Essere un padre – Alla ricerca del proprio padre

Il padre non va atteso. Il padre va cercato. Come anche fanno il Telemaco di Grecia e Stephen Dedalus, il Telemaco d’Irlanda. Alla fine di un giorno durato anni Stephen, che ha cercato il padre, scopre che, tutto sommato, l’un padre trovato non è gran cosa. La posta in gioco, tuttavia, non è un padre. La ricerca del padre è la posta in gioco e allora è la ricerca il padre. L’immagine del padre è la posta in gioco e allora è l’immagine il padre. Si potrebbe pensare di applicare all’un padre e all’un figlio quello che l’eretico Origene considerava essere lo status del Padre e del Figlio e cioè che sono due Dèi. Non per nulla Porfirio criticava il soggiacente politeismo del cristianesimo. Un assunto interessante, questo di Porfirio, considerata la forte equazione neoplatonica della psicologia archetipica, la quale, per voce del suo iniziatore Hillman, non vuole un padre per la psicoterapia. Diciamo allora meglio: il figlio che cerca il padre e il padre che è cercato dal figlio sono due Dèi e aggiungiamo che la psicoterapia inizia ‒ e ci inizia – come orfana. I padri insistono. L’insistenza è del resto nella natura del simbolo. Come dell’anima. O dei sogni. Ciò che insiste vuole essere riconosciuto. I padri, non diversamente dall’un padre, non vanno attesi. Soprattutto i padri vanno cercati. Vanno cercati al di là di loro stessi. Vanno cercati in quell’al di là che li precede e che appare massimamente degno di considerazione. Vanno generati i padri. I padri, dal canto loro, dal loro luogo di riduzione, devono sostenere, anche patire, d’essere attraversati dai canali di una ricerca che, precedendoli, finisce col prescinderne. È anche questa la lezione che ci offre Lacan e che coinvolge la capacità dell’analisi d’ingenerare segni, cioè d’insegnare. Un’analisi insegna a fare a meno del padre. Insegna a fare a meno di un padre a una condizione: a condizione di servirsene. E qui il servirsene pesa molto di più del fare a meno. Cosa spetta a un padre dunque? D’essere un canale, un canto, un incanto, un Orfeo, perfino un oggetto, d’esserlo anche con sofferenza, la sofferenza d’esserci perché si compia un destino di attraversamento. Non basta certo la generazione di un corpo, occorre intenzionare l’anima. Se un corpo in qualche modo appartiene, l’anima viene da un altrove, e non viene al mondo dimentica o nuda. Se il proprio dell’anima è di espropriare, se l’anima disappartiene, la generatività di cui faccio qui questione è la celebrazione di un incontro con questa disappartenenza. Lo illustra bene, da un altro vertice, il mito della nascita dell’eroe, mito ubiquitario per eccellenza. La nascita dell’eroe è sempre a rischio, l’eroe è minacciato, ferito, esposto, abbandonato, consegnato a un altro destino. Ciò che soprattutto va rilevato è che il padre e la madre, i nobili genitori come li chiama Rank, si trovano a un capo di quel destino, laddove all’altro capo, quello per così dire dell’appartenenza terrena, l’eroe cresce con un padre e una madre. Rank equiparava l’eroe all’Io. Certamente è l’Io a crescere con un padre e una madre. Il mito della nascita dell’eroe, però, punta all’altrove. È un mito dell’anima. A Joan Riviere deve essere sembrato non poco peculiare che, all’esordio della propria analisi con Freud ‒ analisi il cui contenuto doveva non poco preoccupare l’amante Jones che l’aveva liquidata ‒ l’inventore, o re-inventore della psicoanalisi le si rivolgesse dicendole di sapere già che lei aveva un padre e una madre. Cosa voleva dire Freud, forse anche contro Freud? Che in analisi quel sapere va attraversato. Si portano padre e madre in analisi, si va anche in analisi alla ricerca di padre e madre, ma la ricerca non può accontentarsi di trovarli. Forse anche questo può leggersi dietro le parole di Freud. Tutto sommato è facile trovarli, padre e madre, in analisi. Si tratta di servirsene, dunque di procedere oltre, perché il servirsene non deve prescindere da un farne a meno.

Dell’analisi lo stesso Freud si serviva, presumibilmente, per fare a meno del padre. Eppure era stato lui ad affermare che l’evento più significativo che possa toccare a un uomo è la morte del padre. Questa affermazione, tuttavia, non poco confligge con quanto il padre della psicoanalisi aveva scoperto del padre. Perché ogni figlio cerca il Padre, e da sempre lo cerca, anche se lo ha là davanti, oggetto, anche un piccolo oggetto, ridotto a un canto, a un angolo, a un padre. Non c’è da sorprendersi delle prove addotte da vari autori (Greenacre, Mahler etc.), tese a dimostrare la consapevolezza che il bambino ha di suo padre dai primissimi mesi di vita. «Il bambino è il Padre dell’uomo», scriveva Wordsworth. I poeti, come sempre, precedono, dettano la via. Non sono mai secondi i poeti. E sono padri. Va allora riletta, (anche) in chiave paterna, l’affermazione resa da Hillman ad Ascona nel 1976 secondo cui non è necessario che gli psicologi diventino alla lettera artisti e poeti, devono soltanto vedere e parlare come se lo fossero.
Non c’è soltanto un padre. Un padre là davanti non è tutto il padre. Ogni un padre rilascia almeno un resto. E con quello il figlio si pone ben presto in relazione. Nei quartieri junghiani quel resto lo si può anche nominare come ombra. Un padre rilascia molta ombra e il molto rilasciare a lungo andare assomma a una benedizione. Qualche junghiano potrebbe parlare di lato non avvertito di un padre come propulsivo nei confronti dell’anima del figlio e questo, presumibilmente, malgrado quel padre, malgrado sia il suo meno a occupare tutto lo spazio. Un padre può variamente deludere un figlio, ma ciò non toglie al figlio di poter essere un conquistador. Era appunto questo il caso di Freud. Anche in tale prospettiva di un’inconscietà da redimere va inteso il famigerato verso di Wordsworth che vuole il bambino essere padre dell’uomo. Aichorn parlava a ragione, e analogamente, di una attrazione che i figli avvertono per l’immersione nelle passioni dei loro genitori, per la loro equazione nigredica. Se la funzione paterna consiste nella trasmissione della funzione generativa, tale trasmissione non è qualcosa che debba necessariamente avvenire in piena consapevolezza. Un giorno un giovanissimo Freud scoprì che suo padre era, diciamo prospetticamente, meno di lui. Un sabato di molti anni prima, così raccontò al figlio Jacob Freud, un cristiano incontrato per la strada gli aveva fatto volar via con un colpo il berretto di pelliccia nuovo nel fango. Al colpo il cristiano aveva fatto seguire il grido: “Fatti da parte, ebreo!”. “E tu cosa hai fatto?” chiese allora Freud, sperando in una testimonianza eroica. “Ho raccolto il berretto” fu la risposta. Aveva visto, Freud, in quel racconto, un padre codardo, uno che cede sul proprio desiderio. Scrive il biografo Peter Gay che, in seguito a quel racconto, Freud, sviluppando fantasie di vendetta, si era identificato con quell’Annibale che aveva giurato di vendicare Cartagine malgrado la potenza dei romani. In realtà, all’ombra del racconto paterno, era accaduto molto più di questo. Scoprire il meno di un padre è pressoché insostenibile per un figlio. Anche Jung aveva dovuto fare la scoperta di un padre debole, non saldo nella fede. Anche lui, non diversamente da Freud, aveva saputo attraversare suo padre, aveva saputo farne a meno servendosene. Ci sarebbe da chiedersi quanto l’edificio della psicologia analitica proceda da quella morte.

Viene in mente il passo dell’Odissea in cui si dice che i figli per lo più sono da meno del loro padre. Come può allora la morte di un padre che si è inchinato, un padre che è un meno, un padre debole, costituire l’evento più significativo nella vita del figlio che lo ha colto in flagranza di debolezza, di rinuncia alla propria dimensione desiderante, a quella cupiditas che a Spinoza appariva essere l’essenza dell’umano? Forse perché, provvidenzialmente, lascia al figlio di rialzarsi? Perché, demonicamente, gli consegna un desiderio irrisolto? Perché la partita interrotta o persa non può più continuarla? Perché è diventato un fantasma che esige vendetta? In altri termini si tratta qui di un inopinato consentire al figlio di riappropriarsi di quegli aspetti mana a suo tempo, da tutto il tempo, proiettati sul proprio padre. Jung lo chiama l’archetipo dell’uomo potente che prende le forme di eroe, capotribù, mago, medico e santo, di signore degli uomini e dello spirito, insomma di amico di Dio. Jung ammette che, senza Freud, non avrebbe avuto la chiave di accesso alle profondità della psiche. In questa ammissione appare evidente come anche al fondatore della psicologia analitica, che non è mai stato propriamente un freudiano, si applichi l’adagio di Lacan sul fare a meno del padre a condizione di servirsene.

Michele Mezzanotte

Essere un Padre

Il senso della paternità tra iniziazioni e cambiamento

Edizioni Tlön

€ 12,67

Lo trovi su Macrolibrarsi.it

 

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *