eccellenza è proprio il Mullah Nasr-ed-Din. Saggio dei saggi, nostro venerabile, inestimabile maestro, super-saggio, incomparabile sono alcuni degli epiteti a lui rivolti da Belzebù nel corso dei Racconti, nei quali viene chiamato in causa più di settanta volte. Vissuto attorno al XIII secolo, Nasr-ed-Din è diventato nel tempo una figura fiabesca, intrisa di saggezza e semplicità; un personaggio leggendario rivendicato come greco dai greci, persiano dai persiani, turco dai turchi. Le sue storielle sono giunte fino in Sicilia, dove oltre al nome Giufà ha assunto caratteristiche farsesche e ingenue. Non c’è un corpus delle opere di Nasr-ed-Din; il suo misticismo è giunto a noi attraverso brevi racconti e bizzarre esclamazioni. Una storiella piuttosto esplicativa, citata da Anthony De Mello in Awareness, testo pubblicato in Italia con l’ammiccante titolo Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, è la seguente:

«Un giorno il vecchio Nasr-ed-Din stava strimpellando la chitarra, suonando sempre la stessa nota. Dopo un po’ intorno a lui si raccolse una folla di gente (si trovava nella piazza del mercato) e uno degli uomini seduti a terra disse: “È bella quella nota che stai suonando, Mullah, ma perché non fai qualche variazione, come fanno gli altri musicisti?” “Quegli stupidi!” esclamò Nasr-ed-Din. “Loro cercano la nota giusta. Io invece l’ho trovata”».


Nasr-ed-Din vive una vita semplice e affronta questioni semplici; non pontifica sui massimi sistemi, né si esprime con un linguaggio altisonante. Rappresenta la saggezza più arcaica, l’unica in grado di contattare quella condizione che Jung definirebbe il Grande Uomo, l’unico Uomo immenso nel Mondo dello Spirito. Il ricordo di questa partecipazione riempie quasi tutto il frammento, o meglio, il f-rammento. L’uomo contemporaneo non riesce più a contattare il Grande Uomo perché il velo di Maya finge di stendersi oltre se stesso: la più grande illusione perpetrata dal velo consiste nell’aver finto di coprire porzioni della realtà che non possono essere velate. In altre parole, non tutto è illusione. Per chiarire meglio questo punto, ecco una barzelletta che avrebbe potuto raccontare Nasr-ed-Din se non fosse morto circa seicento anni prima di Gurdjieff.

Gesù, Gurdjieff e Mosè passeggiano allegramente discutendo del più e del meno, quando d’un tratto si trovano davanti a un fiume troppo ampio per essere guadato. Si fermano, riflettono un poco e si scrutano a vicenda. All’improvviso si alza Gesù che con fermezza dice: «Io sono colui che attraverserà questo fiume». Detto fatto: in pochi secondi eccolo dall’altro lato del corso d’acqua a cogliere le more dai rovi. Sicché, Gurdjieff non resta a guardare: studia bene la situazione e subito si mette a camminare sull’acqua. In un lampo è lì di fianco a Gesù. Il buon Mosè è un po’ stranito. Ha fatto sempre il bravo, ha visto il roveto ardente, ha portato agli uomini i dieci comandamenti, ma non gli è mai riuscito di arrivare alla Terra Promessa. Dà un’occhiata al fiume, una ai due mangiatori di more, e pensa: «Quei due là sono venuti dopo di me; quindi tutto quello che hanno fatto loro, posso farlo anch’io». Si toglie i sandali, si tira su la tunica e fa il primo passo nel fiume. Sembra funzionare. Azzarda il secondo ma cade rovinosamente, fradiciandosi fin sulla barba. A questo punto Gurdjieff guarda Gesù e gli sussurra all’orecchio: «Pensi che dovremmo dirgli dove sono le rocce?»

Beninteso, le rocce sono i frammenti!

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