Come imparare dal Terrorismo

Se la legalità è l’essenza del governo non tirannico e l’illegalità quella della tirannide, il terrore è l’essenza del potere totalitario.
Hannah Arendt, Le origini del Totalitarismo.

La parola terrore deriva da treseo, io faccio tremare: è scosso il terrorizzato e vibra dentro e contro di sé. Le conseguenze del terrorismo sulla psiche umana sono difatti prossime a quelle del terremoto: in entrambi i casi a venire a mancare è il senso di stabilità, e il mondo smette di passare per quel che non è, ossia un posto sicuro. Terrore e tremore producono incertezza, costringono al riconoscimento momentaneo della precarietà dell’essere al mondo. Il terrorista ricorda all’uomo contemporaneo che tutti gli sforzi volti ad eliminare integralmente il pericolo sono e saranno sempre vani: sottolinea con il suo esistere l’incapacità di qualsiasi totalitarismo di essere realmente totale. Il sogno totalitario, infatti, consiste nella soppressione integrale della differenza, ed è il totalitarismo stesso a sollecitare la manifestazione del terrore, affinché sia possibile far emergere anche le più piccole differenze degli individui nel tentativo infinito di livellarle.

Philip K. Dick, sulle orme di Carl G. Jung, arrivava a considerare i nazisti del suo La Svastica sul Sole «il prodotto di un’insorgenza dell’inconscio collettivo»:  i nuovi ariani erano convinti di avere il compito di rigenerare l’umanità e rifondare così la storia. L’Isis è il grande mito negativo che l’Occidente può cavalcare nel tentativo di salvarsi da sé stesso, anche a costo di autodistruggersi. «Il dominio totalitario, al pari della tirannide, racchiude in sé i germi della propria distruzione», scriveva Hannah Arendt. E che l’Isis sia stato sovvenzionato dall’Occidente non è l’ultima delle trovate complottiste: Rand Paul, senatore americano candidato alla Casa Bianca nel 2016, è stato molto chiaro in proposito (e non è stato l’unico): «L’Isis è sempre più forte perché i falchi nel nostro partito hanno fornito indiscriminatamente armi agli estremisti. Volevano far fuori Assad e bombardare la Siria. Sono stati loro a creare questa gente. Tutto quel che i falchi hanno fatto e detto in politica estera negli ultimi 20 anni riguardo a Iraq, Siria e Libia, lo hanno sempre sbagliato». Ma se le ragioni consce che hanno spinto l’Occidente ad armare il suo peggior nemico possono essere inscrivibili nel tentativo malriuscito di acquisire potere destituendo avversari scomodi, quelle inconsce hanno a che fare con il bisogno di costruire un nemico dal carattere dionisiaco, imprevedibile e notturno, capace di reinserire il terrore di esistere nella vita dell’Occidente.

La società contemporanea è, difatti, il frutto di un tentativo durato millenni di eliminare l’ossessione del pericolo e il rischio di essere vivi. Se, cioè, per l’uomo preistorico era impossibile non sapere che la distruzione totale poteva nascondersi dietro ogni angolo, nel corso del tempo i processi di normalizzazione hanno costruito quella fenomenale barriera percettiva che oggi è finalmente in grado di farci sentire, come individui e come specie, (quasi) sempre al sicuro. Sappiamo di poter morire travolti da un’auto o a causa di una fuga di gas, ma non ci terrorizza più il semplice fatto di essere al mondo. Anche lo sfrenato capitalismo ha in fondo lo scopo di generare una sensazione diffusa di intoccabilità: l’accumulo del capitale e lo sfruttamento finalizzato al profitto sono tentativi di confermare l’imperturbabilità quantomeno di un pezzo del creato. Non è più obbligatorio per tutti imparare a gestire il terrore e riconoscere l’insensato viaggio nell’ignoto che compiamo quotidianamente senza scopo e direzione apparenti. Oggi abbiamo il diritto di non avere forza e voglia di sopportare tutto questo, e possiamo convincerci in massa della stabilità e dell’immutabilità del circostante. Il terrorismo e le catastrofi naturali costringono invece a ricordarsi l’impossibilità di sfuggire dall’urlo belluino di Dioniso che, come ricordava Giorgio Colli, è insieme «vita e morte, gioia e dolore, estasi e spasimo, benevolenza e crudeltà, cacciatore e preda, toro e agnello, maschio e femmina». Ma se le catastrofi naturali non sono la conseguenza di un’azione umana – sebbene siano note le tristi affermazioni veicolate da Radio Maria sul terremoto come «castigo divino per le unioni civili» – il terrorismo al contrario è anche la manifestazione del nostro bisogno di riappropriazione del mistero, dell’ignoto e dello spazio sacro, la cui assenza nel mondo ha generato danni incomparabili.

Il dionisiaco obbliga a riconsiderare il principio di non contraddizione su cui abbiamo impostato la nostra civiltà, e con esso la tirannia della ragione: Dioniso è il dio degli opposti, del darsi insieme, di quella contraddizione che la ragione non può contenere. “È impossibile che una stessa cosa sia e non sia allo stesso tempo” non è a ben vedere un principio, ma una preghiera, che recita: «Dio mio, fa sì che io, voltandomi, ritrovi ancora lo stesso mondo nello stesso posto. Fa sì che io resti ciò che sono durante il sonno, e possa risvegliarmi uguale a prima». Ed è lo stesso per il principio di identità (A è A e non può essere non-A) e il principio del terzo escluso (A o è B o non è B): «Dio mio, lascia il mondo così com’è. Lascia che io lo governi attraverso le differenze tra le cose, e fa che io non sia in balìa delle somiglianze. Lascio a te l’indifferenziato ma tu cedimi l’incontaminato. Amen».

«La fede comincia appunto là dove la ragione finisce», scriveva Kierkegaard. Ma non è la fede a essere nata in seguito al finire della ragione: al contrario è la ragione, secondogenita, a finire dove inizia la fede. La ragione è quello spazio entro cui siamo riusciti a far tornare i conti: è il logos che anela al territorio del mythos, è il numero intero che sbianca di terrore di fronte agli estatici numeri irrazionali. Dio, sostiene ancora Kierkegaard, è «al di là dell’etica», e l’uomo vive la solitudine angosciosa di fronte al suo mistero paradossale. Il rifiuto della solitudine, dell’angoscia e del paradosso porta alla nascita di un totalitarismo iperapollineo che ha lo scopo di far esistere soltanto ciò che reputa di poter controllare. Possiamo considerare il terrorista come colui che ci toglie la libertà e la serenità, e di conseguenza alzare barriere ancora più alte e pene più severe nella prigione in cui ci stiamo rinchiudendo. Oppure, possiamo cominciare a osservare attraverso di lui la manifestazione di un nostro rimosso, e l’invito ad accogliere nuovamente l’ignoto nelle nostre vite. Che non significa «lasciamoci invadere dal nemico», ma «cerchiamo di capire cosa il nemico ci sta facendo vedere», decriptando quel codice del mito che noi stessi abbiamo creato.


Andrea Colamedici è il fondatore di Tlon. Filosofo, editore e scrittore, ha appena pubblicato Il codice del Mito (Mursia 2017).

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