Solo gli uomini compiono femminicidio?

di Andrea Colamedici

Abbiamo finalmente cominciato a capire che per “femminicidio” non s’intende soltanto l’uccisione di una donna che rifiuta di comportarsi secondo le aspettative di ruolo. Come riportano l’Accademia della Crusca e il Devoto-Oli, è femminicidio anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

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Quel che sfugge ancora alla riflessione contemporanea è che femminicide possono essere anche le donne, e non soltanto gli uomini. Che, più correttamente, il femminicidio è figlio di una cultura e non di un genere, e che permea indistintamente la nostra psiche. Se, infatti, è femminicidio qualsiasi atto il cui scopo sia “perpetuare la subordinazione e annientare l’identità” delle donne, questo atto è compiuto con violenza e leggerezza anche da molte donne su altre donne. Così come non basta non aver ucciso una donna per non essere femminicida, non basta neanche essere una donna per non essere femminicida.
La mente patriarcale, in altre parole, non è una struttura presente soltanto nel maschio, ma è propria dell’essere umano occidentale. E il femminicidio, in quanto manifestazione dell’agire patriarcale, seppur nato dall’imposizione di un meccanismo di controllo del maschile sul femminile riguarda tutti, e tutti siamo chiamati alla responsabilità di osservare i nostri contenuti interiori.
Sono atti di femminicidio i commenti volgari, offensivi e gratuiti di uomini e di donne sulle bacheche di Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e di migliaia di altre che subiscono quotidianamente il fuoco amico e nemico di chi si sente in diritto di giudicare una donna dall’aspetto o dal modo di essere. Sono femminicidi le mortificazioni che anche le donne infliggono alle donne, condizionandone tremendamente la libertà d’espressione.
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Nel lucido articolo apparso su “Il corpo del delitto”, Michela Murgia considera giustamente femminicidio anche il giudizio estetico e morale sui corpi e sulle scelte delle donne. Ma non sottolinea che questo giudizio è espresso anche tra donne: «Sei brutta, sei grassa, troia, come ti vesti, sembri una suora, sei volgare, le vere donne non fanno questo, stai zitta, cambiati», sono atti di femmicidio compiuti ogni giorno ed elencati da Murgia, ma compiuti da esseri umani, quindi da uomini e donne.
Ciò non significa distogliere l’attenzione dai rischi che un uomo corre nell’aderire a un sistema millenario di potere e controllo, ma al contrario è tempo di includere in questo aumento dell’attenzione anche quelle donne che spesso si illudono di non poter essere carnefici solo perché già vittime. E invece no: per molte donne è possibile – e comune – essere vittime della violenza degli uomini e carnefici della violenza sulle donne. E questo è un aspetto della questione che non possiamo più permetterci di tralasciare.

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