Doris Lessing, il Sufismo e il necrologio di Idries Shah

di Maura Gancitano

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Molti autori conosciuti tendono a nascondere certi interessi personali non ordinari, più per amore di riservatezza che per vergogna. Così è accaduto a tanti appassionati di Astrologia (per esempio Marguerite Yourcenar, come sostiene Gioia Oddi in questo libro) e di Tarocchi, e in generale agli autori con una certa predisposizione per l’ignoto. Tanti di loro si sono rifugiati in trovate letterarie extra-ordinarie, nel realismo magico, nel gotico, nell’horror, e qualcuno è addirittura rimasto al di sopra di ogni sospetto. Romanziere – sì, certo – ma con i piedi ben saldi nella terra, attento a raccontare la realtà così com’è, al massimo a tirarne fuori le emozioni che noi lettori non siamo riusciti a raccontare!

Ogni tanto, alcuni di questi interessi vengono allo scoperto, talvolta stupendo i lettori, altre volte senza mutare l’opinione generale. Per quanto mi riguarda, quando mi è stato detto che Doris Lessing era stata allieva per trent’anni di Idries Shah – personaggio interessante benché sardonico, irriverente, ambizioso, tutto impegnato a conquistarsi una certa autorevolezza – sono quasi caduta dalla sedia. Avrei potuto immaginare tante cose di quest’autrice, ma non che avesse seguito un apprendistato così particolare. E che – in un certo ambito, che potremmo chiamare esoterico – fosse considerata una persona di grande apertura spirituale. Eppure, già nel 1971 – come ho avuto modo di scoprire facendo una più o meno rapida ricerca su Google – aveva scritto un articolo per Vogue dal titolo An Ancient Way to New Freedom, più o meno Una Via Antica per una Nuova Libertà, parlando fuori dai denti della propria passione.

Negli anni, Lessing ha scritto una manciata di articoli sull’argomento. Non ultimo, il necrologio scritto per The Daily Telegraph in occasione della morte di Idries Shah, il 23 novembre 1996. Dal momento che non è presente in italiano, ve lo offro (qui la versione originale) in una traduzione frettolosa, sperando di poter pubblicare qui anche gli altri articoli. Perdonate le eventuali imprecisioni.

Ho incontrato Idries Shah a causa de I Sufi, che mi è sembrato il libro più sorprendente che avessi mai letto, ed era come se stessi aspettando di leggere solo quel libro da tutta la vita. È un luogo comune quello di dire che questo o quel libro ha cambiato la vita di qualcuno, ma quel libro ha cambiato la mia. Era il 1964. Si tratta di un libro che esprime qualcosa in più ogni volta che lo si legge, e ciò vale per gli altri libri di questo autore, che insieme compongono un fenomeno che non ha pari nel nostro tempo, una mappa del modo Sufi di vivere, imparare e pensare.

Se pongo l’accento sui libri, è perché sono l’evidente eredità della vita di quest’uomo, e sono a disposizione di tutti. Idries Shah era solito dire che non gli era mai stata posta una domanda la cui risposta non fosse nei suoi libri.

È stato un mio buon amico, e il mio insegnante. Non è facile riassumere trenta strani anni di apprendimento con un maestro Sufi, perché è stato un viaggio pieno di sorprese in tutti i sensi, un processo di dissolvimento di illusioni e preconcetti. Un modo per farlo potrebbe essere questo: il viaggio riportava in vita le parole familiari, le frasi fatte, le “etichette” utilizzate da tutti i mistici.

Shah sottolineava che la frase “Dio è amore” può indicare una serie di parole scarabocchiate su un cartello portato da un vecchio barbone per strada, o la rivelazione della più grande verità, con in mezzo un migliaio di cambiamenti di significato. Sono questi mille cambiamenti a costituire l’esperienza dello studente.

Un aspetto della sua vita è stato quello di rappresentare un ponte tra le culture, come suo padre, il Sirdar Ikbal Ali Shah, a casa in Oriente e in Occidente. Shah è stato allevato come un musulmano sunnita. Uno dei suoi contributi alla nostra cultura – di certo non il meno importante – è stato quello di farci sentire, in questo tempo di estremismo musulmano selvaggio, la voce dell’Islam moderato e liberale.

Era un uomo dalle molte facce, e conosceva bene una grande varietà di argomenti; ciò faceva in modo che ascoltarlo fosse educativo sotto molteplici punti di vista. Era la persona più spiritosa che mi sarei mai aspettata di incontrare. Era gentile. Era generoso. Non avrebbe voluto un encomio come questo, perché era un uomo modesto, e avrebbe ripetuto l’affermazione Sufi: “Non guardare tanto il mio volto, ma prendi ciò che c’è nella mia mano”. Intendeva dire: “Ti sto offrendo qualcosa di unico, traine vantaggio.”

Non ammirava i modi a volte difficili e appariscenti della nostra cultura. “Sono un uomo all’antica”, avrebbe potuto affermare, lasciando intendere un legame con dei tempi più onorevoli.

Non riesco a pensare a nessun altro di cui poter dire semplicemente che era onorevole, e sentirmi compresa dalle persone che lo conoscevano esattamente nel senso che intendo: era qualcuno i cui standard e valori erano lontani da ciò a cui siamo abituati adesso.

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