Daniel Goleman, i Sioux e gli ulivi pugliesi.

Gli oleodotti che sventreranno le terre sioux, la TAV in Val di Susa, da ultimi gli ulivi secolari espiantati in Puglia per far posto a un nuovo oleodotto: la storia della terra è una storia di resistenza alle devastazioni perpetuate dall’economia su chi quella terra la abita. In questo breve passaggio Daniel Goleman racconta un storia esemplare, quella della lotta di  una popolazione artica, i Gwich’in, contro le trivellazioni petrolifere che mettono a rischio la loro esistenza.

I Gwich’in sono una delle tribù indigene americane che vivono più a nord e sono anche tra le più antiche; si pensa abbiano vissuto sopra il Circolo Artico per gli ultimi 20.000 anni. A differenza degli Inuit, i Gwich’in si sono rifiutati di beneficiare dallo sfruttamento petrolifero. Al contrario, hanno passato gli ultimi decenni impegnati in quello che lo scrittore Peter Matthiessen ha descritto come «la battaglia ambientale più lunga e critica nella storia del nostro paese»: opporsi alle proposte di trivellazione del suolo alla ricerca di petrolio nella riserva. Di recente i Gwich’in, che vivono in una zona che passa dai 20 gradi centigradi in estate ai 45 gradi sotto lo zero in inverno, hanno iniziato anche ad affrontare un’altra tematica collegata al petrolio: il cambiamento climatico, i cui segnali si vedono dappertutto.

Dopo aver vissuto isolati per millenni, i Gwich’in hanno deciso di farsi avanti e di condividere un messaggio pieno di conoscenza ecologica tradizionale e pensiero sistemico. Percepiscono l’ambiente naturale come un luogo dove ogni cosa è connessa a tutto il resto. Lo percepiscono anche come perfettamente progettato per sostenere la sopravvivenza umana; «ma solo se capiamo, rispettiamo e ci immedesimiamo nell’ambiente sulla base del bisogno e non dell’avidità», ha detto James. Ma quando non ci riusciamo, dicono i Gwich’in, la natura e le persone soffrono. La soluzione, comunque, non è nel tornare a fare le cose come si facevano una volta, ma integrando l’intelligenza ecologica con i modi di vita moderni. E i Gwich’in credono che l’istruzione sia centrale nello scoprire e sviluppare queste soluzioni. Ogni primavera, i 123.000 caribù che vivono nella riserva fanno la più lunga migrazione di ogni animale terrestre nel mondo. Viaggiano dalla parte meridionale della riserva fino al Nord, attraversando fiumi, combattendo con volpi, orsi, linci e ghiottoni; creano un passaggio attraverso la tundra alla ricerca di lichene, una pianta che quando mangiata si espande nel loro stomaco e li aiuta a sopportare le lunghe distanze – a volte fino a quasi 5.000 chilometri in un percorso non completamente dritto – per raggiungere la loro destinazione. Durante questo periodo di migrazione, i Gwich’in, che cacciano i caribù da millenni, non sparano mai, anche se vedono gli animali dall’altra parte del fiume.

I Gwich’in infatti si identificano così tanto con i caribù che “Gwich’in” vuol dire “popolo dei caribù”. La carne di caribù è stata per molto tempo parte centrale della loro dieta, e i Gwich’in che vivono nel villaggio Artico dicono che non si sentono pieni se non la mangiano. La carne, dicono, li rende forti. Nelle generazioni passate, i Gwich’in usavano le altre parti del caribù per fare vestiti, rifugi e attrezzi. A un livello più spirituale e mitologico i Gwich’in credono che si possa trovare la loro origine nel cuore, condiviso con i caribù, che permette di sapere cosa sta facendo l’altro.58 E la Coastal Plain, il milione e mezzo di acri contestati nel nord, è il luogo dove inizia la vita dei caribù – un territorio tradizionale di nascita che viene considerato una terra sacra. È verso la Coastal Plain che il caribù viaggia ogni anno per far nascere i propri cuccioli. Lo fanno perché è un luogo sicuro, con relativamente pochi predatori, e i venti che soffiano dall’Oceano Artico allontanano le zanzare, un fatto che non ha poche conseguenze, considerato che le zanzare attaccano violentemente i caribù, soprattutto quando sono ancora giovani e la loro pelliccia non è ancora folta come quella degli adulti.

«Vogliamo che la gente lasci in pace quel posto così i caribù possono tornarci quando vogliono e restare in salute», ha detto James. «Crediamo che Dio ci abbia messi qui dove siamo oggi per prenderci cura di questa parte di mondo. E il caribù è solo uno degli animali che proviamo a proteggere. Non è l’unico. Parliamo di tutte le forme di vita. Noi dipendiamo dagli uccelli e dalle anatre, dai pesci, dai piccoli animali, da alcune piante, dall’acqua, dai caribù, dalle alci, dalle capre. Sono tutti importanti». Negli anni ʻ60 un giovane geologo della British Petroleum attraversò a piedi la Coastal Plain della riserva e osservò le formazioni rocciose che indicavano la possibilità che ci fossero grandi quantità di petrolio. Le trivellazioni iniziarono durante l’amministrazione Reagan.

In risposta i Gwich’in fecero qualcosa che non facevano dalla seconda guerra mondiale: organizzarono un raduno di tutte le tribù Gwich’in, di tutti i quindici villaggi tra Alaska e Canada. Dal 5 al 10 giugno 1988 si riunirono nella sala comunale del villaggio Artico. Gli anziani volevano che l’intera nazione discutesse varie tematiche: mantenere la lingua dei Gwich’in, le relazioni di confine, i problemi dell’abuso di droga e alcol, e ovviamente, i caribù. All’inizio dell’incontro uno degli anziani tirò fuori un bastone con la testa d’aquila e spiegò che l’oggetto sarebbe servito per parlare durante l’incontro. Nessun ordine del giorno, niente appunti, nessun uso della lingua inglese, e nessun visitatore esterno permesso. Tutti ebbero la possibilità di tenere in mano il bastone e parlare. Fu deciso che l’unico modo in cui il mondo avrebbe saputo di loro e della loro dipendenza dal caribù era se l’informazione fosse stata presentata in modo chiaro. Così i capi villaggio lasciarono la sala comunale, salirono su una montagna, accesero un fuoco, e scrissero una risoluzione in difesa della preservazione dei territori che identificavano come di nascita e crescita delle mandrie di caribù. La risoluzione dichiarò che i caribù erano essenziali per incontrare i bisogni nutrizionali, culturali e spirituali della popolazione Gwich’in; che i Gwich’in hanno il loro diritto intrinseco di continuare con il loro stile di vita (come affermato dalla convenzione dei diritti umani); e che i caribù sono minacciati dall’esplorazione e dallo sviluppo dei siti di trivellazione per petrolio e gas naturali. La risoluzione esortava il presidente e il Congresso degli Stati Uniti a riconoscere i diritti dei Gwich’in proibendo lo sviluppo nella Coastal Plain e salvaguardandola come area protetta naturale.

James e gli altri membri del Comitato di Direzione dei Gwich’in decisero che la priorità era condividere l’esperienza dei Gwich’in con gli americani. Iniziarono parlando con giornali e riviste per raccontare la storia di un antico popolo che cerca di proteggere il loro stile di vita dalle trivellazioni petrolifere.  Anche se James e i Gwich’in hanno fatto della difesa della riserva la loro priorità, vedono questo tema anche all’interno di un più largo contesto ecologico, e pensano che si stia giungendo a un momento cruciale, considerato che le azioni umane stanno minacciando molti dei sistemi naturali da cui dipendiamo. «Abbiamo sempre parlato per dar voce alla Terra, sempre», dice James. «I nostri anziani ci hanno dato molto tempo fa un messaggio positivo. La gente semplicemente non ascolta. Ora crediamo che le cose peggioreranno. La gente avrà fame. Ci sarà il caos. Ma le persone qui e in altri luoghi potrebbero sopravvivere più a lungo, se tornano alla terra, potrebbero vivere un po’ di più».

James dice, più costruttivamente, che la gente può diminuire i danni della distruzione ecologica cambiando il modo di pensare e comportarsi. A tal fine, dice, «L’istruzione è fondamentale». L’istruzione offre infatti la possibilità di incrementare l’amore innato dei bambini per la natura e, da lì, coltivare una più profonda competenza per un’intelligenza, emotiva, sociale ed ecologica. Inoltre l’istruzione dà la possibilità di insegnare a bambini e adulti attività ed esercizi concreti che possono fare una notevole differenza positiva, già oggi. Ad esempio James consiglia di ridurre la dipendenza dal petrolio in molti modi, includendo il guidare meno, e camminare e andare di più in bici; lasciare che il principio “per bisogno, non per golosità” guidi le decisioni relative ai consumi, e non solo il riciclo ma anche il riutilizzo. «Non è difficile e non è facile», dice, «semplicemente è qualcosa che fai tutti i giorni. E se tutti lo fanno, diventerà uno stile di vita». Cambiare del tutto il nostro stile di vita in modo che rifletta una nuova sensibilità ecologica per il xxi secolo non è, ovvia mente, un’impresa semplice. Ci sono sfide enormi davanti a noi.

Ma i Gwich’in non si arrenderanno, dice James. «Perché proteggere la Terra è il nostro stile di vita. Ci rende ciò che siamo. E per nessun motivo potremmo allontanarci dal nostro stile di vita, a prescindere dai tempi durissimi. Non possiamo semplicemente cambiare ed essere qualcosa che non siamo».

Tratto da Coltivare l’Intelligenza Emotiva. Come educare all’ecologia di Daniel Goleman, Lisa Bennet e Zenobia Barlow.

Il libro è disponibile su Tlon, Amazon e in libreria.

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