Emanuele Severino – La contraddizione della filosofia contemporanea

Il testo è tratto da una registrazione con Manuele Severino disponibile su Youtube.

Il tratto che determina l’unitarietà della filosofia contemporanea è la negazione che si possa affermare una struttura di carattere definitivo, una verità immutabile, un fondamento. Tanto per dire come questo discorso non sia estraneo alle culture di tipo analitico mi viene in mente ciò che diceva Neurath, cioè che non abbiamo nessuna preposizione sacrosanta, tutto è profano, tutto è modificabile e ogni conoscenza è provvisoria. Anche nel cristianesimo, all’interno della teologia contemporanea, si verifica una cosa analoga quando si dice che Dio o è onnipotente oppure è caritatevole, perché se è onnipotente non può’ permettere l’immane e  se è amore non può’ permettere il male, e quando si dice questo si pensa a un Dio finito, storico, il quale urta contro un ostacolo, e cioè un Dio che non è più eterno come quello della tradizione filosofica. Ma il discorso va allargato, la convezioni che non esistano strutture immutabili e definitive si estende anche al campo politico e a quello estetico. Non esiste il bello assoluto, vi è un rifiuto del bello come modello al quale l’artista debba adeguarsi; come esiste la critica dello stato assoluto da parte dello stato democratico, quindi la critica all’assolutismo filosofico fa pendant nella critica politica di tipo democratico allo stato assolutistico, e così via. Nell’ambito della scienza riguardo a se stessa la cosa è fuori discussione. Si pensi all’enorme disparità che c’è fra la matematica e la fisica di fine ottocento che è convinta di  possedere verità immutabili, epistemiche, e alla scienza attuale che è convinta della propria  fallibilità. Nietzsche è uno dei rari spiragli in cui la potenza della distruzione che la  cultura filosofica contemporanea opera nella tradizione filosofica viene alla luce. Nietzsche è  uno dei rari spiragli in cui si vede l’impossibilità di operare forme di ritorno alla tradizione  non solo culturale, non solo filosofica, ma anche civile, del mondo occidentale. Una delle  figure più note del discorso Nietzschiano è la figura della morte di Dio. Nietzsche, essendo un  filosofo popolare parla in qualche modo con certe licenze concettuali che il rigoroso pensiero  filosofico non può tollerare. Si tratta di comprendere la perentorietà del discorso della morte  di Dio. Nietzsche fornisce qualche occasione a questo modo di interpretarlo, dice da qualche parte che la tesi della morte di Dio non è una dimostrazione, come ci sono quelli che dimostrano l’esistenza di Dio, così ci sarebbero coloro che dimostrano l’inesistenza di Dio.  Niente di tutto ciò. L’obiezione decisiva è l’obiezione storica, e cioè, la constatazione che  le masse e i popoli non hanno più bisogno di quel Dio che avevano evocato per difendersi dalla  minaccia del mondo. Ma in Nietzsche c’è qualcosa di  estremamente più importante e più radicale, c’è la fondazione di ciò che è appunto il concetto  di morte di Dio, che non vuol dire semplicemente che la gente non crede più in Dio, bensì, sul  fondamento nella fede del divenire è impossibile l’esistenza di qualsiasi immutabile. Si tratta  di capire questa connessione. Se si crede che le cose siano storia, divenire e temporalità  allora il tentativo di tenere insieme il divenire umano e la presenza del Dio onnipotente e immutabile fallisce.

 La fede che domina l’intera società occidentale è la fede nel carattere storico e temporale,  contingente e caduco delle cose, e questa fede, che Nietzsche chiama la verità, non può’  tollerare l’esistenza di una struttura immutabile. Si tratta di capire che se esiste una  struttura ontologica conoscitiva immutabile allora tutto ciò che accade deve adeguarsi alla  legge di cui questa struttura consiste. Pensare una verità immutabile e definitiva significa  pensare la necessità che ogni accadimento si adegui a questa struttura, e non soltanto  l’accadimento di ciò che è già ma anche tutto ciò che ancora non esiste deve adeguarsi a questa  struttura e allora la contraddizione che emerge in questa inevitabile adeguazione, di ciò che  viene dal niente e si deve adeguare, è che dal punto di vista della fede nel divenire, che è il  niente, diventa qualche cosa che ascolta e ubbidisce alla voce in cui consiste la  legislazione immutabile della struttura eterna. Ciò che dovrebbe essere niente, il niente da cui  provengono tutte le cose del mondo, diventa un ascoltatore dell’essere e cioè un essente. Questa  è la contraddizione che caratterizza, dal punto di vista contemporaneo, tutta la tradizione  occidentale, inclusa la grande esperienza cristiana. L’esistenza di un Dio, in qualsiasi modo sia  inteso, rende impossibile l’esser niente delle cose che prima di nascere si mantengono nell’inesistenza. Questa è la contraddizione che si può’ chiamare “entificazione del niente”,  cioè il niente che viene necessariamente richiesto dal senso del divenire storico viene  cancellato dall’esistenza dell’immutabile. Questa è la base con cui sostengo che nel pensiero  contemporaneo esiste una capacità inarrestabile di distruggere ogni forma della tradizione  filosofica, e cioè ogni modo di evocare e edificare strutture eterne.

Sotto il video integrale.

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