Come apprendere l’Arte del Dubbio e del Dolore

C’è un’enorme differenza, diceva Luciano de Crescenzo, tra gli uomini a punto interrogativo e gli uomini a punto esclamativo. Gli uomini a punto interrogativo sono quelli che vivono per domandarsi le cose, per sollevare dubbi, e cioè per tirare su. Gli uomini a punto esclamativo sono quelli che vivono per coprire, per abbassare il livello del discorso, per eliminare il dolore del dubbio; per tirare giù.

Se hai appreso l’arte di avere dubbi non puoi più smettere, perché dubitare crea dipendenza. Una dipendenza sana, che non ha nulla a che vedere con l’infelicità. Il fatto è che noi associamo l’infelicità alla vuotezza, e non riusciamo a capire che una vita felice è una vita in cui è presente anche l’infelicità. È il farti delle domande, cioè avere un limite da superare, che ti fa sentire in movimento e veramente vivo. Il dubbio è l’anticamera della trasformazione: accogliere il dubbio come compagno di viaggio significa disporsi a essere completamente diversi da un istante all’altro. Se dubiti, sai di essere perennemente in pericolo. E lo accetti. E così apprendi, e ti trasformi.

Il bruco è letteralmente in pericolo di diventare farfalla. Farà posto alla farfalla: perché il bruco è bruco e la farfalla è farfalla. Bisogna avere il coraggio di essere talmente pericolosi da non dimenticarsi mai che ogni trasformazione porta tanta morte quanta rinascita: più sei disposto a morire, meno resterà di te. Meno resterà di te, più potrai diventare. Non sarà più il bruco a dover capire come sforzarsi per diventare farfalla. E la percezione del nulla è la chiave che permette di vedere il circolo vizioso dei bruchi che anelano a diventare millepiedi, quando invece potrebbero trasformarsi in farfalle. È il fastidio dell’enorme fatica compiuta per far spuntare qualche zampetta in più, quando invece si potrebbero lasciar venire fuori le ali.

 

 

E c’è un dolore peggiore degli altri, ed è quello che nasce dal rifiutare sistematicamente il dolore. Non siamo abituati a riconoscerlo, e intacca l’esistenza di tutti quelli che non riescono più a fare spazio nella propria vita perché devono a tutti i costi essere positivi, entusiasti, felici, performativi.

Li si riconosce perché, per ansia di trasformare quel che arriva loro, non si prendono il tempo di accoglierlo e gli cambiano subito il segno, da meno a più. Essere positivi, però, è uno sbilanciamento: vuol dire aver soppresso un polo fondamentale. È una banalità troppo spesso dimenticata, questa grande lezione di Nietzsche: che noi siamo l’energia che si produce tra i poli, e che sopprimerne uno significa autodistruggersi. La luce senza il buio è illusione, il buio senza luce è follia.

Convertire istintivamente ogni meno in un più è, a ben vedere, una raffinata forma di dipendenza che ci impedisce di scendere dentro noi stessi, di coltivare l’infelicità. Solo esplorando i nostri abissi potremo elaborare sterminate cartografie degli inferi: e se il mondo fosse capovolto, ci riscopriremmo esperti delle vette. «Nel nostro ottundimento psichico non siamo nemmeno mummie o zombi, perché non siamo stati nel mondo infero, nella terra dei morti. Siamo semplicemente nella caverna di Platone, drogati, bloccati, ottusi. Il mio appello, allora, non è tanto quello classico: “svegliati e guarda”. Ma piuttosto: “senti”», scriveva James Hillman in Politica della Bellezza.


 Estratto da Lezioni di Meraviglia di Andrea Colamedici e Maura Gancitano (Tlon 2017)

 

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