Elémire Zolla – Le iniziazioni del futuro

Questo articolo è un estratto dal libro “Uscite dal mondo” di Elémire Zolla.

 

GLI ALLUCINOGENI

Visioni sublimi visibili, trasvolate rapite, ormai si vivranno con i sensi, fin dove il computer potrà allestire e la fantasia condurre. Gli allucinogeni hanno modellato la storia dell’uomo in una misura che soltanto ora si può ricostruire e prima che la storia incominciasse essi dominavano animali terrestri, uccelli e insetti. I cervi corrono ai funghi allucinogeni e gli uomini li hanno imitati con rapimento, inalberandone in testa le corna. Si sanno osservare con cura i gatti o i cani che esplorano le foreste e i parchi? Si è mai meditato su ciò che sta al cuore di Benares, la città di Siva? Siva è la marijuana, perfino i gelati contengono la droga che è il dio, a Benares. Nella folla densissima  transitano sorridenti, alacri e distratti insieme, i devoti che l’hanno ingoiato, scintillano loro gli occhi, lievi danzano i loro corpi. Ma sinora all’infuori dell’India questo piccolo paradiso costava un prezzo terrificante; guai a chi osava coglierlo, il sistema nervoso ne restava scosso alle radici. Da ora in poi   saranno offerti programmi computerizzati di delizie, con scene gioiose di dispiegata potenza; non si solleciteranno nella fantasia, ma si proietteranno direttamente sui sensi e il sistema nervoso rimarrà indenne, si godrà senza perdite. Basterà indossare gli attrezzi, scegliersi il programma preferito ed eccoci commutati in volatili o insetti o re o angeli. Non sarà una finzione, ma un mondo alternativo. Ecco le possibilità future prossime: si potrà trasferire un cervello verbalizzato o verbalizzabile a un computer e si apriranno a miriadi di persone mondi alternativi, pedagogici istruttivi rallegranti fino all’estasi, da allestire sulla scorta di scenari comuni, erotici immagino per la maggior parte, e quindi su miti e fiabe, infine su itinerari iniziatici e rituali. Una mente decisa a farsi trasferire in una macchina potrà pianificare un futuro rifornimento di informazioni che sostituisca l’apporto normale tramite i sensi. Potrà istituire una serie di cabine d’intercettazione situate anche a grandi distanze l’una dall’altra, perfino nel cosmo. Potrebbe allestirle in modo che colleghino a tutte le onde, anche a raggi ultravioletti e ultrasuoni, se mai ambisse acquisire le percezioni dei pipistrelli o anche delle specie di gufi che con orecchie vaste e asimmetriche triangolano i suoni minimamente asincroni. Questa estensione illimitata delle informazioni farebbe evolvere la mente in modi inediti e imprevedibili. Immagino che riemerga l’ambizione primaria dell’uomo di emulare le varie specie animali. Tale era il fine dello sciamano.  Chi allo sciamanesimo si iniziasse s’immergeva dapprima in un mondo di confuse virtualità, di possibilità indistinte e quasi caotiche. Questo era il primo passo: si accedeva a un mondo simile a quello che nelle Argonautiche Apollonio descrive aleggiante intorno a Circe, la somma sciamana: E con lei mostri non simili a fiere selvagge e neanche a uomini, misti di membra diverse, venivano in massa, così come un gregge di pecore. Avevano forme indicibili i mostri che la seguivano. Empedocle parla anche lui di uno stuolo di mostri consimile, identificandolo come la fase cosmogonica anteriore alla nostra. Le specie vi sono ancora confuse, allo stato di abbozzi. Anche nello yoga si sprofonda in questo mondo anteriore al nostro attuale, ancora indifferenziato, mercé l’allenamento del respiro o pränäyäma. Nello sciamanesimo l’accesso a questo stato si otteneva con le danze estatiche o nelle pianure del Nord America con la meditazione nelle tende. Da esso si emergeva lentamente ricomponendo le specie nelle particolari forme grazie a imitazioni precise dei loro timbri e a danze scrupolose sui loro ritmi. Lo sciamano diventava così orso o lupo o pantera o cervo. In varie civiltà sciamaniche, fra Buriati, Araucani, Batak, la presenza di bastoni a testa equina ci dirà la diffusione d’una trasmutazione in cavallo. Ma anche uccelli o rettili sono imitati per assimilarne la percezione e la potenza mercé la ricopiatura dei ritmi e la simulazione di stridi o soffi. Si dice nel culto dei romiti nell’Islam nordafricano che Bu-Jeldat si coprì di piume e di membrane, tanto animalizzò. L’ultima scoperta in tema sono le cosmogonie cantate dagli indigeni della California meridionale, i «canti d’uccello», nei quali si descrive l’emergere dal suolo dei primi uomini, il loro lento strisciare  per vallate e colline, e infine il loro trasmutarsi in animali, cervi o uccelli. Una mente nutrita di apporti provenienti da punti distinti remoti, resecata dal corpo, dal bisogno di mangiare e bere e defecare e respirare, potrebbe proporsi addirittura di divenire non soltanto come le fiere, ma come gli enti incorporei che l’uomo si è configurati quali angeli o dèi. Nessuna informazione piacente del mondo sarebbe per essa esclusa, godrebbe anzi senza tregua e senza bisogno di sonno e per una simile mente non avrebbe più nessun senso nemmeno l’attaccamento alla vita, di cui pure esulterebbe in modi e misure a noi inimmaginabili. Anche gli uomini rimasti nel loro corpo avrebbero corredi che consentirebbero ogni tipo di apprendimento o di evasione, offrendo diletti, giubili, tripudi. Quelle attrezzature accoglierebbero per tutto il tempo desiderabile, salvo gli intervalli necessari per accudire al corpo o per attività lavorative.

 

LE FACOLTÀ DELL’UOMO FUTURO

L’uomo che fruisse d’un libero accesso a tali simulazioni avrebbe una conoscenza profonda dell’inganno nel quale per la massima parte del tempo sarebbe immerso e così arriverebbe a capire anche l’abbaglio intrinseco all’esistenza di per se stessa, premessa filosofica fondamentale d’un liberato in vita. I programmi d’insegnamento sono la parte che meno ci deve interessare nel repertorio dei mondi alternativi e credo che col tempo diverrebbero secondari perfino i programmi di ricreazione e di voluttà, anche se assorbirebbero forse la maggioranza della popolazione. Resta la possibilità mirabile della disponibilità di fiabe, di miti e infine di iniziazioni sciamaniche. Si arriverebbe al punto in cui molti condividerebbero lo sconfinato entusiasmo di Lawrence E. Sullivan, il sommo studioso di religioni indigene sudamericane, che le ha congiunte e trasformate in un complesso sistema. Tratta dello sciamano d’una tribù caribe del Venezuela, ed esclama: «Vedere in modo nuovo e straordinario significa che lo sciamano assume una forma nuova e straordinaria. E immerso in una pura luce, colori inimmaginabili di realtà sacre soffondono la sua sostanza o si concentrano dentro di lui come cristalli. L’esperienza di una luce celeste e di soprannaturali visioni (nel sogno, nella transe, nell’estasi, nella stupefazione) si acuisce e riplasma la sensibilità. La luce soprannaturale rifà l’occhio offrendogli un’acutezza, un fuoco che penetrano fino al cuore delle realtà invisibili. Scompare l’oscurità delle distinzioni tra le forme, le quali cessano d’essere separate fra loro. Gli sciamani scorgono la realtà come assoluta immediatezza. Il concetto centrale è akwa, luce, brillantezza, vitalità, e si trova nel luogo del sole. Akwa è uno stato dell’essere simboleggiato dal sole. Basandosi sul proprio rapporto con akwa si assume una condizione soprannaturale come akwalu (uno spirito, una “specie di luce”) o come akwalupo (fantasma, ombra, alla lettera, “senza luce”). Lo sciamano è colui che vede, ha esperienza del regno di luce, della vera vita».1 Verso questa condizione, che Sullivan è pervenuto così a descrivere, tanti oggi confusamente si protendono negli Stati Uniti, ma il velo dell’ideologia pragmatica e utilitaria, l’incapacità di trovare spettacoli, iniziazioni serie, scompariranno soltanto quando le nuove attrezzature offriranno tramiti adeguati. Allora si potrà finalmente assurgere a una vita pari a quella dello sciamano tucano sul cui capo un anaconda si tramuta in corona d’oro, mentre una farfalla immensa gli parla sbattendogli le ali sulla spalla e intanto tutt’attorno gli ballano serpenti, ragni, pipistrelli, mentre le sue braccia s’accendono di migliaia d’occhi e fiumi scorrono mormorando nelle sue orecchie. Di bozzetti come questo, che svela la pienezza esultante delle visioni sciamaniche, nelle quali acquistano ordine e costanza le rivelazioni sgranate dagli stupefacenti, se ne può tracciare un gran numero. Molti tuttavia chiederanno una precisazione di ordine più razionale. La possiamo fornire: la sensibilità del liberato in vita che sia passato attraverso l’iniziazione yoga si determina come la presenza di otto poteri, che sono esaminati in modo metodico sui trattati. Essi appaiono di molto ristretti rispetto agli elenchi compilati nell’epica e in altri documenti della letteratura sanscrita, come il Rgvidhàna dove troviamo menzionati: la proiezione della propria immagine, il diventare invisibili, il passare attraverso gli oggetti solidi, l’entrare dentro alla terra come fosse acqua, e sull’acqua camminare come fosse terra, il volare infine toccando sole, luna e stelle oltre alle cime dei monti. Il culmine della conoscenza comprende la facoltà di levitazione, di udienza e di veggenza divine, il ricordo di precedenti nascite e delle varie rinascite altrui, la produzione di un’aura mercé il calore che si sviluppa dentro, l’ascolto dei suoni prodotti dagli organi invisibili del corpo e infine, secondo la Yogatattva Upanisad, la facoltà di trasmutare ogni metallo in oro spalmandolo delle proprie feci. Tutto questo accumulo fiabesco di poteri ci mostra le immagini di sogno più amate, mentre nei trattati di yoga si può supporre di trovarsi dinanzi a descrizioni responsabili dello stato supremo.

 

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