Come evitare che la Storia si ripeta (l’indignazione non basterà)

La tazza

rubrica di Andrea Colamedici

Lindignazione non basterà. Non basteranno i crocifissi obbligatori, gli inni alle armi, i morti in mare; non basterà il linciaggio pubblico di un nero, e non basterà ovviamente qualche rom torturato. Non basterà neanche l’eventuale assassinio di un Saviano. Non basterà l’urlo indignato degli intellettuali di fronte all’orrore.
Quando il 10 giugno del 1924 Matteotti fu rapito e ucciso da un gruppo di fascisti tutti pensarono che, in seguito all’indignazione generale, il governo sarebbe immediatamente crollato. Scrisse Gramsci a caldo: «Il delitto Matteotti dette la prova provata che il Partito fascista non riuscirà mai a diventare un normale partito di governo, che Mussolini non possiede dello statista e del dittatore altro che alcune pittoresche pose esteriori; egli non è un elemento della vita nazionale, è un fenomeno di folklore paesano».
Gramsci sbagliava. La storia dimostrò il contrario, e tutto si sta ripetendo con nuovi attori negli stessi panni. E proseguirà dritta sugli stessi binari se non sapremo cambiarne il corso apprendendo la lezione, dura ma semplice.
A dare forza al fascismo fu l’incapacità di tutto il resto dell’arco parlamentare di offrire un’alternativa sensata, comprensibile e condivisa, e la convinzione che il fascismo si sarebbe disinnescato da solo nel giro di pochi mesi. “Persero le masse”, scrisse Carlo Rosselli. Si limitarono a una “vibrante protesta”, alla Secessione dell’Aventino, l’astensione dai lavori parlamentari in attesa della chiarificazione del ruolo del governo nei confronti dell’assassinio di Matteotti. E fu un lento suicidio politico, testimonianza dell’incapacità di creare un’alternativa unica. Si frantumarono in mille rivoli, si persero in grandi discorsi e piccole riunioni di potere e furono incapaci di unirsi, di andare oltre i propri interessi e le proprie visioni. Non bastò l’orrore, non bastò l’indignazione: pochi mesi dopo, il 3 gennaio 1925, ci fu il colpo di stato sancito dal discorso di Mussolini che portò a breve alla nascita del regime e dei tribunali speciali per la difesa dello Stato, alla reintroduzione della pena di morte e alla soppressione di tutte le opposizioni, dai partiti ai periodici.

Più che per merito dei metodi violenti ed efficaci dei fascisti, fu per demerito di tutti gli altri che si instaurò la dittatura. Oggi basterebbe studiare, ripercorrere quei mesi tremendi di poco più che novant’anni fa per evitare di ricadere nello stesso burrone sia per la Sinistra che per il M5S, entrambi responsabili in maniera diversa dell’ascesa dell’intolleranza tanto al potere quanto nel sentire comune. Si capirebbe l’urgenza di rinnovare realmente la classe politica, e l’obbligo morale da parte dei cittadini attivi di impegnarsi in prima persona. Scriveva a proposito nel 1925 Rosselli a Salvemini:

«Occorre che i vecchi capi si ritirino in disparte, o per lo meno che affidino senza indugi a mani più adatte la direzione della lotta. Col dir questo non intendiamo condannarli. Tutt’altro. Li giustifichiamo… Non possiamo chiedere a Turati, Modigliani, De Gasperi, Bonomi, Di Cesarò, Giolitti, di diventare capi di una élite rivoluzionaria; finché questi uomini dirigeranno la battaglia, è psicologicamente ineluttabile che scelgano quelle forme di lotta per le quali sono adatti, scartando quelle altre che solo oggi possono avviarci ad una soluzione».

Non accadde mai. Oggi però può ancora accadere: la lotta efficace non passerà da Renzi o da Martina, da Grasso o da D’Alema, da Toninelli o da Di Maio. È “psicologicamente ineluttabile” che continueranno a oltranza lo sterile processo di indignazione e autoincensamento, scollandosi sempre più dai problemi reali. La lotta oggi passa dall’azione politica e quindi concreta di chi ha memoria storica e visione del futuro, e non ha paura di avere paura, e coraggio.

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