Cosa significa la candidatura di Roberto Saviano a Premier del M5S

di Maura Gancitano

In questo Paese non si può più fare appello al rispetto delle regole della democrazia senza sentirsi dire “sei del PD”. Che chi difende il rispetto delle regole, delle istituzioni, dei diritti umani e di procedure oneste venga definito al servizio di una precisa forza politica, anziché essere riconosciuto come un cittadino italiano che ha rispetto per la Costituzione è davvero preoccupante, e purtroppo accade ogni giorno.

Ciò che è successo oggi è che Roberto Saviano ha ufficializzato la propria candidatura come premier per il Movimento Cinque Stelle, e i commenti non si sono fatti attendere. Alcuni lo hanno preso sul serio e hanno risposto che è ammesso solo chi abbia già avuto un incarico pubblico nel M5S, altri hanno scritto che è meglio che continui a occuparsi di mafia anziché voler intraprendere la carriera politica. Troppi, davvero troppi non hanno capito il significato del gesto.

 

Ma cos’ha fatto Saviano? Un gesto non solo politico, ma anche artistico, intellettuale e profondamente democratico. Ha cercato di sfasciare un meccanismo che ha portato una delle forze politiche più potenti in Italia ad avere un solo candidato ufficiale. Una situazione strana, curiosa, ma soprattutto preoccupante. Perché una forza politica – soprattutto se si definisce un movimento basato sulle idee e sui bisogni dei cittadini italiani, cioè dal basso e non imposto dall’alto – in cui è presente un solo candidato non è pluralista, non è democratica, e suggerisce una mancanza di vivo e autentico dibattito interno.

Il gesto di Saviano è un’azione pubblica che sarebbe stata compresa profondamente nella polis greca e che rimette in campo l’etica del discorso, il vero dibattito pubblico, e distrugge lo spettacolo della politica al tempo dei social network, cioè una ricerca costante del consenso, una paura costante della perdita di like, condivisioni, sostegno.

Quella di Saviano, dunque, è un’azione politica nel senso inteso da Hannah Arendt che la maggior parte degli intellettuali italiani non potrebbe fare con la stessa potenza perché non susciterebbe lo stesso clamore, certo. Ma anche – forse – perché ha dimenticato il suo ruolo originario, cioè quello di pungolo e disturbatore del politico. Perché è importante raccontare, ma a volte serve distruggere i meccanismi apparentemente trasparenti – ma in realtà finti, cioè puro spettacolo – della politica di questo Paese, e si può fare solo con un gesto di questo tipo.

Affermare che una forza politica si trovi in una “situazione patetica per non dire bulgara” non significa appoggiare una forza politica concorrente, ma ricordare le basi del pluralismo democratico. Basi che oggi vengono costantemente minacciate, svendute, negoziate, e che invece occorre proteggere, perché sono l’unica garanzia, l’unica tutela per tutti noi cittadini.

Pensate a quali sono state le forze politiche nella storia moderna e contemporanea che hanno avuto una sola voce, un solo candidato leader, una sola corrente. Trovate un esempio di forza politica democratica che abbia fatto questo in uno stato normale. Quando non c’è pluralismo non c’è democrazia, e questo gesto lo ricorda.

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