• Il Risveglio

    di Andrea Colamedici
    «Dottore, sta funzionando».
    «Ha ragione, prende piede giorno dopo giorno con una velocità impressionante».
    «Superiore a ogni mia aspettativa. Non immaginavo che avrebbero cominciato a credere immediatamente a quella sciocchezza chiamata “risveglio”».
    «Ah, sì, è la parte più gustosa, senza dubbio», rispose il secondo, sfogliando distrattamente un piccolo libro dalla copertina logora e rossastra. «Sono riusciti a interrompere un processo all’apparenza innarestabile. E hanno chiamato “risveglio” il loro profondissimo addormentarsi. Devo farle i miei complimenti», disse il secondo, porgendo la mano al primo.
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    The Art Of Animation, Peter Elson

    «Grazie, neanch’io pensavo che sarebbe stato così semplice, a dirla tutta», rispose accettando con malcelata soddisfazione la stretta di mano. «Erano a un passo dalla comprensione: tutto quello che desideravamo era portarli uno o due passetti indietro, quanto bastava per renderli nuovamente inoffensivi. Niente di che, insomma. Sono stati loro i veri autori del capolavoro: avranno fatto almeno trenta passi indietro, ma che dico trenta, cinquanta, cento!», affermò ridendo a braccia larghe, in maniera stranamente scomposta e vibrante.
    «Non avremo esagerato? Non rischiamo di essere puniti per una violazione del Codice?», domandò il secondo.
    L’altro, ricomponendosi: «No, noi li abbiamo solo imboccati. Sono loro ad aver fatto indigestione. Li guardi: eccoli alle prese con il “cammino interiore”, arciconvinti di star “lavorando su di sé!».
    Esplosero entrambi in una risata che aveva l’aria di durare per sempre, ma che dopo due minuti cominciò a scemare, lasciando a entrambi una certa fame di ridicolo.
    «Lavoro su di sé! Che mossa fenomenale: certi autolesionismi somigliano terribilmente a elevatissime forme d’arte: ne hanno il tocco, la sapienza, l’effetto straniante su chi li osserva a distanza, con cautela».
    «Per i nostri osservati è stato quasi ovvio: hanno trasportato il proprio stile di vita ordinario nel mondo non ordinario e si sono messi a correre dietro a velocissime lepri giocattolo in cinodromi interiori: che spasso, e che tragedia! Piccoli dittatori che desiderano imporre allo sterminato ignoto le regole del proprio infimo regno immaginario: vogliono ardentemente trasformare sé stessi, non prima però di aver firmato un’assicurazione che gli garantisca di rimanere identici a come sono ora. Vogliono garanzie! Disposti a capire meno pur di continuare a essere capiti dagli altri, vivono per l’applauso di quelli che, d’altra parte, detestano».

    Cominciò a camminare accarezzando le piccole statue grigiastre che apparivano lente a ogni passo. «È questa, infatti, la nostra più grande fortuna: la loro interdipendenza, la madre della loro mediocrità. Quella che potrebbe essere la loro via di fuga, se osservassero bene, è invece così la loro condanna. Qualche volta ho giocato a inserire nei loro pensieri il dubbio: Sono disposto a “risvegliarmi” davvero, se questo implica il non poterlo raccontare a nessuno? Se dovessi risvegliarmi altrove?”. Mi creda, non ho ascoltato un solo “sì” nelle loro menti. Mai! Hanno creato manuali, decaloghi, breviari di risveglio il cui effetto è quello di farli piombare ancora più pesantemente nel sogno».

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    Frank Frazetta, Dibujos

    «È chiaro: la loro idea di risveglio consiste nel passare da un sogno disperato a uno triste. Che dolcissima ingenuità! In questo modo non fanno altro che sancire il proprio sonno e infastidire i propri mostri».
    «In loro il desiderio di “risveglio” è pari soltanto alla bramosia di successo. E a un occhio astuto è chiaro che le due mete si somigliano al punto tale da essere, in fondo, la stessa cosa. Fortunatamente per noi, sono ancora lontanissimi dal capire che l’ostacolo principale alla loro evoluzione è il desiderio di evolvere: per diventare un anfibio, il pesce deve smettere di voler resistere e accettare di morire. Fino a quando il pesce desidererà evolvere, esisterà e sarà sempre più pesce. Più vorrà essere altro e più sarà pesce. Ritardando – forse all’infinito – la propria trasformazione. E il nostro trasferimento in chissà quale altra mansione, indubbiamente meno divertente e più faticosa di questa».
    «Per non parlare di quel meraviglioso tranello che ha lanciato loro: il qui e ora, l’ossessione della presenza».

    «Ah, sì. Al solo pensiero comincio a ridere e non la finisco più! Facciamo altri due passi e ne parliamo, le va?»


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  • La Scuola

    – Dottore, non si reggono più.
    – Ho notato.
    – Bisogna fare qualcosa, dottore. Sono diventati ingestibili: si picchiano, urlano, non mangiano.
    – Già. E poi c’è quel caso del mese scorso che potrebbe ripetersi.
    – Sì, il paziente della 306. Ha cercato di fuggire ma fortunatamente è stato riportato al suo posto.
    – Non possiamo permetterci che riaccada una cosa simile.
    – Ha ragione dottore, ma abbiamo già limitato tutte le loro libertà: guardano e ascoltano le storie che abbiamo scelto per loro, mangiano quello che gli propiniamo, scelgono i loro rappresentanti tra i nostri uomini.
    – Dottore, io un’idea ce l’avrei.
    – Mi dica.
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    Hari Seldon, di Michael Whelan

    – Abbiamo sempre detto di non comunicargli mai la vera natura di questo luogo. Ora dobbiamo inserire un tassello successivo, dottore.
    – Di che tassello si tratta? Non vorrà mica tirar fuori quella storia della vita eterna? Lo sa che non ha funzionato e che, al contrario, ha creato ancora più trambusto.
    – No, no. Dobbiamo convincerli che si trovano in una scuola e che sono qui per imparare.
    – Non dica sciocchezze!
    – Mi ascolti. Il nucleo della questione è che, a un certo punto, tutti cominciano a domandarsi perché sono qui. Non serve a nulla continuare a riempire le loro esistenze di oggetti, impegni e cose così. Prima o poi uno spazio di lucidità arriva a tutti, persino a loro. E quello spazio, che prima le nostre strategie di controllo chiamate “religioni” riuscivano a occupare serenamente, ora è troppo libero.
    – Sì, questo l’abbiamo notato. Il rischio che si accorgano di essere internati qui oggi è alto come mai prima d’ora. Ricordo infatti che il vecchio presidente, il…
    – Mi lasci finire, è urgente. Dicevo, quello spazio oggi è terribilmente libero e non possiamo assolutamente permettercelo. Io credo di aver capito cosa fare per coprire interamente quella possibilità.
    – Lo dica, si sbrighi.
    – Dobbiamo creare una super religione.
    – Si spieghi meglio.
    – In realtà è molto semplice: si tratta innanzi tutto di prendere gli aspetti più grossolani delle religioni e unirli insieme.
    – Che banalità.
    – Mi ascolti: dobbiamo far credere a tutti che in realtà si trovano in una grande Scuola dentro cui possono imparare a evolversi.
    – È un’idea assurda, non ci crederà nessuno.
    – Mi creda. Bisogna metterli nella condizione di convincersi d’essere i creatori del mondo.
    – Abbiamo già provato a convincerli dell’esistenza di un aldilà a immagine dell’aldiqua e sa bene com’è finita: continuano a uccidersi nell’aldiqua per ottenere l’aldilà. E così ci complicano incredibilmente il lavoro.
    – Questa volta è diverso, vedrà. Non sono mai stati così delusi. Bisogna cominciare dal togliere i nomi: la religione non si chiamerà religione, i sacerdoti non si chiameranno sacerdoti e i fedeli non si diranno fedeli, né sapranno di esserlo. In secondo luogo dovremo mischiare le credenze, come le dicevo.
    – A che scopo?
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    Mule, di Michael Whelan

    – Servirà a confonderli e a non dargli riferimenti sostanziali. Al tempo fu un grave errore dargli stabilità, ma non potevamo fare altrimenti. E poi bisognerà sviluppare un linguaggio; quella è la parte più difficile. Dovremo fare in modo che tutti loro ripetano incessantemente le stesse cose, e che la loro unità sintattica non sia più la parola ma la frase. Devono pensare per frasi e ricondurre tutto a quelle frasi.

    – In parte è quel che proviamo a fare da tempo. Convincerli a credere in una storia senza capo né coda. Ma ogni volta ribaltano la storia e cominciano a distruggersi.
    – Sì, ma ora sarà diverso. Abbiamo sempre pensato che per svuotare un individuo fosse necessario disperderlo in una massa informe. Ma ogni volta qualcosa dell’individuo restava, e il rischio di ritrovarsi un pericolo in casa non è mai stato azzerato. Ora abbiamo finalmente compreso che per svuotarli davvero dobbiamo farli piombare interamente dentro loro stessi. Non più una religione per le masse, ma una massa di religioni personali.
    – Ma è sicura che non sia arrivato il momento della Soluzione Finale?
    – Secondo me possiamo aspettare. Facciamo quest’ultimo tentativo.
    – Sì. Ma è l’ultimo. Altrimenti saremo costretti a chiudere il nostro Manicomio Spaziale e io e lei perderemmo il lavoro.
    – È l’ultimo tentativo di tenerli buoni. Siamo d’accordo.

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  • Decalogo per orientarsi nel mondo della spiritualità

    di Andrea Colamedici

    Per un neofita oggi è difficilissimo districarsi tra le maglie del mondo spirituale contemporaneo. È quasi insormontabile l’iperproduzione di libri, conferenze, seminari, guru e scuole che promettono guarigione, verità, benessere o risveglio, e per un ragazzo o una ragazza esordiente nel panorama post new age è praticamente impossibile non andare a sbattere almeno una volta contro un pazzo o una psicosetta. È comunque un’esperienza importante: un falso guru può insegnare (involontariamente) molto a chiunque sia in grado di accogliere e trasformare quell’esperienza.
    Eppure, certi incontri e scontri sono evitabili. Quello che segue è il decalogo stilato da un conferenziere, organizzatore d’eventi, autore ed editore vicino al panorama spirituale contemporaneo che aiuta a diffidare dalle imitazioni.

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    1. Diffida da chi inserisce nei propri discorsi riferimenti vaghi e non circostanziati a concetti scientifici. In particolare, diffida da chi parla delle relazioni tra fisica quantistica e spiritualità. Salvo rarissimi casi, la “fisica quantistica” nella spiritualità è solo un modo per dare una pennellata di apparente scientificità a un discorso senza fondamenta.

    2. Diffida da chi non è aperto al confronto e poggia le proprie affermazioni su assunti del tipo “l’ha detto l’esoterismo” o “questa è la vera natura dell’uomo”. Un ricercatore non dimentica mai la propria limitatezza, non crede esista qualcosa definibile “l’esoterismo” né si illude di conoscere la “vera” natura dell’uomo.

    3. Diffida da chi non ha dubbi su quel che dice ed è convinto di avere l’ultima e l’unica conoscenza sulla vita, l’universo e tutto quanto. Spesso in casi simili l’utente è invitato a non frequentare altri corsi, a non informarsi e a non sviluppare elementi per confrontare e comprendere. Al contrario, è il discernimento la base del percorso interiore.

    4. Diffida da chi vuole convincerti dell’esistenza di un enorme complotto universale ordito per renderti sempre più schiavo e stupido, davanti al quale sei totalmente impotente. Esistono molte varianti di questa convinzione, che spaziano dagli alieni agli illuminati. In ogni caso, quel che lasciano è la certezza di non poter fare nulla per cambiare lo stato attuale delle cose, trasformandoti in un attimo da esploratore entusiasta a depresso complottista.

    5. Diffida da chi dice di essere un illuminato o un risvegliato. O è una strategia di marketing per conquistare adepti o è semplice delirio di onnipotenza. Un “essere cosciente” non ha bisogno di definirsi tale.

    6. Diffida da chi abusa di tecniche o sostanze per raggiungere stati non ordinari di coscienza e ti invita a fare altrettanto. Tecniche e sostanze (tra cui vi è comunque un abisso) sono ponti artificiali per raggiungere una condizione che invece va costruita con se stessi e da se stessi. La “dipendenza da centro olistico” o da “stato non ordinario di coscienza” è molto più frequente e pericolosa di quanto si creda.

    7. Diffida dalla spiritualità sui social network. Meme evolutivi, meditazioni su facebook, post che copiano articoli che copiano libri che copiano altri libri: se cerchi un posto dove confonderti e allontanarti il più possibile dalla fonte, l’hai trovato.

    8. Diffida da chi promette guarigioni miracolose senza sforzo e critica a prescindere ogni forma di analisi e ricerca scientifica, salvo poi riportare nell’ambiente olistico gli stessi limiti del mondo scientifico. Scienza e ricerca interiore non sono in contrasto. Al contrario, possono illuminarsi a vicenda quando il rispetto e la preparazione sono profondi e reciproci.

    9. Diffida da chi usa la spiritualità per disinteressarsi del mondo circostante. Il riconoscersi “creatori della realtà” o “all’interno della matrix” porta sempre più persone a sentirsi al di fuori o al di sopra del mondo, a non avere cura di ciò che li circonda, deresponsabilizzandosi e allontanandosi dalla meraviglia dell’esserci.

    10. Diffida da chi fa decaloghi e ti invita a diffidare.

      p.s. diffida anche da chi scrive decaloghi composti da un numero di punti inferiore o superiore a dieci. Se non ti è chiaro cosa significa “decalogo”, è difficile che tu conosca le geografie dei mondi interiori.



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  • Come un ladro nella notte – Incontri con Pava Labrea

    di Andrea Colamedici
    I miei appunti sulla prima seduta con il signor Labrea sono datati 14 gennaio 2013. Fu in quell’occasione che incominciò l’intervista, anche se in precedenza lo avevo visto molte volte, ma solo in veste di osservatore. In ciascuna occasione gli avevo chiesto di lasciarsi intervistare su Carlos Castaneda. Pur ignorando la mia richiesta ogni volta, non scartò mai del tutto l’argomento, ed io interpretai la sua esitazione come una possibilità che egli avrebbe potuto essere propenso a parlare della sua conoscenza se io avessi insistito di più. In una telefonata in particolare mi fece capire che egli avrebbe potuto prendere in considerazione la mia richiesta purché io possedessi un’idea e una finalità precise rispetto alle modalità dell’intervista. Mi era impossibile soddisfare a tale condizione, perché gli avevo chiesto di erudirmi su Carlos Castaneda solo in quanto mezzo per stabilire con lui un vincolo di comunicazione. Pensavo che la sua familiarità con l’argomento avrebbe potuto predisporlo a essere più aperto e pronto a parlare, permettendomi così di accedere alla sua conoscenza sulle caratteristiche degli “uomini di transizione”, concetto che più volte gli avevo sentito pronunciare ma mai avevo avuto modo di approfondire. Egli tuttavia sembrò interpretare la mia richiesta alla lettera e iniziammo perciò l’intervista immergendoci in Castaneda.

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  • Il piccolo segreto della felicità

    di Andrea Colamedici
    Per un progetto molto bello sto studiando la felicità. Com’è fatta, come si sviluppa, quanto dura, cosa la fa nascere e morire. C’è un dato molto importante che voglio condividere subito, e che riguarda il modo migliore per essere felici.
    Il fatto è molto semplice: la via più profonda e completa alla felicità, a quanto ho capito, consiste nell’essere felici per l’Altro. Tutto qui. Viviamo in un’iperproduzione costante di “felicità personali” che non sanno soddisfare davvero, se non per poco tempo e superficialmente. Nell’epoca del narcisismo di massa, essere felici per un Altro è un gesto rivoluzionario.
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    Essere felici per qualcuno – un compagno, un figlio, un amico, uno sconosciuto – è in assoluto la forma più pura di felicità a disposizione perché è più facilmente scevra da tutti gli egoismi, i desideri e le paure. Non si tratta di trovare qualcuno con cui condividere la felicità, come vorrebbe la frase di Into the wild “la felicità è reale solo quando è condivisa”. Pensavo che questa affermazione fosse di Tolstoj, ma lui andava molto più in là: scriveva – e lo penso anch’io – che “la felicità sta nel vivere per gli altri”.
    Non è la tua felicità che scegli – magnanimo – di condividere. È la tua vita che metti al servizio. E tante filosofie contemporanee, seppur lucidissime e profondissime, vedono nell’Altro – nelle persone, banalmente – la tomba, la peste, la morte.
    Ci vuole molto coraggio, oggi, a offrirsi e offrire interamente la propria felicità al mondo. Siamo abituati a ricondurre ogni cosa a noi stessi, a pensare che esista un solo grande io (il nostro, appunto) e che il mondo non sia altro che l’estensione delle nostre facoltà. E invece una una via più difficile ma molto più armoniosa consiste nell’offrirsi all’ignoto, mettendosi al servizio dell’inaspettato e affidandosi, per sfida e vocazione e non per convenienza e calcolo, all’universo. O a chi per lui.
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    La scuola di Filosofia e Immaginazione di Andrea e Mauracolamedicigancitano
    Roberto Mercadini, Felicità for dummies
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  • Gli dèi sono diventati Pokemon

    di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

    Attraverso Pokemon GO il piano reale e quello virtuale si mescolano, e tu non sei più il semplice spettatore di un cartone animato, ma il protagonista del gioco, il cacciatore. Sei dentro l’evento, a cavallo tra due mondi.
    Una prospettiva del genere fa inorridire e sorridere molti, eppure cattura una quantità incredibile di persone. Come mai?
    Perché aumenta la realtà, cioè si propone di restituire qualcosa che ci è stato sottratto: la magia.

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    Se ci pensiamo, di animaletti fantastici sono pieni i racconti di paese, che i nostri nonni ancora conoscono. I monachicchi lucani, gli scazzamurrieddhi pugliesi e i folletti sardi non erano molto diversi dai Pokemon: si trovavano ovunque nello spazio, si spostavano con il vento, potevi entrare in relazione con loro, potevano aiutarti o farti male. A volte amici e protettori, altre volte dispettosi e violenti, erano visibili, facevano parte della vita del paese, intorno a loro si costruivano racconti e leggende. Erano i daimones greci, su cui James Hillman ha riportato l’attenzione in Il codice dell’anima e che Philip Pullman ha ritratto in La bussola d’oro. Creature con cui siamo naturalmente in contatto, e da cui non possiamo essere separati. Se, come accade in La bussola d’oro, il bambino viene separato dal proprio daimon (che può essere qualunque genere di animale) perde qualcosa di sé. La sua realtà viene diminuita, la sua solitudine viene amplificata, ed è come se perdesse una parte di anima.

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    Persino la nostra letteratura recente ne parla, se ne trovano chiarissimi riferimenti in Canne al Vento di Grazia Deledda e in Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, e nei saggi fondamentali di sociologia magica: Sud e Magia di Ernesto De Martino e Teoria generale della magia di Marcel Mauss.
    In questo senso, Pokemon GO è un gioco di realtà aumentata perché intercetta il bisogno di recuperare le narrazioni magiche che abbiamo dimenticato, a cui la nostra società ha sottratto spazio. Permette di vedere altro oltre la realtà fisica, un bisogno che l’essere umano ha – e che potrebbe anche essere scientificamente sbagliato – ma che va nutrito.
    Del resto, tutto ciò che ha a che fare con il mondo fantastico (libri fantasy, serie TV, giochi di ruolo) nasce da questo bisogno, dalla difficoltà della realtà di soddisfare il bisogno di invisibile.

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    Pokemon GO invita a viaggiare tra il mondo reale e il mondo virtuale alla ricerca di animaletti inesistenti, intercettando così il nostro bisogno di viaggiare di nuovo tra il mondo reale e il mondo immaginale, e vedere davvero le creature fantastiche. Pokemon GO si sovrappone quindi al vero gioco dell’essere umani, un gioco senza tempo, gratuito, senza bisogno di schermi, a cui abbiamo perso la capacità di giocare: è ribattezzabile Daimon GO, come indichiamo nel video che segue.

    E forse questo entusiasmo nei confronti di una applicazione per smartphone nasce dal disperato tentativo di recuperare quella capacità, e di ricreare un’atmosfera magica in un mondo che l’ha voluta cancellare. Pokemon GO si propone di farti viaggiare tra il reale e il virtuale, e tanti altri giochi di realtà aumentata lo faranno, perché sanno qual è il bisogno che non riesci a soddisfare: tornare a osservare davvero il reale per vedere qualcosa che si trova oltre, l’immaginale.

    Appendice. Reincantare il mondo
    Pokemon GO permette ai giocatori di riportare la magia nel mondo, allenandosi alla visione. Pokemon GO non è il campo di battaglia su cui si svolge il filo delle nostre vite, ma è una palestra per l’immaginazione, per ricominciare a cercare nel mondo i segni, le impronte degli dèi, le loro tracce e, quindi, gli dèi stessi, tracce della nostra esplorazione psichica collettiva.
    D’altronde, i Pokemon non sono altro che una manifestazione della nostra esigenza spirituale: la sfera Pokè che contiene i Pokemon è la rappresentazione della religione dell’uomo, in grado di imbrigliare gli dèi e di costringerli ad ascoltare le nostre preghiere. E, come i Pokemon, anche gli dèi vanno cacciati, sedotti, catturati e allenati: Hillman citava Jung nel dire che gli dèi sono diventati malattie. Oggi, diciamo noi, gli dèi sono diventati Pokemon. È chiaramente uno straordinario atto di fede nell’invisibile lo spingersi in strada alla ricerca del proprio piccolo dio personale.

     

     

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  • Daimon GO – Libera l’anima del Mondo!

    In Daimon GO, i giocatori di tutto il mondo dovranno esplorare la realtà che li circonda per trovare e liberare l’anima del mondo che si nasconde in mezzo a loro. Affamati di bellezza, i giocatori illuminano i luoghi e liberano i Daimon selvatici, i cui occhi sono nella bellezza di chi li guarda.

  • Colamedici e Gancitano – La canzone dell’estate interiore

  • Le trappole del cammino spirituale – Mariana Caplan

    intervista a Mariana Caplan

    Cos’è “l’illuminazione”? Di cosa parliamo quando parliamo di maestri, maestre, guru o persone illuminate? Esiste quello stato che nella letteratura spirituale e filosofica viene chiamato “il risveglio” o “l’illuminazione”?

    Se fai una piccola inchiesta per la strada, la maggior parte delle persone si immagina una specie di Buddha, un santo o una santa, magari un pazzo che vive in miseria, in un altro mondo, mezzo addormentato (o del tutto) alle emozioni, alle sensazioni, cosa che comunemente si considera un autentico spreco dell’esperienza. Ma comunque, per definizione, si tratta di uno stato di “risveglio” dal sonno dell’ignoranza, d’illuminazione in una vita buia. Saggezza, luce e intensità.

    In cosa consiste l’illuminazione?

    È un temine che è stato utilizzato troppo e suppongo che per questo ha perso il suo senso. Molta gente si immagina qualcosa di trascendentale, separato o fuori dal mondo. Però, in realtà, le persone illuminate (e non sono molte quelle che ho potuto conoscere) son persone di grande compassione, dedizione, servizio, che utilizzano la propria vita per aiutare gli altri. Anche non necessariamente per aiutarle negli obiettivi più materiali, ma ad essere più felici. Eppure son persone che continuano a scontrarsi con sfide umane (rabbia, dolore, tristezza), solo che hanno imparato ad affrontarle in modo speciale. Con maturità spirituale, che non è lo stessa cosa della maturità umana.

    Qualè la differenza?

    Nella maturità umana (la crescita personale), io aspiro ad essere una buona persona, a superarmi. Nella crescita spirituale possiamo arrivare a percepire aspetti dello spirito molto profondi. Son realtà che non si possono spiegare completamente solo attraverso la mente, se non ne hai avuto esperienza personale. Per esempio, capisci che la nostra percezione di ciò che è un essere umano è molto limitata, che la realtà umana è molto più grande e profonda. Ti connette con un certo tipo di saggezza (non mentale né intellettuale) che ti permette non solo di godere della vita a un livello più intenso, ma anche di fare un lavoro interiore di trasformazione.

    Godere di più della vita? L’immagine della persona illuminata che non sente né soffre è allora un luogo comune?

    Bè si: non smetti di sentire ma sviluppi una capacità di sentire più cose: le tue percezioni son molte di più, differenti e intense. Il mondo che ti circonda si trasforma per il semplice fatto che dentro di te ha avuto luogo una trasformazione.

    Come si traduce questo nella pratica? Che cosa porta nella vita quotidiana?

    Una delle sfide più importanti a cui va incontro l’essere umano nel corso della sua vita consiste nel modo in cui gestire le emozioni. Applicandoti nelle pratiche spirituali, poco a poco impari a gestire questa realtà; a percepire di più e allo stesso tempo a gestire il mondo emozionale che normalmente ti domina. Secondo me, questo è l’apporto più valido, molto maggiore di quello che può darci lo sperimentare “viaggi mistici”, che inizialmente possono avere luogo, ma attenzione, perché si può convertire in una trappola. Io credo che i frutti del cammino spirituale hanno molto a che vedere con la capacità di servire il mondo in modo più sincero piuttosto che con qualsiasi stato di alterazione della coscienza, nonostante possa risultare allettante e piacevole.

    Quale dovrebbe essere la motivazione per iniziare una pratica spirituale? Esistono motivazioni egoistiche o sbagliate?

    Normalmente al principio le motivazioni non sono molto pure, ma non importa. Solitamente iniziamo una pratica spirituale, qualunque sia, perché vogliamo essere più felici, soffrire meno, avere più potere o essere speciali. Soprattutto perché vogliamo uscire fuori dalla sofferenza. La cosa buona del cammino è che la pratica stessa è intelligente e finisce per mostrarti le vere ragioni. Bisogna solo impegnarsi, con qualsiasi motivazione, rimanendo fedeli ad una pratica concreta (resistendo alla tentazione di spostarsi da una scuola all’altra) e la pratica finirà per trasformarti. Però attenzione, il processo può richiedere anni.

    Anche la migliore delle motivazioni, come il servizio al prossimo, può nascondere un impeto di vanità, di desiderio di potere? Come riconoscerlo?

    È abbastanza probabile. Se una persona è vanitosa, la vanità apparirà in qualsiasi cosa proverà a fare, inclusa la pratica spirituale; accadrà la stessa cosa se è insicura, egocentrica, felice, despressa, etc. Però non fa niente, il cammino insegna a riconoscere il problema e a lavorarci sopra. In generale, quasi sempre iniziamo in modo ingenuo, insicuro, arrogante. Ascoltiamo i concetti di umiltà, servizio, distacco, etc. e ci sembra di capirli, perlomeno intellettualmente. Però nella pratica vengono fuori insieme a tutte le nostre tendenze personali.

    Come si può individuarle e lavorarci sopra?

    In primo luogo con coraggio, onestà e umiltà, perché altrimenti non riusciremo a vederle. E, cosa non meno importante, assicurati di poter contare su buoni amici spirituali che ti aiutino, ciò nel buddismo si conosce come la Sangha (la comunità). Ricorderò sempre che nei miei primi anni di pratica (dovevo avere circa 26 anni) condividevo una casa con una monaca di 65 anni, che aveva anni d’esperienza alle spalle e diversi ritiri; per me era una maestra. Alla fine della settimana mi chiese cosa avessi visto di negativo in lei durante la convivenza. Mi sorprese: con i suoi anni e la sua esperienza era ancora aperta alle opinioni di una ragazzi di 26 anni, praticamente appena arrivata. Per fare una domanda del genere bisogna essere coraggiosi e rischiare d’ascoltare cose che probabilmente non ci piaceranno. Però è l’unico modo di affrontarle e di lavorarci.

    È così importante l’attenzione e l’autocritica? Non si corre il pericolo di deprimersi?

    Certamente. Nel cammino spirituale c’è molto spazio e molte occasioni per le delusioni, perché siamo esseri insicuri e a volte presuntuosi. Però porsi le domande giuste e vivere con esse è molto conveniente. La conoscenza di sé stessi è imprescindibile, e questa richiede molta umiltà e la volontà di chiedere l’opinione di chi ti circonda. Questo è ciò che ti aiuta a restare centrato, perché altrimenti, ci son molte probabilità di perdersi lungo il cammino. A me interessa molto la psicologia e non ho mai abbandonato questo campo di studio, che è stato quello con cui ho iniziato. Credo che la psicologia e la spiritualità siano complementari.

    Che differenza c’è tra le esperienze mistiche e l’illuminazione?

    Le esperienze mistiche sono stati alterati di coscienza, un’esperienza di connessione con una realtà non materiale e che interpretiamo come sacra, di connessione con Dio o l’Unità o come si vuol chiamarlo. L’illuminazione è uno stato di comprensione delle cose oltre la loro apparenza, un tipo di comprensione che ti trasforma.

    Cosa apportano le esperienze mistiche alla vita quotidiana?

    Ci risvegliano ad una realtà più grande. Questo tipo di esperienze è quello che normalmente porta la gente al cammino spirituale, che sia per una tragedia personale, la morte di una persona amata, una perdita importante o qualsiasi cosa che risulti così dolorosa da portarci al di là dei confini del dolore e connessi con qualcosa di più profondo. Però ci sono anche altri modi per raggiungere esperienze mistiche: attraverso il sesso, le droghe, etc. La cosa importante è non attaccarsi a queste esperienze. La coscienza si apre e può aiutarci a trovare l’ispirazione, la motivazione. Però l’importante è che quella esperienza ci abbia trasformato. Che ci serva per vivere meglio nella vita quotidiana, per amare meglio e servire meglio.

    La pratica, la crescita o l’intelligenza spirituale servono a qualcosa se non servono per agire meglio nella nostra vita quotidiana? Come può una persona “illuminata” o “risvegliata” arrabbiarsi, sentirsi frustrata o deprimersi quando le cose e le persone che la circondano non sono “come dovrebbero essere”?

    Perché questa persona non è “illuminata” completamente, è molto raro che accada una cosa del genere. È più facile che si sia “illuminata” una parte; per esempio, che che in realtà le cose sono come son e le emozioni non sono altro che i tuoi desideri (l’allegria quando le coso son come le vuoi e la tristezza di quando non sono così), o la non-dualità, o la vacuità dell’ego, etc. Queste persone possono aver raggiunto una realizzazione o illuminazione, però altre parti della sua intuizione restano oscure, motivo per cui cui continua ad arrabbiarsi a fare uso e abuso di potere, etc. Un grande maestro come Claudio Naranjo mi spiegò che una volta riuscì a mantenersi in uno stato di illuminazione per tre anni per poi per altri dieci anni l’illuminazione scomparve. Fino a quando comprese che quella “luce” doveva essere sacrificata per percepire tutto quello che ancora era all’oscuro. Non si demotivò e seppe andare avanti.

    E questo può succedere a chiunque…

    Certamente. Anche al tuo maestro, alla tua maestra. Capita che se la tua guida cade in depressione o si ammala, o si separa dal suo compagno, si deprime. Ti chiedi come mai. Perché? Anche lui è un essere umano che attraversa un processo. Bisogna vivere con questo paradosso. Prendi ciò che ti trasmette, ciò che impari e continua a crescere al suo fianco. Il resto è parte del suo processo di crescita spirituale. E forse tu puoi usarlo allo stesso modo per il tuo processo, se lo guardi con saggezza e compassione. Ricorda: il cammino spirituale è un lavoro per tutta la vita, non solo per te, ma anche per la tua guida.

    In questo lavoro di tutta una vita come ci aiuta la disciplina morale? E come ci ostacola? Come utilizzarla?

    Effettivamente ha i suoi vantaggi e i suoi rischi. Però soprattutto al principio è estremamente necessaria. La disciplina morale consiste in regole basiche di comportamento e al principio, quando la persona è persa e alla mercé della tirannia delle proprie emozioni, è molto conveniente contare su strumenti che ci permettano di sviluppare l’energia del sacrificio e lo sforzo, per esempio, per non correre dietro a qualsiasi desiderio, emozione, etc. La disciplina morale ci aiuta a mantenere le abitudini che precedentemente abbiamo adottato e ,attraverso di esse, sviluppare la coscienza.

    Quali sono i rischi?

    Cadere nella rigidità, per esempio, nell’esigere eccessivamente da sé stessi, nella delusione, o meglio crederci speciali e superiori perché la nostra condotta morale è “superiore” a quella dell’essere umano comune e corrente. In questo caso è molto importante anche l’umiltà. Per esempio, se ti impegni a “non mentire”, già basta preoccuparsi di mentire meno o di essere coscienti quando si sta mentendo o quando non stai dicendo la verità anche quando apparentemente non dici bugie. E la stessa cosa per “non uccidere”, etc. Essere coscienti dei modi sottili con cui veniamo meno ai nostri impegni, però continuando ad impegnarci per illuminare il nostro cammino.

    C’è un momento in cui si può fare a meno della disciplina morale?

    Solo quando quei valori son interiorizzati e non c’è più bisogno di ricorrere ad essi perché formano parte di te e agiscono in modo naturale. Intanto che ciò non accade, bisogna ricorrere all’aiuto della disciplina morale. Però farlo in modo generoso e amorevole con sé stessi e con le altre perosne. Senza cadere nell’auto indulgenza. Come in tutto, sempre ci son due lati (o trappole) in cui si può cadere: da una parte o nella parte opposta.

    Le trappole del cammino spirituale

    Esistono molte trappole e molte occasioni, ogni giorno e praticamente in ogni situazione.

    Il supermercato spirituale. È la tentazione andare da un luogo all’altro, di scuola in scuola, di gruppo in gruppo, cercando esperienze forti e senza stabilire un compromesso di ricerca di sé stessi e di pratica profonda in una disciplina concreta.

    Prenderlo come un hobby. Un intrattenimento piacevole o intellettuale, con scarsa implicazione personale. Come diceva l’antropologa e maestra zen Joan Halifax “ci son hobby peggiori” (e sapeva bene quello che diceva, lei che lavorava nelle carceri). Però se prendi la pratica spirituale come un intrattenimento, non è facile che si dia una trasformazione personale profonda.

    Autoinganno. Leggiamo libri e ascoltiamo a maestri e maestre che ci trasmettono concetti come il distacco, la compassione, l’umiltà. Per un momento ci inganniamo pensando che abbiamo raggiunto la comprensione di queste cose, però più avanti osserviamo nella nostra esperienza che non è così, che non siamo riusciti ad intergrarle, che è difficile farlo. Può succedere di demotivarsi per qualche tempo, però bisogna imparare ad accettarlo (accettarsi) e andare avanti.

    La dipendenza dalle esperienze mistiche. Durante la meditazione puoi arrivare a speriementare stati alterati di coscienza di gran gioia, intensità e felicità profonda. Non ti ossessionare nel tentativo di raggiungere nuovamente questi stati perché sono imprevedibili. Apriti perché possano arrivarti però non perseguirli troppo perché potrebbero essere causa di abbattimento e frustrazione, specialmente quando più li insegui più ti sfuggono.

    La supremazia dell’ego. Puoi credere addirittura di aver raggiunto la realizzazione (comprensione profonda) del senso della vita e cose così. Puoi credere di aver ottenuto l’illuminazione o il risveglio. Non entusiasmarti troppo e continua a praticare. Quello che importa è come applichi tutto questo alla vita quotidiana e alle tue relazioni con le altre persone.

    Abbandonare le tue responsabilità. A volte, certe esperienze mistiche o alcune occasioni in cui si realizzano alcuni concetti (come l’esperienza della vacuità o che la realtà non esiste così come viene interpretata) possono condurti a osservare il mondo in modo “passivo”, come se tu fossi più avanti, abbandonando di conseguenza le tue responsabilità. Ti sbagli, questo non ti avvicina al cammino spirituale ma casomai ti allontana. Praticare la saggezza nei conflitti quotidiani molte volte è più difficile che ritirarsi in una grotta a meditare, fuori dal rumore mondano.

    Tradotto dal sito Crece Joven per fiorigialli.it

    Altri articoli di Mariana Caplan: qui. Grazie al Libraio delle Stelle per aver portato in Italia il suo libro “Tra cielo e terra. Gli errori del cammino spirituale e le pretese premature di illuminazione”.

    Il Simposio “Le trappole della spiritualità”, con Igor Sibaldi, Selene Calloni Williams, Daniel Lumera, Claudio Marucchi e molti altri ricercatori si terrà a Torino il 2 e 3 aprile. Informazioni qui.

  • Un libro è un libro

    di Maura Gancitano

    faruffini-lettriceIntervenire o no nel dibattito che sta infiammando da alcuni giorni lettori e scrittori italiani, quello che riguarda la Top Ten dei libri dell’anno (di narrativa) pubblicata da La Lettura domenica scorsa? Personalmente, non mi andava di scrivere un articolo riassumendo le vicende e sostenendo una parte identica a quella di tante altre persone, senza aggiungere niente. Ma c’era qualcosa che mi ronzava in testa e che mi andava di dire in proposito.

    La vicenda è questa (sarò breve): nell’inserto del Corriere della Sera figurano solo libri scritti da uomini, 10 su 10. Un po’ strano, eppure non tutti ci avevano fatto caso, e nello stesso inserto non se ne faceva cenno. E potrebbe anche essere plausibile una situazione del genere – cioè che per un anno i migliori libri pubblicati, sia italiani sia stranieri, siano scritti da uomini – se non fosse che quest’anno abbiamo avuto in tanti la fortuna di leggere libri meravigliosi scritti da donne. Libri tutt’altro che stucchevoli e sdolcinati, tra l’altro, libri che non potrebbero mai essere rintanati nello stretto scaffale della letteratura femminile. E allora come mai nessuno di questi, nessuno, figura nella lista? Continue Reading