Erich Fromm – Paura della libertà

Estratto da un intervista video a Erich Fromm (link in fondo all’articolo).

Professor Fromm, perché l’uomo, come Lei ha detto, ha paura della libertà?

Ho cercato di spiegarlo in un libro, in “Escape from Freedom“ (Fuga dalla libertà, in italiano). L’uomo crede di volere la libertà, in realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere decisioni e le decisioni comportano rischi. E poi quali sono i criteri su cui può basare le sue decisioni? L´uomo è abituato che gli si dica cosa deve pensare anche se gli si dice che deve essere veramente convinto di ciò che pensa. Ma l’uomo sa che questo è un trucco, perché ci si aspettano da lui cose ben determinate. Ciò dipende dalla situazione sociale. Deve cioè pensare ciò che è più utile al funzionamento della società esistente, non deve pensare ciò che può essere dannoso o che crea troppe frizioni. Certo, deve poter fare un po’ di critica affinché non pensi che non abbia critiche da fare, ma ciò deve essere limitato, in modo che non sia sabbia negli ingranaggi.

Per questo Lei sostiene che l’uomo vuole sottomettersi all’autorità?

Si, perché ha paura della libertà. Perché deve decidere lui stesso e ciò comporta dei rischi, può danneggiarsi, perché deve assumersi tutta la responsabilità. Se invece si sottomette ad una autorità allora può sperare che l’autorità gli dica ciò che è giusto fare. E ciò vale tanto più se c’è un’unica autorità, come è spesso il caso, che decide per tutta la società ciò che è utile e ciò che è nocivo.

Le difficoltà che incontra l’uomo nel realizzarsi dipendono solo da lui o anche dalla società?

La società non lo vuole. Scopo della società odierna non è di realizzare l’uomo; scopo della società è il profitto del capitale investito e se si vuole aggiungere, anche il raggiungimento di condizioni più favorevoli all’uomo, semmai meno sfavorevoli. Ma scopo della società contemporanea non è l’uomo, è invece il profitto, non inteso come avidità ma nel senso della massima economicità del sistema. Il profitto, non è come una colta, soprattutto l’espressione di uomini avidi, che cioè vogliono guadagnare il più possibile, ma ve ne sono molti anche oggi, la cosa più importante è che il profitto rappresenta il metro del comportamento razionale e giusto. Il manager che ha ottenuto un profitto, dimostra con ciò di aver lavorato razionalmente e tanto più alto è il profitto, tanto migliore, tanto più giusto, tanto più razionale è stata la sua attività.

Ciò mi fa pensare anche alla razionalità burocratica, una caratteristica della nostra organizzazione sociale.

È uno dei mali più gravi per la vita dell’uomo. Il fenomeno burocratico significa infatti che una classe professionale ben precisa si assume il compito di amministrare e regolare i pensieri degli altri. Per finire, i burocrati diventano i veri potenti, i dirigenti della società. Ma cosa li legittima? Quali capacità hanno se non l’ottusità, se non l’incapacità di essere vivi, se non la tendenza a incasellare, se non a voler fare sempre le stesse cose? Hanno paura del nuovo, del fresco, dell’avventura, di tutto ciò che rende la vita interessante.

Quali sono allora, secondo Lei, i valori fondamentali che dovrebbero guidarci?

Proporrei di leggere la bibbia, forse Marx, forse Tommaso D’Aquino; ma certamente non i libri che spiegano come si ottiene il massimo profitto. La domanda fondamentale è infatti: qual’è lo scopo della vita? Diventare più umani o produrre di più? Questa è già la distinzione più importante di Marc tra capitale e lavoro. Lavoro è la vita, l’attività viva dell’uomo, capitale è ciò che si è accumulato nel passato. L’opposizione tra lavoro e capitale non è in definitiva, per Marx, come si intende comunemente, il problema dell’interesse di classe, ma l’opposizione tra la vita e le cose. Chi deve determinare la vita? Il capitale? Le cose? Ciò che è morto, accumulato? Oppure il lavoro? Ciò che è vivo? Umano?

È anche l’opposizione tra l’avere e l’essere.

È esattamente la stessa cosa. L’avere, è il lavoro accumulato, l’essere è l’attività umana… certo, non un’attività semplicemente tale, come portare delle pietre da un posto all’altro, questa non è un’attività umana.

Cosa vuol dire “essere“?

Essere vivo, interessato, vedere le cose, vedere l’uomo, ascoltare l’uomo, immedesimarsi nel prossimo, sentire se stessi, rendere la vita interessante, fare della vita qualcosa di bello e non di noioso.

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *