Claudio Naranjo – Psicologia transpersonale

Intervista pubblicata in “Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria” n°21, gennaio-aprile 1994.

So che non ti piace il termine “transpersonale”, parola che è molto usata per definire un particolare tipo di approccio alla psicologia.

Credo che sia una parola evocativa. In realtà l’ho utilizzata nel mio primo libro: “The one quest” prima che entrasse in uso. Poco dopo aver scritto il capitolo in cui compariva la parola “transpersonale”, usciva la rivista di Psicologia transpersonale e poi scoprii che anche Jung aveva usato questo termine. Forse la prima persona ad usarla fu Rudhyar, un astrologo francese.

La ritieni una parola evocativa. Puoi dire di più?

Nonostante sia una buona parola per designare quello che si trova oltre la personalità, oltre il corpo e le emozioni, oltre l’intelletto, mi sembra che sia stata usata come eufemismo per evitare di usare il termine “spirituale” e, in questo senso, diventa una parola propagandistica, un poco astuta, utilizzata per sembrare più scientifici ed essere accettati nel mondo della psicologia, nel quale la parola “spirituale” è associata al religioso e quindi potrebbe risultare antiscientifica.

Quindi nutri dei dubbi sulla scientificità del movimento transpersonale?

Di fatto non mi sembra che sia più scientifico dei movimenti religiosi. Si potrebbe giustificare l’eufemismo e questa strategia, se il movimento transpersonale fosse più scientifico di quello che è. Io personalmente, sebbene sia stato definito uno dei pionieri della psicologia transpersonale, non l’ho usata nel mio lavoro se non raramente e non mi sento vicino alle persone che si definiscono “psicologi transpersonali”. Non ho una grande ammirazione per questo “circolo”.

Quali sono le tue idee circa la possibilità di integrazione tra psicoterapia e psicologia transpersonale?

Invece di parlare di integrazione tra psicoterapia e psicologia transpersonale, come se la psicologia transpersonale fosse qualcosa di definito, preferisco rispondere alla domanda: come integrare la psicoterapia con la spiritualità.

Mi sembra molto interessante, mi piacerebbe che ne parlassi di più.

Otto anni fa, in occasione di un congresso della Società di Psicologia Umanistica europea in Svizzera, ho avuto un incontro con Keyserling che forse è il più interessante dei rappresentanti della psicologia transpersonale in Europa. Egli parlò per primo e io gli facevo da traduttore dal francese, cosicché feci molta attenzione a quel che diceva. Disegnò una piramide alla lavagna mostrando l’evoluzione di tutte le psicologie, dal comportamentismo, attraverso la psicoanalisi, alla maggiore sofisticazione della psicologia umanistica, poi le diverse fasi della psicologia esistenziale culminando con la psicologia transpersonale, come vertice della piramide. Dopo di lui ho parlato io e ho detto che, sebbene cronologicamente questo sia stato lo sviluppo delle tendenze nella psicologia, mi sembrava che la psicologia transpersonale fosse una scatola vuota. Se vogliamo trovare in essa un vero contenuto, meglio cercarlo nelle psicologie transpersonali prescientifiche: nella psicologia del Buddhismo, nella psicologia implicita nel Sufismo e addirittura nella comprensione psicologica dei Rabbini, in generale in tutte quelle tradizioni spirituali che hanno trattato gli aspetti psicologici in maniera “saggia”. Più si evolve la psicologia meno troviamo quella che può chiamarsi “psicologia transpersonale” che oggi è spesso, in definitiva, un modo di nascondersi e poter dire: ” la psicologia transpersonale lo dice “. In realtà è un’intenzione molto buona quella di avvalorare ciò che nel campo psicologico non rientra nell’orbita scientifica, per avvalorare un interesse per il paranormale, la creatività, la psicologia della religione e così via. L’intenzione esiste, però non esiste un corpo unitario di conoscenze, anche se molte persone lavorano per contribuire alla sintesi attingendo un po’ da una parte e un po” dall’altra. Per esempio, in Svizzera, c’è uno psicologo ceco, il cui nome non ricordo in questo momento, che conosce molto bene il Buddhismo Hinayana e che ha scritto sull’integrazione tra la concezione della psicologia dell’Abhidarma e lo Psicodramma. Egli conosce lo psicodramma profondamente e quindi scrive di una psicologia antica stabilendo le connessioni con quella moderna. Allo stesso modo altri stanno facendo piccole integrazioni. Stando così le cose, mi sembra un poco artificiale parlare della “psicologia transpersonale” come se fosse un corpo integrato di conoscenze.

 

Quindi si può dire che sono integrazioni che vanno ad arricchire il corpo della psicologia occidentale classica aprendola a nuovi e più ampi orizzonti.

La psicologia transpersonale afferma che esiste il transpersonale, in altre parole che esiste lo spirituale, che esiste un ambito di esperienze che vanno ben oltre le esperienze interpersonali o le esperienze di relazione con gli oggetti del mondo fisico. Esiste il mondo che a volte è detto “della coscienza”, perché si usa molto chiamarla “psicologia della coscienza”, e al di fuori di questo il fattore spirituale è anch’esso terapeutico. Non solo è terapeutico comprendere la psicodinamica, non solo è terapeutico lo sforzo di cambiare il comportamento, ma anche l’esperienza di coscienza espansa, la coscienza del divino e, per ultimo, “la coscienza della coscienza” è un fattore importante nella psicoterapia. Io aggiungerei che non solo questo ma anche la prospettiva del cammino interiore è terapeutica. È terapeutico, per una persona che si trova in una fase di cambiamento, comprendere questo processo come qualcosa che va più in là della cura dei sintomi, o più in là dell’adattamento sociale, dunque, capire un po’ la natura della trasformazione, del fine ultimo. In termini molto generali, conoscere qualcosa che tradizionalmente è stato chiamato “gli Insegnamenti”: insegnamenti rispetto al destino umano, alla natura del cammino interiore.

A volte, quando si parla in questi termini, le persone più “scientifiche” pensano che si vada nel misticismo, nell’astratto, in quello che solo la religione può raggiungere, invece so che nel tuo lavoro c’è grande concretezza e attenzione ai risultati verificabili. Quale potrebbe essere l’elemento terapeutico trasformatore, in senso transpersonale, per come tu lo intendi?

Io credo che un fattore che si può chiamare transpersonale è il fattore della coscienza in se stessa. In realtà la coscienza non appartiene al mondo del corpo, non appartiene al campo volitivo, non appartiene al campo affettivo né al campo cognitivo, secondo il significato corrente. L’attenzione a sé, quando diventa pratica quotidiana, è un fattore transpersonale. Direi di più: il livello di attenzione di una persona è un’energia che si irradia e l’esperienza gruppale è un fattore molto importante di questo passaggio di attenzione attraverso la quale anche le parole producono un effetto amplificato, come se fosse puntato un faro luminoso su ciò che si osserva. Nella Gestalt, in modo particolare, l’attenzione è molto più che un mezzo per scoprire qualcosa, l’attenzione è un fattore di sanità in se stesso. Si può dire che la Gestalt ha la pretesa di restaurare la capacità di attenzione, la capacità di stare nel qui ed ora, che non è stare qui ed ora per capire qualcosa del passato, ma piuttosto di capire “a volte” qualcosa del passato per poter stare qui ed ora. È fine a se stessa, è come un diritto, qualcosa che appartiene alla salute e che merita di essere restituito all’uomo. Anche l’amore lo considererei un fattore transpersonale, però la maggior parte delle volte quello che chiamiamo amore è un amore in fondo seduttivo, un amore-piacere che significa ricerca di gratificazione dei nostri impulsi istintivi o passionali. Il vero amore è uno stato senza oggetto, il vero amore ama tutto quello che gli è posto davanti. È come un’allegria senza fine, senza finalità. È anche parte della salute, di modo che se c’è amore, uno ama se stesso e chi gli sta davanti. Tanto è più grande l’amore quanto meno è condizionato. Con questo non voglio dire che l’amore debba essere incondizionato, senza limiti, ma che la natura del vero amore è come una luce che irradia in tutte le direzioni. Non si ama “per la tale cosa”, perché ci gratifica, perché ci approvano, perché ci danno amore o perché una persona ha determinate caratteristiche, determinati meriti, ma piuttosto si ama il “tu”, l’altro, si ama l’essere che c’è dietro ognuno. Questa qualità d’amore, che è parte integrante di tutte le tradizioni religiose, è un fattore transpersonale.

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