Emmanuel Carrère – Infilarsi nelle proprie storie e nelle vite degli altri

Intervista pubblicata su “La Repubblica”.

Coraggioso come Werner Herzog, sul quale, giovane critico cinematografico, lei scrisse un saggio.
«Lo ammiravo come artista, ma soprattutto mi piaceva il modo in cui affrontava il suo lavoro. Amavo Aguirre furore di Dio, l’uomo che attraversava l’Amazzonia con la macchina da presa, accompagnato dalla pazzia di Klaus Kinski. Il mio modo di scrivere somiglia alla tecnica di un documentario. Mi fido degli imprevisti, mi abbandono alle direzioni impensabili che prendono le storie. Quando sono stato invitato ad andare in Russia per girare io stesso un documentario su Andres Toma, il soldato della seconda guerra mondiale dimenticato in un piccolo paese, Kotelnich – lo scrivo in La vita come un romanzo russo – immaginavo di raccontare un sonnacchioso villaggio di campagna. Poi c’è stato un omicidio, Ania, una delle protagoniste, è stata ammazzata. Non potevo più occuparmi di quello che avevo immaginato, dovevo seguire gli avvenimenti. È così che mi succede coi libri. Sono come dei viaggi, delle avventure di cui io sono una specie di testimone non neutrale nelle vite degli altri. Non credo che sia un caso che le mie storie procedano tutte in ordine cronologico».

La sua prima “vita di altri” è stata quella di Philip Dick. È un bellissimo libro, introvabile in Italia.
«Mi sono divertito a scriverlo, è stato facile. Anche se Dick era per certi versi un uomo terribile, ho sempre provato una forma di tenerezza nei suoi confronti. Era come un grande bambino perso nella sua vita. Studiando i suoi romanzi mi sono reso conto che libro dopo libro si era scritto una sua strana autobiografia».

Nel 2000 ha pubblicato L’avversario. Indagando su un fatto di cronaca, la vera storia di Jean-Claude Romand, un uomo che, dopo aver mentito per tutta la vita, stermina la famiglia incapace di reggere ancora il peso delle sue menzogne.
«Fu un caso che fece enorme scalpore in Francia. Al processo c’erano giornalisti di tutte le testate e anche i più esperti dissero che era la storia più emblematica e potente che avessero incontrato nella loro carriera. Mi accadde allora qualcosa di simile a quello che deve aver provato Truman Capote quando decise di scrivere A sangue freddo: ci sono vicende che ti chiamano, che sono imprescindibili. Ad attrarmi era soprattutto il confluire di straordinarietà e banalità. Ognuno di noi fa i conti con la discrepanza tra quello che è e l’immagine di sé che impone agli altri. Nel caso di Jean-Claude Romand, quel disagio aveva preso una direzione parossistica e tragica. C’è qualcosa di misterioso, indecifrabile in quello che gli accade. Se L’avversario fosse stato un romanzo non avrebbe funzionato: la trama sarebbe sembrata irrealistica, impossibile, sbagliata. E invece era lì, davanti ai nostri occhi. In questo caso, però, scrivere è stato difficile. Ho convissuto per sette anni con l’orrore. Certo nessuno mi ha obbligato, ma a volte penso che avrei preferito non farlo».

 

 

Le è capitato altre volte?
«Quando ho scritto Facciamo un gioco, per Le Monde. Era un racconto erotico, rivolto alla mia fidanzata di allora Sophie. Anche in quel caso pensavo che le cose sarebbero andate in una direzione, invece è saltato tutto. Mi sono sentito in colpa, ma va detto che per me era un momento di crisi. Lo sentivo come il mio ultimo libro, una seduta di psicoanalisi. Se tornassi indietro, forse non lo rifarei. Nei confronti di Sophie, credo di aver detto cose un po’… inappropriate, come avrebbe detto Clinton ».

Infilarsi nelle proprie storie e nelle vite degli altri può essere pericoloso.
«Le persone di cui scrivo si fidano di me, e io di loro. Faccio sempre rileggere quel che ho scritto, e se mi chiedono di cambiare qualcosa la cambio. Il mio lavoro consiste anche nel prendermi cura della loro storie. Come mi è accaduto per Vite che non sono la mia. Non ho scelto di essere in Sri Lanka la notte dello tsunami, e di essere testimone della scomparsa di una bambina, figlia di persone che avevo appena conosciuto. Così come è capitato che la sorella della mia compagna si ammalasse di cancro. Ma sono uno scrittore. E per quanto possa essere complicato, uno scrittore non può sottrarsi dal raccontare».

Come definirebbe i suoi libri? Reportage, biografie…
«Non lo so, preferisco non dargli un nome. Sono libri, è basta. Non li chiamerei romanzi, perché il romanzo prevede invenzione, ma neanche non-fiction, che mi sembra abbia una connotazione negativa. Adesso si usa dire auto-fiction, considerandolo un genere nuovo. Ma io penso che questa sia una delle più antiche modalità di scrittura, e anche uno dei motivi per cui si scrive. Raccontare la propria esperienza, cosa si è imparato dalla vita, la nostra e quella degli altri. Ma non sono d’accordo quando si dice che la frontiera tra fiction e non-fiction si è assottigliata. Quasi tutti i personaggi inventati hanno alle spalle una persona che li ha ispirati, ovvio. Ma, se usi i nomi veri, c’è una differenza, soprattutto nella responsabilità».

Il suo ultimo “eroe” si chiama Limonov, protagonista di un libro che uscirà in Italia dopo l’estate, per Adelphi. Un Jack London russo, un avventuriero, teppista, soldato, scrittore…
«La prima volta che ho incontrato Limonov è stato a Parigi, circa venti anni fa. Aveva appena pubblicato il suo primo libro. Poi l’ho incontrato un’altra volta in Russia, per caso. Nei vent’anni intercorsi tra i nostri due incontri, aveva fatto di tutto. Ho cominciato a pensare al modo in cui le vite divergono, a come la sua aveva potuto diventare così diversa dalla mia. È questo il motivo per cui ho deciso di scrivere di lui. Oltre all’amore per la Russia. Mia madre è una russista molto famosa, tanto che per lungo tempo mi sono tenuto lontano da quel paese, lo consideravo un territorio di sua proprietà. Ma quando sono arrivato lì la prima volta, per il documentario, ho avuto la sensazione di un legame. Volevo imparare la lingua, mi piacevano quelle persone. E poi la Russia post- comunista è un luogo e un tempo di grandissimo interesse. Non riesco a immaginare che cosa possa accadere. Non una rivoluzione, immagino piuttosto un lento processo di democratizzazione, anche se questo non piacerà a Limonov. C’è una classe media, a Mosca, colta e cosmopolita, riformista, molto viva. E la cosa curiosa è che nessuno ha voglia di andarsene ».

Che cos’è per lei un eroe?
«Il giudice di Vite che non sono la mia, Étienne. Una persona normale, che si dedica agli altri. Eppure non possiamo negare che Limonov, con tutte le ambiguità, è anche lui una specie di eroe. È un fascista, ha combattuto a fianco di Arkan, tutte cose spaventose. Ma è anche coraggioso, ha pagato per quello che ha fatto, non è mai stato dalla parte del potere: una specie di Robin Hood. Dal punto di vista letterario, questa ambiguità è molto interessante. E per renderla ancora più forte, nel libro mi sono trasformato in una specie di Sancho Panza col suo Don Chisciotte. Non volevo giudicare, volevo guardare e ascoltare».

Chi sono i suoi scrittori di culto?
«Oltre ai classici, Georges Perec, W. G. Sebald, Roberto Bolaño, Thomas Bernhard, Michel Houllebecq. Mi piace molto una scrittrice norvegese, oggi quasi dimenticata: Sigrid Undset, Nobel per la letteratura nel 1938. Nessuno la legge più, ma Kristin, figlia di Lavrans è un libro bellissimo».

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