Category Archives

    Blog

  • All
  • Come imparare dal Terrorismo

    Se la legalità è l’essenza del governo non tirannico e l’illegalità quella della tirannide, il terrore è l’essenza del potere totalitario.
    Hannah Arendt, Le origini del Totalitarismo.

    La parola terrore deriva da treseo, io faccio tremare: è scosso il terrorizzato e vibra dentro e contro di sé. Le conseguenze del terrorismo sulla psiche umana sono difatti prossime a quelle del terremoto: in entrambi i casi a venire a mancare è il senso di stabilità, e il mondo smette di passare per quel che non è, ossia un posto sicuro. Terrore e tremore producono incertezza, costringono al riconoscimento momentaneo della precarietà dell’essere al mondo. Il terrorista ricorda all’uomo contemporaneo che tutti gli sforzi volti ad eliminare integralmente il pericolo sono e saranno sempre vani: sottolinea con il suo esistere l’incapacità di qualsiasi totalitarismo di essere realmente totale. Il sogno totalitario, infatti, consiste nella soppressione integrale della differenza, ed è il totalitarismo stesso a sollecitare la manifestazione del terrore, affinché sia possibile far emergere anche le più piccole differenze degli individui nel tentativo infinito di livellarle.

    Philip K. Dick, sulle orme di Carl G. Jung, arrivava a considerare i nazisti del suo La Svastica sul Sole «il prodotto di un’insorgenza dell’inconscio collettivo»:  i nuovi ariani erano convinti di avere il compito di rigenerare l’umanità e rifondare così la storia. L’Isis è il grande mito negativo che l’Occidente può cavalcare nel tentativo di salvarsi da sé stesso, anche a costo di autodistruggersi. «Il dominio totalitario, al pari della tirannide, racchiude in sé i germi della propria distruzione», scriveva Hannah Arendt. E che l’Isis sia stato sovvenzionato dall’Occidente non è l’ultima delle trovate complottiste: Rand Paul, senatore americano candidato alla Casa Bianca nel 2016, è stato molto chiaro in proposito (e non è stato l’unico): «L’Isis è sempre più forte perché i falchi nel nostro partito hanno fornito indiscriminatamente armi agli estremisti. Volevano far fuori Assad e bombardare la Siria. Sono stati loro a creare questa gente. Tutto quel che i falchi hanno fatto e detto in politica estera negli ultimi 20 anni riguardo a Iraq, Siria e Libia, lo hanno sempre sbagliato». Ma se le ragioni consce che hanno spinto l’Occidente ad armare il suo peggior nemico possono essere inscrivibili nel tentativo malriuscito di acquisire potere destituendo avversari scomodi, quelle inconsce hanno a che fare con il bisogno di costruire un nemico dal carattere dionisiaco, imprevedibile e notturno, capace di reinserire il terrore di esistere nella vita dell’Occidente.

    La società contemporanea è, difatti, il frutto di un tentativo durato millenni di eliminare l’ossessione del pericolo e il rischio di essere vivi. Se, cioè, per l’uomo preistorico era impossibile non sapere che la distruzione totale poteva nascondersi dietro ogni angolo, nel corso del tempo i processi di normalizzazione hanno costruito quella fenomenale barriera percettiva che oggi è finalmente in grado di farci sentire, come individui e come specie, (quasi) sempre al sicuro. Sappiamo di poter morire travolti da un’auto o a causa di una fuga di gas, ma non ci terrorizza più il semplice fatto di essere al mondo. Anche lo sfrenato capitalismo ha in fondo lo scopo di generare una sensazione diffusa di intoccabilità: l’accumulo del capitale e lo sfruttamento finalizzato al profitto sono tentativi di confermare l’imperturbabilità quantomeno di un pezzo del creato. Non è più obbligatorio per tutti imparare a gestire il terrore e riconoscere l’insensato viaggio nell’ignoto che compiamo quotidianamente senza scopo e direzione apparenti. Oggi abbiamo il diritto di non avere forza e voglia di sopportare tutto questo, e possiamo convincerci in massa della stabilità e dell’immutabilità del circostante. Il terrorismo e le catastrofi naturali costringono invece a ricordarsi l’impossibilità di sfuggire dall’urlo belluino di Dioniso che, come ricordava Giorgio Colli, è insieme «vita e morte, gioia e dolore, estasi e spasimo, benevolenza e crudeltà, cacciatore e preda, toro e agnello, maschio e femmina». Ma se le catastrofi naturali non sono la conseguenza di un’azione umana – sebbene siano note le tristi affermazioni veicolate da Radio Maria sul terremoto come «castigo divino per le unioni civili» – il terrorismo al contrario è anche la manifestazione del nostro bisogno di riappropriazione del mistero, dell’ignoto e dello spazio sacro, la cui assenza nel mondo ha generato danni incomparabili.

    Il dionisiaco obbliga a riconsiderare il principio di non contraddizione su cui abbiamo impostato la nostra civiltà, e con esso la tirannia della ragione: Dioniso è il dio degli opposti, del darsi insieme, di quella contraddizione che la ragione non può contenere. “È impossibile che una stessa cosa sia e non sia allo stesso tempo” non è a ben vedere un principio, ma una preghiera, che recita: «Dio mio, fa sì che io, voltandomi, ritrovi ancora lo stesso mondo nello stesso posto. Fa sì che io resti ciò che sono durante il sonno, e possa risvegliarmi uguale a prima». Ed è lo stesso per il principio di identità (A è A e non può essere non-A) e il principio del terzo escluso (A o è B o non è B): «Dio mio, lascia il mondo così com’è. Lascia che io lo governi attraverso le differenze tra le cose, e fa che io non sia in balìa delle somiglianze. Lascio a te l’indifferenziato ma tu cedimi l’incontaminato. Amen».

    «La fede comincia appunto là dove la ragione finisce», scriveva Kierkegaard. Ma non è la fede a essere nata in seguito al finire della ragione: al contrario è la ragione, secondogenita, a finire dove inizia la fede. La ragione è quello spazio entro cui siamo riusciti a far tornare i conti: è il logos che anela al territorio del mythos, è il numero intero che sbianca di terrore di fronte agli estatici numeri irrazionali. Dio, sostiene ancora Kierkegaard, è «al di là dell’etica», e l’uomo vive la solitudine angosciosa di fronte al suo mistero paradossale. Il rifiuto della solitudine, dell’angoscia e del paradosso porta alla nascita di un totalitarismo iperapollineo che ha lo scopo di far esistere soltanto ciò che reputa di poter controllare. Possiamo considerare il terrorista come colui che ci toglie la libertà e la serenità, e di conseguenza alzare barriere ancora più alte e pene più severe nella prigione in cui ci stiamo rinchiudendo. Oppure, possiamo cominciare a osservare attraverso di lui la manifestazione di un nostro rimosso, e l’invito ad accogliere nuovamente l’ignoto nelle nostre vite. Che non significa «lasciamoci invadere dal nemico», ma «cerchiamo di capire cosa il nemico ci sta facendo vedere», decriptando quel codice del mito che noi stessi abbiamo creato.


    Andrea Colamedici è il fondatore di Tlon. Filosofo, editore e scrittore, ha appena pubblicato Il codice del Mito (Mursia 2017).
  • Perché la monogamia fa (quasi) sempre male

    Sono felicemente monogamo perché amo l’impossibile.

    «La coppia è una comunità i cui membri hanno perso la loro autonomia senza liberarsi della solitudine», scriveva Simone de Beauvoir. Ma altrove aggiungeva: «La coppia felice che si riconosce nell’amore sfida l’universo e il tempo; è sufficiente a se stessa, realizza l’assoluto».

    Queste due istanze della coppia, la perdita di spazi di libertà da una parte e la sfida all’universo dall’altra, sono il paradosso più avvincente dell’amore. Vivere insieme a qualcuno con cui condividere famiglia, amore e sesso non è una passeggiata, anzi: è roba da eroi. La compenetrazione di queste tre aree è un fatto che andrebbe festeggiato, mentre invece passa per essere la normalità. Di conseguenza, chi non riesce ad adeguarsi a uno standard così improbo si dispera, convinto di essere ben al di sotto del minimo indispensabile. Riguardando le due frasi in apertura, infatti, ci si accorge che non sono in contraddizione tra loro perché si riferiscono a due mondi diversi: nel primo caso de Beauvoir si riferisce alla coppia, nel secondo, invece, alla coppia felice. E come può una coppia diventare felice?

    La coppia monogamica è oggi chiaramente un’utopia: l’invenzione borghese che voleva condensare in un unico spazio la famiglia, l’amore e il sesso si è rivelata non soltanto fallimentare ma persino dannosa: lo standard da sostenere è talmente elevato – bravi genitori, bravi amanti, bravi innamorati – da diventare semplicemente insostenibile per chi si approccia alla coppia monogamica come a una cosa normale. Sostiene Alain de Botton che a partire dal XVIII secolo il bourgeois, dovendo lavorare per gran parte della giornata al fine di imporsi (come ha poi fatto) nelle gerarchie sociali, non disponeva delle energie fisiche ed economiche per permettersi più di una relazione. Fece quindi di necessità virtù e scelse per sé il modello di relazione più conveniente e utile: una sola compagna per tutta la vita con cui condividere cuore, letto e prole. De Botton ammette di non essere in grado di offrire una risposta soddisfacente al problema “coppia”, e cioè: meglio una monogamia dentro cui sentirsi limitati o una poligamia in cui sentirsi sperduti? «Non c’è una soluzione al problema – scrive in Come pensare (di più) il sesso – chi è monogamo soffre per le occasioni perdute e chi invece è adultero non si perdonerà mai di averle perse. Bisogna solo scegliere di quale veleno intossicarsi». Questa prospettiva è però, a ben vedere, limitata e limitante perché non mette in chiaro il fatto che la monogamia non è per tutti.

    Per la stragrande maggioranza delle persone la monogamia può essere uno sprone, un ideale verso cui dirigersi con lentezza e ammirazione, ma non un modello a cui aderire interamente. In altre parole, la coppia monogamica ha senso soltanto se si pone come un laboratorio permanente di vicendevole scoperta di sé, e non come un enorme parcheggio dove assicurarsi che il proprio futuro e il proprio eros non diventino né troppo miseri né troppo ingombranti. La monogamia è positiva, cioè, se ha come base il desiderio della totale emersione di sé e dell’altro, la fuoriuscita integrale dei mostri e delle meraviglie presenti in entrambi. Se anche solo uno dei due partner non ha la voglia o la forza di assistere a quel big bang, questa microforma di società chiamata “coppia monogamica” non è la soluzione ideale. Vivere la fedeltà, la sincerità e l’armonia di coppia è una sfida enorme e molto spesso impari rispetto a quel che la stragrande maggioranza delle persone desidera dalla vita, e cioè piccole soddisfazioni ordinarie. Usare la coppia monogamica per soddisfare il proprio bisogno di mediocrità è come impiegare un Dom Perignon per pulire i pavimenti: un vero spreco. Il corrispettivo della coppia monogamica nelle forme di governo è la democrazia: in entrambi i casi si tratta di un ideale complesso, pericoloso e affascinante che passa per essere l’unica via con cui mettersi in relazione con l’altro. Ma la democrazia non è l’unica forma di governo possibile, e non è detto che sia la migliore. E, anche se lo fosse, ha bisogno di un livello di educazione civica, filosofica ed emozionale totalmente assente negli stati democratici contemporanei.

    La monogamia – e questo farà storcere il naso a molti – non è naturale. Ma è la sua innaturalità a renderla quel potentissimo strumento evolutivo che è: perché l’evoluzione è da sempre contronatura, giacché non si cura dell’istinto di sopravvivenza e sceglie deliberatamente di essere altro da sé.

    Andrea Colamedici


    8 e 9 Aprile: seminario “LA COPPIA”
    con Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Eleonora Castagnola e Matteo Zaccari.

  • Lettera di una trentenne sul lavoro in Italia

    di Maura Gancitano

    Coetanei trentenni e giovani under 30,

    continuo a domandarmi quale sia il nostro rapporto con il lavoro. Non mi pare che sia uguale a quello dei nostri genitori, men che meno a quello dei nostri nonni. I nostri nonni sono nati quasi tutti in una condizione di miseria o di stenti, e in poco tempo hanno vissuto un cambiamento straordinario. Per i primi 20-30 anni della loro vita non hanno avuto il frigo, la televisione, la lavatrice, a volte neppure l’acqua corrente, figuriamoci una macchina, il riscaldamento. A un certo punto, d’improvviso, hanno avuto tutto questo, hanno vissuto il lavoro – che aveva tempi più umani, ritmi sostenibili – come un’occasione di costante realizzazione di un progetto familiare. Molti sono emigrati, e nella maggior parte dei casi hanno trovato fortuna. Avevano una visione totalizzante del lavoro, erano identificati con la materialità, la concretezza, la tangibilità. Ancora oggi molti dei nostri nonni nascondono negli armadi riserve di cibo per un bisogno di sicurezza, in ricordo degli anni in cui non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo. Continue Reading

  • Io non penso positivo – Come esaudire i tuoi desideri?

    La Prefazione INTEGRALE di Io Non Penso Positivo – Come esaudire davvero i tuoi desideri, edizioni Tlon!

    Io non penso positivo!

     
    Qual è il tuo desiderio più grande? Cosa sogni per il tuo futuro? Cosa vuoi essere, cosa vuoi fare? Immagina che tutto questo diventi realtà. Non sarebbe meraviglioso, appagante?
    Cosa ti trattiene dal realizzare ciò che desideri? Cosa c’è in te che ti blocca?
     
    Io non penso positivo è un libro che parla dei desideri e di come realizzarli. Deve le sue idee a un lavoro di ricerca ventennale nel campo della scienza motivazionale. Presenta un’idea unica e sorprendente: gli ostacoli che secondo noi ci impediscono di raggiungere i nostri desideri più grandi, in realtà possono accelerarne la concretizzazione.
    Quando ci troviamo di fronte a qualcuno che vuole realizzare un sogno ben preciso, molti di noi reagiscono offrendo un consiglio semplicissimo: pensa positivo! Non soffermarti sugli ostacoli, ti butteresti solo giù di morale; sii ottimista, concentrati su ciò che vuoi ottenere; immagina un futuro felice che ti vede dinamico e impegnato; visualizza quanto appariresti più elegante dopo aver perso quei nove chili, quanto saresti più felice una volta portata a casa la promozione, quanto risulteresti più attraente agli occhi del tuo partner se smettessi di bere, quanto saresti più apprezzato dopo aver dato il via a quella nuova attività. Canalizza l’energia positiva, e tutti i sogni si realizzeranno prima che tu possa rendertene conto.
     
    Ma raramente chi sogna ad occhi aperti si dà anche da fare. La mia ricerca ha confermato che se ci si limita a fantasticare sul proprio futuro si hanno meno probabilità di riuscire a realizzare sogni e desideri (esattamente come succede se ci si sofferma solo sugli ostacoli).

    Sognare senza essere consapevoli della realtà dei fatti non basta, e le ragioni sono molteplici. E’ sì un atto piacevole che ci dà l’impressione di esaudire i desideri nella nostra mente, ma ci rende più deboli davanti alle sfide che incontriamo nella vita reale.

    Esemplare di Editore (a destra) con libro (a sinistra)

    Esiste un altro modo di immaginare il nostro futuro. Si tratta di un approccio più complesso che emerge dal lavoro che ho svolto nell’ambito della scienza motivazionale.
    L’ho chiamato “metodo del contrasto mentale“.
    Secondo questa tecnica, oltre a fantasticare dobbiamo mettere a fuoco le barriere e gli ostacoli personali che ci impediscono di realizzare i nostri sogni. Forse abbiamo paura che confrontando direttamente le nostre aspirazioni con la realtà, queste vengano represse – rendendoci ancora più bloccati, indolenti e immotivati. Ma non è così.
     
    Quando facciamo ricorso al contrasto mentale, la nostra determinazione ad agire aumenta. E quando entriamo nel dettaglio delle azioni che intendiamo fare man mano che sorgono gli ostacoli, ci motiviamo ancora di più.
    Nei miei studi ho potuto osservare come, applicando la tecnica del contrasto mentale, le persone abbiano rafforzato la loro determinazione a smettere di fumare, a perdere peso, a prendere voti più alti, ad avere relazioni più sane, a essere più efficaci nel lavoro, e via dicendo. In poche parole, aggiungendo un pizzico di realismo all’immagine mentale positiva del futuro, il contrasto mentale permette di diventare sognatori e individui che agiscono.

    La ricerca scientifica che qui viene esposta suggerisce che fantasticare ingenuamente non è sempre un bene come si vuol far credere. Io non penso positivo indaga e documenta la forza di un compito all’apparenza semplice: mettere uno accanto all’altro i nostri sogni e gli ostacoli che ci impediscono di realizzarli. Nel corso del libro approfondisco i motivi per i quali questa strategia funziona, in particolar modo a livello della mente inconscia, e illustro il processo di pianificazione che la rende ancora più efficace.

    Gabriele Oettingen

    Negli ultimi due capitoli applico il metodo del contrasto mentale a tre ambiti del cambiamento personale: prendersi cura della propria salute, coltivare relazioni migliori, aumentare le proprie prestazioni a scuola e al lavoro – e fornisco dei consigli su come riuscire a introdurlo nella propria vita.
     
    Nello specifico, presento una procedura di quattro passi basata sul contrasto mentale e chiamata woop. Si tratta di una tecnica facile da imparare, applicabile sia ai desideri immediati che a quelli a lungo termine, e la cui capacità di rendere più diretti e motivati è stata scientificamente provata.
    Ho scritto questo libro per tutte quelle persone che sono bloccate e non sanno come uscire da questa situazione. Ma è rivolto anche a chi ha una vita che procede bene ma si chiede se non potrebbe andare meglio, a chi si trova davanti una sfida che in passato non è riuscito a superare o che semplicemente non sa come affrontare. Infine l’ho scritto per tutti noi, che abbiamo bisogno di qualcosa che ci stimoli a proseguire lungo il nostro percorso.

    Sicuro sicuro?

     
    Abbandonarsi alle fantasie che riguardano il futuro non aiuta. Nonostante nel breve termine possa risultare piacevole, in realtà non fa altro che svuotare il nostro impegno e condurci a esitare continuamente. Finiamo per impantanarci nell’indecisione, sull’orlo dell’apatia; tendiamo a sbandare impulsivamente da un’azione all’altra, spinti al di là delle nostre capacità, frementi di rabbia per la frustrazione, scivolando in un’infelicità che non comprendiamo. Ma, se oltre a vivere i sogni nella nostra mente ci radichiamo nelle realtà che siamo destinati ad affrontare, possiamo ricaricarci per prendere di petto la vita – ed entrare in sintonia con ciò che è più reale e duraturo.
    Che tu sia infelice o alle prese con problemi seri, o che tu voglia solo scoprire, esplorare e ottimizzare possibilità e opportunità nascoste, questo libro renderà più forti le tue idee sulla motivazione umana e ti aiuterà a tracciare con coraggio un percorso davanti a te. Come molte delle persone che hanno preso parte ai miei studi, ti ritroverai più motivato a entrare in contatto con gli altri, a relazionarti con il mondo che ti circonda e ad agire.
     
    Trovi Io non penso positivo di Gabriele Oettingen in libreria e online a 14,90€.
    Sul nostro store e su Macrolibrarsi è in sconto del 15%!
    Editore Edizioni Tlön
    Data pubblicazione Febbraio 2017
    Formato Libro – Pag 248 – 12×19 cm

  • Anatomia dell’Hater – Perché odiamo così tanto?

    Perché così tante persone passano così tanto tempo a esprimere il proprio odio per un personaggio più o meno noto? Perché esistono gli hater? Cosa ci spinge a fare dell’odio un vero e proprio mestiere non retribuito?

    Uno studio condotto da Justin Hepler sul Journal of Personality and Social Psychology ha dimostrato che gli hater sono tendenzialmente più infelici degli altri. Tendono a essere meno soddisfatti di sé e quindi meno appagati dal mondo circostante. Chi si pone esclusivamente contro, ha evidenziato lo studio, è incapace di reagire alle novità ed è costretto a odiare tutto ciò che non rientra tra quanto conosce. Il suo passato è la griglia attraverso cui seleziona il futuro, e in questo modo tutto ciò che dal futuro eccede il passato, tutto quel che non rientra nella griglia del già conosciuto, va soppresso. Così, se il focus dell’individuo è su quel che non funziona, sarà molto più propenso a perdersi la bellezza di ciò che non rientra nella propria esperienza.

    La capacità di odiare non è di per sé negativa: è piuttosto la dimostrazione dell’essere vivi, di avere energie, ma al contempo testimonia l’incapacità di dirigerle in maniera consapevole. Chi odia è più vivo di chi non prova emozioni, ma non sa ancora che farsene della vita. L’odio è, in questo senso, un amore ignorante.

    Poco prima di morire, il filosofo danese Søren Kierkegaard ha scritto: «Mostrando di non rispettarmi, e avendo cura che io sappia che non mi rispettano, non fanno altro che denotare dipendenza da me. Mi mostrano rispetto proprio perché hanno il bisogno di farmi vedere che non mi rispettano».

    Gli hater scelgono di esistere in funzione all’obiettivo del proprio odio molto più di quanto faccia il fan ordinario. Il fan è felice se il proprio oggetto di attenzione è felice e desidera che l’oggetto del proprio interesse sia realizzato. Richiede la sua attenzione così da poter veicolare il proprio bagaglio emotivo e gioisce per un’eventuale risposta (una stretta di mano, un mi piace, un selfie). Come il fan, anche l’hater richiede l’attenzione del personaggio: pretende che non dimentichi mai di essere odiato. L’hater ha a cuore l’infelicità dell’odiato, impiega il proprio tempo e disperde la propria felicità affinché l’altro diventi infelice. E la costanza è la caratteristica principale dell’hater. Costanza con cui, distruggendo, si autodistrugge.

    Non si tratta semplicemente di invidia: è, come scrive Kierkegaard, una questione di dipendenza, di incapacità di bastare a sé stessi. Essere hater è una forma di religione in cui il funesto demiurgo, il dio cattivo e degno d’odio, è un personaggio dello spettacolo, dello sport, della cultura. L’hater è fondamentalmente uno gnostico disimpegnato la cui insoddisfazione è, di fondo, un’energia prodotta dalla consapevolezza di quanto il mondo non sia all’altezza delle proprie possibilità, e che sia doveroso renderlo migliore, più bello, più giusto. Questo pensiero, però, non diventa azione di miglioramento – né di sé né del mondo – ma fastidio, odio, critica sterile. Insomma: l’hater è potenzialmente un attore consapevole del cambiamento che sceglie di impedire al mondo di cambiare.

    Molto vicine a quelle di Kirkegaard sono le parole di Kundera, infatti, quando dice che 

    la trappola dell’odio

    è che ci lega troppo strettamente

    all’avversario.

    di Andrea Colamedici

  • Perché ti stai prostituendo sui social

    Per abolire la prostituzione bisognerebbe abolire gli uomini.
    Maria Teresa d’Asburgo
    Le puttane svolgono lo stesso lavoro dei preti ma molto più scrupolosamente.
    Robert Anson Heinlein

    Chiunque scriva post sui social network si sta prostituendo. Il termine è formato da pro, avanti”, e stituere, “porre”, e significa “esporre”, “mettere avanti”; implica l’avvilire, l’abbassare di livello non solo ciò che si dice ma soprattutto quel che si è. Nell’Antica Roma con questa parola non si indicava chi si prostituiva – chi decideva di offrire prestazioni sessuali dietro pagamento – ma la schiava che veniva prostituita, ossia esposta davanti alla bottega del padrone, messa in vendita di fianco alle altre merci.
    La bacheca dei social è il corrispettivo della bottega del padrone, davanti alla quale si pone in vendita perennemente se stessi in quanto mercanzia.
    E ogni post – che sia un’invettiva al governo, un selfie in bagno, un video ironico o dotto, questo stesso articolo se condiviso – è un atto di prostituzione più o meno consapevole. I social network sono i lenoni, papponi, che non minacciano né costringono alla prostituzione: semplicemente offrono una piazza virtuale dove esercitare la propria professione, mettendo in contatto richiesta e offerta; gli altri utenti – gli amici, i fan – sono i clienti, che pagano attraverso i like e i commenti, e che a loro volta sono in vendita.
    Byung-Chul Han sostiene l’estinzione della coppia hegeliana servo-padrone nel momento in cui nella società di massa ognuno, da bravo imprenditore di sé, è contemporaneamente servo e padrone. Non c’è più un titolare esigente là fuori da combattere: ci si autocostringe all’iperproduzione.
    Non siamo servi, soggetti allo sfruttamento di un padrone. Piuttosto, siamo insieme servi e padroni. I servi, infatti, devono accettare ogni lavoro: non sono liberi. Il neoliberalismo produce l’obbligo ad accettare ogni lavoro, perché non conosce il concetto della dignità umana. L’ha interamente sostituito con il prezzo.
    Byung-Chul Han
    Ancora oltre è visibile il collasso della coppia prostituta-cliente: tutti sono in vendita e tutti sono in acquisto.
    Il processo che si sta delineando sempre più chiaramente consiste nella virtualizzazione del reale: non è più il profilo personale ad assomigliare al soggetto, ma è il soggetto a somigliare all’avatar social. Nella vita quotidiana si è costretti a somigliare a quel che si è diventati sui social, ci si deve adeguare alla narrazione del virtuale.
    Ma c’è almeno un lato positivo in questo processo: è sempre più facile accorgersi che non si è. Con l’andare avanti di questa esposizione, prostituendo sempre più se stessi – esponendo in piazza, davanti alla bottega pensieri, progetti, sogni, desideri, segreti – diventa sempre più facile accorgersi che non si è niente: una volta detto tutto di se stessi, non resta più niente. E se tutto ciò che si è si può dire, allora non si è mai stati. Perché l’essenza di una persona è incomunicabile. E se ti accorgi di non essere niente, puoi finalmente provare ad essere qualcosa.

  • Perché sopravvaluti il tuo passato

    L’uomo del presente tratta il proprio passato come se fosse un futuro: lo aspetta, lo immagina, lo costruisce e lo rende oggetto di indagine e speranza. Ha se stesso come unico fine, ed esplora il passato dell’umanità o della propria comunità per cercare conferma nella storia, nella filologia o nella mitologia. È sempre immerso nel proprio passato personale, in quella manciata di decenni in cui non è successo niente di interessante. E se il Novecento è stato il secolo del passato remoto, il nostro è invece il tempo del passato prossimo: siamo ossessionati dai nostri ricordi, dai traumi infantili, dai vecchi amori, dall’esperienza scolastica, da genitori troppo presenti o troppo assenti. Tutto deve parlare di noi e deve raccontare quella nostra storia che a ben vedere non è poi così importante.

    Sono nate per soddisfare questa fame di passato personale varie tecniche e terapie, il cui scopo consiste nel far rivivere un’esperienza – quasi sempre dolorosa – che permetta una liberazione emotiva e un ripristino del benessere. Uno scavo sistematico in quelle tre o quattro disperazioni tipiche e giù pianti, urla e sofferenze che culminano nell’abbraccio finale, nella magia del gruppo riunito, nel perdono, nella quiete. Salvo poi…

    ml_helmut-newton_02_110photo-from-web

    Salvo poi ricominciare a stare male, e accorgersi che non si era del tutto ristabilito il paventato legame sacro con se stessi, con le proprie radici o con i propri avi. E così di nuovo ci si tuffa in un’ipnosi, in una costellazione familiare, in una tecnica che permetta il riaffiorare del proprio passato e che inietti l’ennesima dose di dolore quotidiano. È un modo sottile e triste di far sparire il presente, che viene sommerso dall’avanzata costante di uno ieri affamato di domani. È la via che conduce alla sparizione della Vocazione, all’eliminazione di quella chiamata di cui tutti abbiamo paura: «scusami, me stesso del futuro, non posso raggiungerti: sono troppo impegnato ad aspettare il me stesso del passato», affermiamo con un dispiacere che dà molta soddisfazione. E così, nella linea temporale personale, sparisce il tanto discusso ora, sparisce la vita e restano soltanto il ricordo e la speranza. In questo modo la ricerca compulsiva delle vite passate, invece che favorire, impedisce la scoperta della vita presente, e lo scavo ossessivo nei ricordi blocca la nascita dell’avvenire.

    helmut_newton__british_vogue__london_1967

    “Passato” e “futuro” hanno bisogno di “presente”: il passato è per natura il passato di qualcosa, e così anche il futuro necessita di un momento di cui essere il futuro. Lasciando esondare così spesso il passato personale, il nostro presente sparisce e noi con lui. Usiamo la Storia per conoscere la nostra misera storia, e ci sentiamo ricchi in proporzione a quanto dolore e piacere abbiamo saputo accumulare. È molto più affascinante, invece, fare della Storia la propria storia, e del Futuro il proprio futuro. Uscire dalle gabbie dei ricordi personali per accogliere il Ricordo del Mondo. Il proprio passato non va eliminato ma rivalutato: può diventare la chiave per comprendere le origini del tempo e così intravederne il futuro, imparando l’arte del mettersi da parte e di non darsi troppa importanza.

    Andrea Colamedici

  • Perché è fondamentale amare la morte

    Due cose belle ha il mondo:
    amore e morte,
    scriveva Giacomo Leopardi in Consalvo.
    E in una lettera del 1833 a Fanny Targioni Tozzetti, che amò senza mai venire ricambiato, aggiungeva che “l’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate”. E così ci si affretta a bollare Leopardi come un nichilista disperato, pieno di disprezzo e vuoto di gioia di vivere, e si accusa una volta la gobba e un’altra la sfiga per questa orribile tanatofilia.

    Ma Leopardi amava la morte e moriva d’amore, ed è nella compenetrazione tra questi due opposti che è possibile comprenderne la straordinarietà del pensiero, prossimo a quello dei grandi tragici greci. Possiamo leggere la storia umana come un graduale tentativo di rimuovere la potenza della morte, il cui effetto collaterale è consistito nel rimuovere il potere dell’amore. Perché un amore che esclude la morte è ignoranza, e una morte che prescinde dall’amore è follia.

    V0017612 Life and death. Oil painting. Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Life and death. Oil painting. Oil Published: - Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

    Desiderare la morte mentre si desidera l’amore non significa voler morire: è piuttosto lo scoprirsi in grado di amare e di morire davvero. Così facendo ci si riconosce capaci di un amore più profondo, più potente e vero e, da nemica, la morte diventa sorella. Come ha scritto Philip K. Dick nella Trilogia di Valis, «È sorprendente il potere della morte umana di far rinsavire. Ha più peso di ogni parola, di ogni argomento: è la forza ultima. Si impossessa della tua attenzione e del tuo tempo. E ti lascia cambiato».

    Nel canto Amore e Morte, Leopardi indica come accogliere la “bella Morte, pietosa” il giorno in cui questa deciderà di portare il poeta con sé:

    Me certo troverai, qual si sia l’ora
    Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
    erta la fronte, armato,
    e renitente al fato.

    Leopardi desidera la morte ma non per questo le si abbandonerà senza lottare. Anzi, quando arriverà lui opporrà resistenza al fato e vivrà il più possibile, perché il modo più grande di onorare l’amore e la morte è lo stesso: vivere, profondamente ed eroicamente, ogni istante di questa straordinaria e unica esistenza.

    Andrea Colamedici

  • Ritualizzare ogni passaggio della vita

    di Maura Gancitano

    girlNegli ultimi duecento anni, con la nascita della società di massa, abbiamo assistito a fenomeni mai avvenuti prima nella società occidentale: ci siamo concentrati nelle città, abbandonando in gran parte le campagne, abbiamo avuto condizioni igieniche migliori, alfabetizzazione, diritti individuali. Ci siamo liberati da varie forme di superstizione e di ignoranza, siamo stati sottoposti a profilassi preventive, malattie un tempo fatali sono diventate disturbi facilmente guaribili.

    Per avere tutto questo abbiamo dovuto pagare un prezzo, cioè rinunciare progressivamente alla ritualità della vita e al senso di protezione di una comunità. I riti sono stati sostituiti dalla prassi, dal know-how, dai metodi. Molta dell’insoddisfazione che proviamo oggi, molto del bisogno di relazioni autentiche e di spiritualità vengono da questo inaridimento. Sentiamo la mancanza di qualcosa e un senso di nostalgia, come se si trattasse di qualcosa che abbiamo abbandonato, che nel passato c’era e adesso non c’è più.

    Viviamo in una società in cui possiamo esprimere il nostro orientamento sessuale, i nostri desideri e le scelte di vita molto più serenamente rispetto a qualche decennio fa, eppure sentiamo questa insoddisfazione, il bisogno di riappropriarci di momenti di passaggio, di una dimensione magica e misterica della vita. Ecco perché siamo così attratti dall’Oriente, dal Sudamerica, da tutte le narrazioni che parlano di mondi fantastici e misteriosi. Ci restituiscono un’atmosfera di cui abbiamo bisogno e che non troviamo nel mondo ordinario.

    Questa mancanza è propria soprattutto delle donne, che tradizionalmente sono state abituate a riunirsi, vivere insieme il parto, il ciclo mestruale, il puerperio, la crescita dei figli, a raccontarsi, ad aprirsi le une alle altre. Oggi è difficile trovare questi spazi, momenti di lentezza e di distensione in cui perde importanza lo scorrere del tempo, in cui non si devono incastrare mille appuntamenti in una giornata, in cui c’è spazio a sufficienza.

    Ecco perché un romanzo come La tenda rossa di Anita Diamant, bestseller oggi fuori catalogo in Italia, è stato in grado di dare avvio in tutto il mondo alla nascita di migliaia di tende rosse, cioè di spazi riservati alle donne in cui riunirsi e raccontarsi. Quando un romanzo crea qualcosa nella realtà significa che ha dato voce a un bisogno essenziale. Un romanzo in cui le donne partoriscono insieme, soffrono e urlano insieme, gioiscono insieme non può non commuovere quelle donne che oggi vengono lasciate sole per ore in sala travaglio a vivere un dolore che non conoscono e non sanno gestire, che dopo il parto tornano a casa e il più delle volte passano i primi mesi di maternità da sole, senza spazio per esprimersi, senza qualcuno a cui raccontarsi, che si prenda cura di loro.

    Ecco perché continuo a ricevere messaggi per via di un video che ho pubblicato su YouTube un anno fa: Imparare a proteggersi. Ecco perché continuo a ricevere messaggi da chi legge Malefica, perché ogni donna che partecipa ai miei seminari confessa come prima cosa di essere tremendamente arrabbiata. Perché forse anche la rabbia femminile nasce dalla profanazione dei nostri momenti rituali. La ritualità della vita non ha a che fare con i riti e le cerimonie, ma con la narrazione. Ha a che fare con la relazione, con il sentirsi ascoltati da un altro, protetti da una comunità.

    Perché un conto sono ignoranza e superstizione, che le innovazioni tecnologiche e le conquiste sociali e politiche hanno giustamente spazzato via, un altro il bisogno di narrazione, il bisogno di sentire che la propria vita ha un senso, che è piena di significato. La sottrazione progressiva di momenti sacri, in altre parole, ha spazzato via anche il bambino con l’acqua sporca, e non è un caso che la narrativa fantastica sia nata proprio nel periodo in cui si stava perdendo il contatto con la dimensione pienamente comunitaria della vita nel mondo occidentale.

  • Solo gli uomini compiono femminicidio?

    di Andrea Colamedici

    Abbiamo finalmente cominciato a capire che per “femminicidio” non s’intende soltanto l’uccisione di una donna che rifiuta di comportarsi secondo le aspettative di ruolo. Come riportano l’Accademia della Crusca e il Devoto-Oli, è femminicidio anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

    feminicide__c__eliana_chauvet

    Quel che sfugge ancora alla riflessione contemporanea è che femminicide possono essere anche le donne, e non soltanto gli uomini. Che, più correttamente, il femminicidio è figlio di una cultura e non di un genere, e che permea indistintamente la nostra psiche. Se, infatti, è femminicidio qualsiasi atto il cui scopo sia “perpetuare la subordinazione e annientare l’identità” delle donne, questo atto è compiuto con violenza e leggerezza anche da molte donne su altre donne. Così come non basta non aver ucciso una donna per non essere femminicida, non basta neanche essere una donna per non essere femminicida.
    La mente patriarcale, in altre parole, non è una struttura presente soltanto nel maschio, ma è propria dell’essere umano occidentale. E il femminicidio, in quanto manifestazione dell’agire patriarcale, seppur nato dall’imposizione di un meccanismo di controllo del maschile sul femminile riguarda tutti, e tutti siamo chiamati alla responsabilità di osservare i nostri contenuti interiori.
    Sono atti di femminicidio i commenti volgari, offensivi e gratuiti di uomini e di donne sulle bacheche di Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e di migliaia di altre che subiscono quotidianamente il fuoco amico e nemico di chi si sente in diritto di giudicare una donna dall’aspetto o dal modo di essere. Sono femminicidi le mortificazioni che anche le donne infliggono alle donne, condizionandone tremendamente la libertà d’espressione.
    boldrini
    Nel lucido articolo apparso su “Il corpo del delitto”, Michela Murgia considera giustamente femminicidio anche il giudizio estetico e morale sui corpi e sulle scelte delle donne. Ma non sottolinea che questo giudizio è espresso anche tra donne: «Sei brutta, sei grassa, troia, come ti vesti, sembri una suora, sei volgare, le vere donne non fanno questo, stai zitta, cambiati», sono atti di femmicidio compiuti ogni giorno ed elencati da Murgia, ma compiuti da esseri umani, quindi da uomini e donne.
    Ciò non significa distogliere l’attenzione dai rischi che un uomo corre nell’aderire a un sistema millenario di potere e controllo, ma al contrario è tempo di includere in questo aumento dell’attenzione anche quelle donne che spesso si illudono di non poter essere carnefici solo perché già vittime. E invece no: per molte donne è possibile – e comune – essere vittime della violenza degli uomini e carnefici della violenza sulle donne. E questo è un aspetto della questione che non possiamo più permetterci di tralasciare.