Come essere artisti sui social?

di Maura Gancitano

Ho letto un articolo di Silvia Garis pubblicato su The Vision dal titolo Cosa significa essere artisti quando tutti lo sono su Instagram e l’ho condiviso nel gruppo Amici di Tlon per ragionarci insieme. La domanda di Garis è “quando la creatività diventa arte?” Viviamo, infatti, in una società che ci spinge a sentirci creativi, portatori di una straordinaria unicità… Ma è davvero così? La potenza creativa di cui ci sentiamo portatori è vera arte? E soprattutto, si può manifestare attraverso una foto su Instagram?

L’articolo mi ha fatto tornare in mente un libro (fuori commercio) di Yves Michaud che si chiama L’arte allo stato gassoso, e che inizia così:

Il XXI secolo è l’epoca dell’adorazione e del culto della bellezza, dove la legge è che tutto deve essere bello; ma è anche l’epoca del paradosso: la bellezza è celebrata in un mondo privo di opere d’arte, se per queste ultime intendiamo gli oggetti rari e preziosi che una volta si contemplavano religiosamente.

Io e Andrea l’abbiamo citato nell’ultimo capitolo di Tu non sei Dio, applicando l’idea di “arte allo stato gassoso” a quella di “spiritualità allo stato gassoso”: così come siamo ossessionati dalla bellezza, lo siamo da ciò che viene definito spirituale. Ma, allo stesso modo, bellezza e spiritualità rischiano di diventare evanescenti, un prodotto commerciale o un contenuto virale che aspettano l’acquisto, il like, cioè che tu converta il tuo essere spettatore in un’azione monetizzabile.

Siamo costantemente indotti alla fruizione di contenuti (testi, immagini, video) perfetti dal punto di vista tecnico e grafico, ma che spesso sembrano prodotti in sequenza, dunque tutti uguali, in un certo senso senza sangue. Scrive Garis:

Credo che la colpa risieda nell’attuale tendenza della società a spingere a un’esagerata valorizzazione della creatività del singolo, ingannandoci e convincendoci che essere ufficialmente riconosciuti “creativi” dagli altri e mettere in mostra le nostre creazioni ci dia una marcia in più e ci faccia salire di importanza nella scala sociale. […] Creare arte è tuttavia un’altra cosa, una cosa che non si può progettare a tavolino.

La mia sensazione è questa: è difficile giudicare una volta per tutte cosa sia autentica arte e cosa no, soprattutto se si parla di arte visiva contemporanea (consiglio di leggere a questo proposito Lo volevo fare anch’io di Francesco Bonami); si potrebbero usare le parole di Emily Dickinson, che scriveva

Se mi sento materialmente come se mi avessero levato la calotta cranica, so che è poesia.

Ma ciò che mi interessa di più è cosa succede a ciascuno di noi quando crea qualcosa. Oggi, infatti, è piuttosto facile creare una pagina Facebook o un profilo Instagram o un canale YouTube “belli”, ben fatti, ben organizzati, con una strategia, un calendario editoriale, degli obiettivi. È piuttosto facile produrre contenuti con regolarità, uno via l’altro, ben studiati, con una struttura, e che ricevano un certo consenso. Ma questa è arte?

Io credo che la differenza ciascuno di noi debba trovarla non tanto nel risultato finale, ma in sé, cioè nello stato in cui si trovava quando ha dato vita a quella creazione. L’arte sfugge alla replica, alla riproducibilità tecnica. È un evento.

In un mondo in cui gli eventi sono la norma, e non l’eccezione, chi vuole essere un vero artista deve quindi tenere sempre il polso del proprio vissuto interiore, della propria capacità di andare in un altro stato di coscienza, di perdersi. Se il proprio stato è lo stesso di quando fa la lista della spesa o seleziona i tag di un video o scrive dei messaggi su WhatsApp, allora non si tratta di un evento, non avviene quel sentirsi strappati dall’ordine di leggi del mondo ordinario.

Se non si dimentica del calendario editoriale, degli insights di Facebook, dei like, del tempo lineare, allora è davvero difficile che quello che sta facendo possa chiamarsi arte.

E probabilmente il senso di insoddisfazione di questo tempo deriva dal fatto che cerchiamo sempre più negli strumenti tecnologici, nella condivisione immediata e nella produzione di contenuti qualcosa – uno stato di grazia – che possiamo trovare solo nell’autentica produzione artistica, cioè nella sospensione del tempo ordinario.

One reply on “Come essere artisti sui social?

  • Luca

    L’arte accade. Avevo visto un video dove Picasso dipingeva una colomba su una superficie trasparente e diceva che ci aveva messo anni a dimenticare tutto quello che aveva imparato all’accademia per trovare quello stato in cui iniziava a dipingere senza sapere quel che avrebbe dipinto. Se questo ha senso, fa dell’arte un’espressione alla portata di chiunque riesca a farsi tramite. Ma comunque non tutti, secondo me, possono essere Picasso e mi viene in mente il concetto di misura legato al daimon greco: anche se segui il tuo daimon va comunque trovata la giusta misura. E non in tutti risiede quella misura eccelsa che alcuni hanno, anche se sono in grado di far accadere l’arte. Quindi ha proprio senso non vedere l’arte come fonte di consenso ma come indagine o espressione di sé. Se poi da compenso non ha importanza, magari avrebbe anche senso essere gelosi di quelle opere che raccontano il proprio personale rapporto con un “altrove artistico”.
    A me pare così ora.

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