di Maura Gancitano e Andrea Colamedici

 

L’attesa è finita, sta per andare in onda la serie finale di Game of Thrones in cui verrà rivelato l’epilogo delle vicende che hanno accompagnato milioni di spettatori in tutto il mondo per 8 anni.

Daenerys della casa Targaryen è uno dei più riusciti personaggi della saga, e probabilmente della letteratura mondiale. Eppure non è una figura semplicemente positiva: compie moltissimi errori e mostra vari aspetti oscuri di sé, ma riesce a superare continue violenze, tradimenti, sopraffazioni che la rendono sempre più forte. Quando fa per la prima volta il suo ingresso in scena, Daenerys è una ragazza dallo sguardo trasognato, malinconico e assente, ma nel corso del tempo acquista sicurezza, diventa adulta, manifesta ambizione. Prova fastidio per il modo in cui gli altri contendenti al Trono di Spade usano il potere, ma non possiede realmente un altro modo di praticarlo. 

Per lei, il potere è la chiave per liberare dal potere. Lo dice chiaramente quando confida i propri piani futuri, elencando i nomi delle famiglie che si sono susseguite al trono: «Lannister, Targaryen, Baratheon, Stark, Tyrell sono come raggi di una ruota. Prima uno poi un altro e un altro ancora. La ruota continua a girare schiacciando chi è sul terreno. Non voglio fermare la ruota, voglio distruggere la ruota». Daenerys, in sostanza, è più lucida di tutti gli altri, ma non ha ancora la chiave per cambiare il mondo in cui vive: distruggere la ruota rischia di essere soltanto la premessa alla creazione di una nuova ruota, i cui effetti saranno molto simili a quelli della precedente. Cosa fare, allora?

Nel corso del tempo, Daenerys si trova più volte a offre la libertà a schiavi che non sapranno gestirla, o che preferiranno una schiavitù sicura all’incertezza. Libera gli oppressi, che si trasformeranno dopo poco in oppressori. Il sogno di Daenerys si scontra inesorabilmente con i limiti dell’essere umano, con le radici difficili da scalfire del patriarcato, del sessismo, della violenza. Della stupidità. E lei stessa è violenta, durissima, vendicativa. Opta quasi sempre per la punizione e non per l’educazione, per la soluzione istintiva più che per la comprensione: «Vi offro una scelta: inginocchiatevi e seguitemi, oppure rifiutatevi e morirete» dice ai Lord dell’armata dei Lannister appena sconfitti, convinta di mostrarsi in questo modo migliore dei suoi predecessori. In nome dell’ideale è sempre pronta a uccidere migliaia di colpevoli, con una giustizia spesso sommaria e violenta. Fra i nomi di Danaerys c’è quello di distruttrice delle catene: eppure non ha gli strumenti per capire cosa fare, una volta che quelle catene sono state spezzate.

Daenerys ricorda che si può anche diventare un riferimento carismatico ed esemplare da seguire, perfezionando se stesse e superando i propri limiti, ma che questo non è sufficiente a cambiare la società in cui si vive. È tanto, ma non è tutto. Anzi, agire questo modo provoca invidia e odio in chi non sa come tirarsi fuori dalla propria condizione. Nel mito della caverna, Platone mostra un individuo che, dopo essere stato condotto a vedere il sole, torna nel luogo in cui era sempre vissuto in catene, costretto a guardare insieme ad altri prigionieri un carosello di ombre riflesse sul muro per tutta la vita. Il finale del mito è tragico: i compagni «non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?». E questo è il destino che tocca a Daenerys: subire quotidianamente tentativi di assassinio, insurrezioni popolari e rivolte dettate tanto dal fastidio dei padroni spodestati quanto dall’incapacità dei liberati di riorganizzarsi. Sa di più, ha valori più sani, è più umana. Ma questo non basta a far di lei una buona governante, pur essendo un’ottima liberatrice.

 

Una società giusta

Il trono di spade, come ha giustamente fatto notare Alyssa Rosenberg sul Washington Post, rischia di veicolare un’idea sbagliata di femminismo, ammantando di “potere alle donne” un approccio alla vita ugualmente maschilista e patriarcale. Non basta il girl power per essere femministi. Non è sufficiente che una donna ce la faccia, che riesca a ottenere un ruolo di potere per parlare di “giustizia ristabilita” o di “fine del patriarcato”. Se pure tutti i capi di stato del mondo fossero donne ciò non significherebbe affatto la fine dell’impegno per una società giusta. La società sarà davvero giusta quando le condizioni per raggiungere ciò che si desidera saranno le stesse per tutti, quando il trattamento equo sarà diffuso a tutti i livelli, in qualunque ambiente lavorativo. Spesso, infatti, chi come Daenerys raggiunge dei posti di comando si dimentica che le discriminazioni toccano anche chi fa un lavoro semplice, su cui nessuno pone l’attenzione. Oltre alla distruzione del soffitto di cristallo per il singolo, quindi, occorre garantire trattamenti equi in tutti i campi. Iniziando, magari, dal non chiedere più a una donna in età fertile durante un colloquio di lavoro se ha intenzione di avere dei figli.

La via d’uscita è immaginare un nuovo modello sociale. Non è cambiando il leader che la società cambia, ma cambiando i rapporti tra tutti i suoi membri, iniziando a fare attenzione a tutte le azioni quotidiane, al linguaggio, alle discriminazioni. Daenerys pretende che questo cambiamento avvenga spontaneamente, ma non è mai così: occorre costruirlo, alimentarlo, accompagnare tutti verso un nuovo livello di consapevolezza attraverso una serie di pratiche quotidiane.

 

Un solo modello di potere: quello patriarcale

Nella nostra società esiste un solo modello di potere: quello incarnato dall’eroe, un individuo solitario che lotta contro le avversità e distrugge i nemici. Un tale stereotipo veicola l’idea che per avere potere sia necessario essere iper-produttivi, competitivi, ossessionati, senza scrupoli, e che il potere risieda nelle grandi azioni eclatanti, mentre le piccole non abbiano alcuna influenza.

Secondo James Hillman, questo modo di pensare al potere è una delle peggiori malattie della nostra società: l’individuo posso scegliere se diventare parte del meccanismo o se tirarsi indietro, ma non può immaginare di dare vita a un altro meccanismo, a un circolo virtuoso che si sostituisca al circolo vizioso. Si può immaginare di distruggere la ruota, come desidera Daenerys, ma non di sostituirla con un altro meccanismo paritario, che non comporti la sopraffazione e la sottomissione di qualcuno.

La sfida di oggi, invece, è proprio ricominciare a immaginare altri tipi di potere: non solo quello marziale e impositivo, ma un potere comunitario, collaborativo, equo, paritario. Oggi crediamo che avere potere sia imporsi sugli altri e decidere al posto loro, ma il potere può essere una collaborazione tra forze diverse. Non significa che questa forma sia meno solida, anzi. Si tratta piuttosto di dare vita a un modello costruttivo e non distruttivo, di estendere la cura di sé – cioè quello che in Grecia si chiamava epimeleia eautou – alla società.

Daenerys non può cambiare il mondo da sola, ma può usare il proprio potere per creare un circolo virtuoso. Quello che ciascuno di noi può fare da solo e da sola è pochissimo. Tutto cambia, però, quando iniziamo a farlo in tanti, quando percepiamo di essere una moltitudine, di avere uno scopo comune. Un piccolo gesto, se diventa un’epidemia, cambia l’atmosfera. Ovviamente è difficile: per essere iniziatori di piccoli gesti di cambiamento ci vuole forza, una forza maggiore di quella che serve per cedere all’odio. Puoi compiere un gesto di odio senza rendertene conto, per imitazione o per frustrazione, ma per una buona pratica serve consapevolezza. E perché la buona pratica scavalchi la marea di odio serve che la si faccia in tanti, con gesti di bassa manutenzione apparentemente inutili, ma essenziali.

In questo senso, la difficoltà di Daenerys nasce dalla sua educazione: le è stato detto che esercitare il potere significa minacciare di morte, imporsi, instillare paura e malessere nei sudditi e nei propri sottoposti. Per quanto cerchi di superarlo, quel modo di pensare continua a guidare le sue azioni e porta al fallimento qualunque gesto di parità e misericordia che compie.

 

Questo mette in evidenza un aspetto fondamentale: i condizionamenti culturali sono prima di tutto condizionamenti cognitivi. I nostri pensieri, infatti, sono quasi sempre non originali, indotti. Giudichiamo un uomo più autorevole di una donna, e una persona elegante più autorevole di una persona vestita in modo trasandato perché siamo indotti a fare così. Non ci rendiamo conto che non è un nostro pensiero, ma il frutto della nostra educazione, di ciò che la società ci ha indotti a credere fin da piccoli. Per creare un vero cambiamento occorre fare attenzione ai propri pensieri, soprattutto a quelli che impediscono di immaginare nuove possibilità.

In sostanza, per smettere di aderire al patriarcato non è sufficiente diventare potenti: occorre cambiare radicalmente, anche se il cambiamento radicale fa paura e sembra impossibile. Un mondo senza discriminazione non è un mondo in cui alle donne è permesso di partecipare, ma uno in cui ci sia una riforma totale. È un fuoco purificatore quello di Daenerys, l’elemento della madre dei draghi. Se quel fuoco viene usato solo per sé, per il proprio potere individuale, servirà a renderla più forte ma non cambierà la situazione attorno a lei. Sarà una vendetta simile a quella di Malefica verso Aurora: l’illusione di essersi rivalsa su chi l’ha violentata, ma che in realtà fa ricadere lo stesso dolore su altre donne. La violenza sembra più forte e invece è solo distruttiva.

 

Cos’è il Potere?

In questo senso, occorre ripensare cosa sia realmente il potere. Lo spiega bene Carlos Castaneda, autore di romanzi considerati freak ma che in realtà sono la trasposizione narrativa delle ricerche filosofiche di Edmund Husserl e Harold Garfinkel. Castaneda in Viaggio a Ixtlan fa dire a Don Juan che «il potere personale non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa a cui rendersi accessibili. Il potere personale è una sensazione, qualcosa come l’essere fortunati. Oppure lo si può definire uno stato d’animo. Il potere non appartiene a nessuno e la chiave del potere accumulato è che può essere usato solo per aiutare qualcun altro ad accumulare potere». Non si tratta, quindi, di qualcosa da ricercare e da cui farsi logorare, di una forza fine a se stessa, ma di qualcosa che è più simile alla sensazione di essere fortunati. E chi è fortunato agisce con forza ma senza ossessione, agisce in nome di uno scopo, e non per una pulsione, per orgoglio, per libidine.

Daenerys è un’eroina in grado di intercettare il potere, cioè di rendersi accessibile, di cavalcarlo. Ma il suo potere non è “suo”, non dovrebbe esserlo. È qualcosa che va usato solo per aiutare altre donne e altri uomini ad accumulare a loro volta potere: cioè ad agire nel mondo con la sensazione di essere fortunati: per costruire e non per distruggere. Questo cambiamento di pensiero è epocale, definitivo, e quindi difficilissimo. Perché siamo abituati a vedere il potere come qualcosa che rende ossessionati, detestabili, spregiudicati, e quindi da rifuggire oppure da desiderare ardentemente. Una donna può vergognarsi di desiderare il potere, può negare questo desiderio per paura di diventare una persona spregiudicata. Invece dovrebbe alimentarlo, perché è un desiderio umano. Ciò che non è umano è il modo di esercitarlo, e oggi è più che mai necessario immaginarne un altro.

Lottare per la destituzione del potere attuale serve a poco se non ci si sforza di immaginare un nuovo mondo, offrendo a chi lo abita gli strumenti per poter esercitare la propria libertà. Non basta far fuori i vecchi padroni per ristabilire la giustizia, così come non è sufficiente accedere ai ruoli di potere per creare una società egualitaria. Daenerys grida agli schiavi: «Non è a me che dovete la vostra libertà. Io non posso darvela. La vostra libertà non appartiene a me. Appartiene solamente a voi. Se la volete, sta a voi riprendervela. A ciascuno di voi». Ma quegli schiavi sono cresciuti all’interno di una società violenta, misogina e sessista e continuano a essere violenti, misogini e sessisti anche dopo l’azzeramento dei ruoli.

La logica patriarcale è individualista e paternalista: devi pensare solo a come superare singolarmente i condizionamenti sociali e le difficoltà, e il Potere è un grande Padre che deve proteggerti (e che può distruggerti quando lo ritiene necessario). Quando Daenerys riesce a raggiungere il potere non si accorge di dover compiere un cambio di prospettiva rispetto a questo modello. Daenerys non può accontentarsi di essere una donna eccezionale, se intorno a lei le donne continuano a essere schiacciate e violentate in ogni modo possibile.

In un immaginario in cui nessuno è davvero buono, ma tutti i personaggi si macchiano di qualunque delitto, Daenerys rappresenta il massimo dell’idealismo. Ma l’idealismo si scontra costantemente con la realtà e rischia di essere un fallimento totale. Il suo fuoco è sano, è liberatorio, ma manca di pensiero, di strategia, di ragionevolezza. Tutti aspetti che sta a noi portare in luce, unite e uniti dalla sfida di un potere radicalmente nuovo.

 

Questo articolo è un estratto del capitolo dedicato a Daenerys in “Liberati della brava bambina“, il nostro ultimo libro.

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