13 Feb

Lettera di una trentenne sul lavoro in Italia

di Maura Gancitano

Coetanei trentenni e giovani under 30,

continuo a domandarmi quale sia il nostro rapporto con il lavoro. Non mi pare che sia uguale a quello dei nostri genitori, men che meno a quello dei nostri nonni. I nostri nonni sono nati quasi tutti in una condizione di miseria o di stenti, e in poco tempo hanno vissuto un cambiamento straordinario. Per i primi 20-30 anni della loro vita non hanno avuto il frigo, la televisione, la lavatrice, a volte neppure l’acqua corrente, figuriamoci una macchina, il riscaldamento. A un certo punto, d’improvviso, hanno avuto tutto questo, hanno vissuto il lavoro – che aveva tempi più umani, ritmi sostenibili – come un’occasione di costante realizzazione di un progetto familiare. Molti sono emigrati, e nella maggior parte dei casi hanno trovato fortuna. Avevano una visione totalizzante del lavoro, erano identificati con la materialità, la concretezza, la tangibilità. Ancora oggi molti dei nostri nonni nascondono negli armadi riserve di cibo per un bisogno di sicurezza, in ricordo degli anni in cui non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo. Read More

03 Feb

Io non penso positivo – Come esaudire i tuoi desideri?

La Prefazione INTEGRALE di Io Non Penso Positivo – Come esaudire davvero i tuoi desideri, edizioni Tlon!

Io non penso positivo!

 
Qual è il tuo desiderio più grande? Cosa sogni per il tuo futuro? Cosa vuoi essere, cosa vuoi fare? Immagina che tutto questo diventi realtà. Non sarebbe meraviglioso, appagante?
Cosa ti trattiene dal realizzare ciò che desideri? Cosa c’è in te che ti blocca?
 
Io non penso positivo è un libro che parla dei desideri e di come realizzarli. Deve le sue idee a un lavoro di ricerca ventennale nel campo della scienza motivazionale. Presenta un’idea unica e sorprendente: gli ostacoli che secondo noi ci impediscono di raggiungere i nostri desideri più grandi, in realtà possono accelerarne la concretizzazione.
Quando ci troviamo di fronte a qualcuno che vuole realizzare un sogno ben preciso, molti di noi reagiscono offrendo un consiglio semplicissimo: pensa positivo! Non soffermarti sugli ostacoli, ti butteresti solo giù di morale; sii ottimista, concentrati su ciò che vuoi ottenere; immagina un futuro felice che ti vede dinamico e impegnato; visualizza quanto appariresti più elegante dopo aver perso quei nove chili, quanto saresti più felice una volta portata a casa la promozione, quanto risulteresti più attraente agli occhi del tuo partner se smettessi di bere, quanto saresti più apprezzato dopo aver dato il via a quella nuova attività. Canalizza l’energia positiva, e tutti i sogni si realizzeranno prima che tu possa rendertene conto.
 
Ma raramente chi sogna ad occhi aperti si dà anche da fare. La mia ricerca ha confermato che se ci si limita a fantasticare sul proprio futuro si hanno meno probabilità di riuscire a realizzare sogni e desideri (esattamente come succede se ci si sofferma solo sugli ostacoli).

Sognare senza essere consapevoli della realtà dei fatti non basta, e le ragioni sono molteplici. E’ sì un atto piacevole che ci dà l’impressione di esaudire i desideri nella nostra mente, ma ci rende più deboli davanti alle sfide che incontriamo nella vita reale.

Esemplare di Editore (a destra) con libro (a sinistra)

Esiste un altro modo di immaginare il nostro futuro. Si tratta di un approccio più complesso che emerge dal lavoro che ho svolto nell’ambito della scienza motivazionale.
L’ho chiamato “metodo del contrasto mentale“.
Secondo questa tecnica, oltre a fantasticare dobbiamo mettere a fuoco le barriere e gli ostacoli personali che ci impediscono di realizzare i nostri sogni. Forse abbiamo paura che confrontando direttamente le nostre aspirazioni con la realtà, queste vengano represse – rendendoci ancora più bloccati, indolenti e immotivati. Ma non è così.
 
Quando facciamo ricorso al contrasto mentale, la nostra determinazione ad agire aumenta. E quando entriamo nel dettaglio delle azioni che intendiamo fare man mano che sorgono gli ostacoli, ci motiviamo ancora di più.
Nei miei studi ho potuto osservare come, applicando la tecnica del contrasto mentale, le persone abbiano rafforzato la loro determinazione a smettere di fumare, a perdere peso, a prendere voti più alti, ad avere relazioni più sane, a essere più efficaci nel lavoro, e via dicendo. In poche parole, aggiungendo un pizzico di realismo all’immagine mentale positiva del futuro, il contrasto mentale permette di diventare sognatori e individui che agiscono.

La ricerca scientifica che qui viene esposta suggerisce che fantasticare ingenuamente non è sempre un bene come si vuol far credere. Io non penso positivo indaga e documenta la forza di un compito all’apparenza semplice: mettere uno accanto all’altro i nostri sogni e gli ostacoli che ci impediscono di realizzarli. Nel corso del libro approfondisco i motivi per i quali questa strategia funziona, in particolar modo a livello della mente inconscia, e illustro il processo di pianificazione che la rende ancora più efficace.

Gabriele Oettingen

Negli ultimi due capitoli applico il metodo del contrasto mentale a tre ambiti del cambiamento personale: prendersi cura della propria salute, coltivare relazioni migliori, aumentare le proprie prestazioni a scuola e al lavoro – e fornisco dei consigli su come riuscire a introdurlo nella propria vita.
 
Nello specifico, presento una procedura di quattro passi basata sul contrasto mentale e chiamata woop. Si tratta di una tecnica facile da imparare, applicabile sia ai desideri immediati che a quelli a lungo termine, e la cui capacità di rendere più diretti e motivati è stata scientificamente provata.
Ho scritto questo libro per tutte quelle persone che sono bloccate e non sanno come uscire da questa situazione. Ma è rivolto anche a chi ha una vita che procede bene ma si chiede se non potrebbe andare meglio, a chi si trova davanti una sfida che in passato non è riuscito a superare o che semplicemente non sa come affrontare. Infine l’ho scritto per tutti noi, che abbiamo bisogno di qualcosa che ci stimoli a proseguire lungo il nostro percorso.

Sicuro sicuro?

 
Abbandonarsi alle fantasie che riguardano il futuro non aiuta. Nonostante nel breve termine possa risultare piacevole, in realtà non fa altro che svuotare il nostro impegno e condurci a esitare continuamente. Finiamo per impantanarci nell’indecisione, sull’orlo dell’apatia; tendiamo a sbandare impulsivamente da un’azione all’altra, spinti al di là delle nostre capacità, frementi di rabbia per la frustrazione, scivolando in un’infelicità che non comprendiamo. Ma, se oltre a vivere i sogni nella nostra mente ci radichiamo nelle realtà che siamo destinati ad affrontare, possiamo ricaricarci per prendere di petto la vita – ed entrare in sintonia con ciò che è più reale e duraturo.
Che tu sia infelice o alle prese con problemi seri, o che tu voglia solo scoprire, esplorare e ottimizzare possibilità e opportunità nascoste, questo libro renderà più forti le tue idee sulla motivazione umana e ti aiuterà a tracciare con coraggio un percorso davanti a te. Come molte delle persone che hanno preso parte ai miei studi, ti ritroverai più motivato a entrare in contatto con gli altri, a relazionarti con il mondo che ti circonda e ad agire.
 
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Editore Edizioni Tlön
Data pubblicazione Febbraio 2017
Formato Libro – Pag 248 – 12×19 cm

11 Gen

Anatomia dell’Hater – Perché odiamo così tanto?

Perché così tante persone passano così tanto tempo a esprimere il proprio odio per un personaggio più o meno noto? Perché esistono gli hater? Cosa ci spinge a fare dell’odio un vero e proprio mestiere non retribuito?

Uno studio condotto da Justin Hepler sul Journal of Personality and Social Psychology ha dimostrato che gli hater sono tendenzialmente più infelici degli altri. Tendono a essere meno soddisfatti di sé e quindi meno appagati dal mondo circostante. Chi si pone esclusivamente contro, ha evidenziato lo studio, è incapace di reagire alle novità ed è costretto a odiare tutto ciò che non rientra tra quanto conosce. Il suo passato è la griglia attraverso cui seleziona il futuro, e in questo modo tutto ciò che dal futuro eccede il passato, tutto quel che non rientra nella griglia del già conosciuto, va soppresso. Così, se il focus dell’individuo è su quel che non funziona, sarà molto più propenso a perdersi la bellezza di ciò che non rientra nella propria esperienza.

La capacità di odiare non è di per sé negativa: è piuttosto la dimostrazione dell’essere vivi, di avere energie, ma al contempo testimonia l’incapacità di dirigerle in maniera consapevole. Chi odia è più vivo di chi non prova emozioni, ma non sa ancora che farsene della vita. L’odio è, in questo senso, un amore ignorante.

Poco prima di morire, il filosofo danese Søren Kierkegaard ha scritto: «Mostrando di non rispettarmi, e avendo cura che io sappia che non mi rispettano, non fanno altro che denotare dipendenza da me. Mi mostrano rispetto proprio perché hanno il bisogno di farmi vedere che non mi rispettano».

Gli hater scelgono di esistere in funzione all’obiettivo del proprio odio molto più di quanto faccia il fan ordinario. Il fan è felice se il proprio oggetto di attenzione è felice e desidera che l’oggetto del proprio interesse sia realizzato. Richiede la sua attenzione così da poter veicolare il proprio bagaglio emotivo e gioisce per un’eventuale risposta (una stretta di mano, un mi piace, un selfie). Come il fan, anche l’hater richiede l’attenzione del personaggio: pretende che non dimentichi mai di essere odiato. L’hater ha a cuore l’infelicità dell’odiato, impiega il proprio tempo e disperde la propria felicità affinché l’altro diventi infelice. E la costanza è la caratteristica principale dell’hater. Costanza con cui, distruggendo, si autodistrugge.

Non si tratta semplicemente di invidia: è, come scrive Kierkegaard, una questione di dipendenza, di incapacità di bastare a sé stessi. Essere hater è una forma di religione in cui il funesto demiurgo, il dio cattivo e degno d’odio, è un personaggio dello spettacolo, dello sport, della cultura. L’hater è fondamentalmente uno gnostico disimpegnato la cui insoddisfazione è, di fondo, un’energia prodotta dalla consapevolezza di quanto il mondo non sia all’altezza delle proprie possibilità, e che sia doveroso renderlo migliore, più bello, più giusto. Questo pensiero, però, non diventa azione di miglioramento – né di sé né del mondo – ma fastidio, odio, critica sterile. Insomma: l’hater è potenzialmente un attore consapevole del cambiamento che sceglie di impedire al mondo di cambiare.

Molto vicine a quelle di Kirkegaard sono le parole di Kundera, infatti, quando dice che 

la trappola dell’odio

è che ci lega troppo strettamente

all’avversario.

di Andrea Colamedici

09 Gen

Perché ti stai prostituendo sui social

Per abolire la prostituzione bisognerebbe abolire gli uomini.
Maria Teresa d’Asburgo
Le puttane svolgono lo stesso lavoro dei preti ma molto più scrupolosamente.
Robert Anson Heinlein

Chiunque scriva post sui social network si sta prostituendo. Il termine è formato da pro, avanti”, e stituere, “porre”, e significa “esporre”, “mettere avanti”; implica l’avvilire, l’abbassare di livello non solo ciò che si dice ma soprattutto quel che si è. Nell’Antica Roma con questa parola non si indicava chi si prostituiva – chi decideva di offrire prestazioni sessuali dietro pagamento – ma la schiava che veniva prostituita, ossia esposta davanti alla bottega del padrone, messa in vendita di fianco alle altre merci.
La bacheca dei social è il corrispettivo della bottega del padrone, davanti alla quale si pone in vendita perennemente se stessi in quanto mercanzia.
E ogni post – che sia un’invettiva al governo, un selfie in bagno, un video ironico o dotto, questo stesso articolo se condiviso – è un atto di prostituzione più o meno consapevole. I social network sono i lenoni, papponi, che non minacciano né costringono alla prostituzione: semplicemente offrono una piazza virtuale dove esercitare la propria professione, mettendo in contatto richiesta e offerta; gli altri utenti – gli amici, i fan – sono i clienti, che pagano attraverso i like e i commenti, e che a loro volta sono in vendita.
Byung-Chul Han sostiene l’estinzione della coppia hegeliana servo-padrone nel momento in cui nella società di massa ognuno, da bravo imprenditore di sé, è contemporaneamente servo e padrone. Non c’è più un titolare esigente là fuori da combattere: ci si autocostringe all’iperproduzione.
Non siamo servi, soggetti allo sfruttamento di un padrone. Piuttosto, siamo insieme servi e padroni. I servi, infatti, devono accettare ogni lavoro: non sono liberi. Il neoliberalismo produce l’obbligo ad accettare ogni lavoro, perché non conosce il concetto della dignità umana. L’ha interamente sostituito con il prezzo.
Byung-Chul Han
Ancora oltre è visibile il collasso della coppia prostituta-cliente: tutti sono in vendita e tutti sono in acquisto.
Il processo che si sta delineando sempre più chiaramente consiste nella virtualizzazione del reale: non è più il profilo personale ad assomigliare al soggetto, ma è il soggetto a somigliare all’avatar social. Nella vita quotidiana si è costretti a somigliare a quel che si è diventati sui social, ci si deve adeguare alla narrazione del virtuale.
Ma c’è almeno un lato positivo in questo processo: è sempre più facile accorgersi che non si è. Con l’andare avanti di questa esposizione, prostituendo sempre più se stessi – esponendo in piazza, davanti alla bottega pensieri, progetti, sogni, desideri, segreti – diventa sempre più facile accorgersi che non si è niente: una volta detto tutto di se stessi, non resta più niente. E se tutto ciò che si è si può dire, allora non si è mai stati. Perché l’essenza di una persona è incomunicabile. E se ti accorgi di non essere niente, puoi finalmente provare ad essere qualcosa.

13 Dic

Perché sopravvaluti il tuo passato

L’uomo del presente tratta il proprio passato come se fosse un futuro: lo aspetta, lo immagina, lo costruisce e lo rende oggetto di indagine e speranza. Ha se stesso come unico fine, ed esplora il passato dell’umanità o della propria comunità per cercare conferma nella storia, nella filologia o nella mitologia. È sempre immerso nel proprio passato personale, in quella manciata di decenni in cui non è successo niente di interessante. E se il Novecento è stato il secolo del passato remoto, il nostro è invece il tempo del passato prossimo: siamo ossessionati dai nostri ricordi, dai traumi infantili, dai vecchi amori, dall’esperienza scolastica, da genitori troppo presenti o troppo assenti. Tutto deve parlare di noi e deve raccontare quella nostra storia che a ben vedere non è poi così importante.

Sono nate per soddisfare questa fame di passato personale varie tecniche e terapie, il cui scopo consiste nel far rivivere un’esperienza – quasi sempre dolorosa – che permetta una liberazione emotiva e un ripristino del benessere. Uno scavo sistematico in quelle tre o quattro disperazioni tipiche e giù pianti, urla e sofferenze che culminano nell’abbraccio finale, nella magia del gruppo riunito, nel perdono, nella quiete. Salvo poi…

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Salvo poi ricominciare a stare male, e accorgersi che non si era del tutto ristabilito il paventato legame sacro con se stessi, con le proprie radici o con i propri avi. E così di nuovo ci si tuffa in un’ipnosi, in una costellazione familiare, in una tecnica che permetta il riaffiorare del proprio passato e che inietti l’ennesima dose di dolore quotidiano. È un modo sottile e triste di far sparire il presente, che viene sommerso dall’avanzata costante di uno ieri affamato di domani. È la via che conduce alla sparizione della Vocazione, all’eliminazione di quella chiamata di cui tutti abbiamo paura: «scusami, me stesso del futuro, non posso raggiungerti: sono troppo impegnato ad aspettare il me stesso del passato», affermiamo con un dispiacere che dà molta soddisfazione. E così, nella linea temporale personale, sparisce il tanto discusso ora, sparisce la vita e restano soltanto il ricordo e la speranza. In questo modo la ricerca compulsiva delle vite passate, invece che favorire, impedisce la scoperta della vita presente, e lo scavo ossessivo nei ricordi blocca la nascita dell’avvenire.

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“Passato” e “futuro” hanno bisogno di “presente”: il passato è per natura il passato di qualcosa, e così anche il futuro necessita di un momento di cui essere il futuro. Lasciando esondare così spesso il passato personale, il nostro presente sparisce e noi con lui. Usiamo la Storia per conoscere la nostra misera storia, e ci sentiamo ricchi in proporzione a quanto dolore e piacere abbiamo saputo accumulare. È molto più affascinante, invece, fare della Storia la propria storia, e del Futuro il proprio futuro. Uscire dalle gabbie dei ricordi personali per accogliere il Ricordo del Mondo. Il proprio passato non va eliminato ma rivalutato: può diventare la chiave per comprendere le origini del tempo e così intravederne il futuro, imparando l’arte del mettersi da parte e di non darsi troppa importanza.

Andrea Colamedici

11 Dic

Perché è fondamentale amare la morte

Due cose belle ha il mondo:
amore e morte,
scriveva Giacomo Leopardi in Consalvo.
E in una lettera del 1833 a Fanny Targioni Tozzetti, che amò senza mai venire ricambiato, aggiungeva che “l’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate”. E così ci si affretta a bollare Leopardi come un nichilista disperato, pieno di disprezzo e vuoto di gioia di vivere, e si accusa una volta la gobba e un’altra la sfiga per questa orribile tanatofilia.

Ma Leopardi amava la morte e moriva d’amore, ed è nella compenetrazione tra questi due opposti che è possibile comprenderne la straordinarietà del pensiero, prossimo a quello dei grandi tragici greci. Possiamo leggere la storia umana come un graduale tentativo di rimuovere la potenza della morte, il cui effetto collaterale è consistito nel rimuovere il potere dell’amore. Perché un amore che esclude la morte è ignoranza, e una morte che prescinde dall’amore è follia.

V0017612 Life and death. Oil painting. Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Life and death. Oil painting. Oil Published: - Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Desiderare la morte mentre si desidera l’amore non significa voler morire: è piuttosto lo scoprirsi in grado di amare e di morire davvero. Così facendo ci si riconosce capaci di un amore più profondo, più potente e vero e, da nemica, la morte diventa sorella. Come ha scritto Philip K. Dick nella Trilogia di Valis, «È sorprendente il potere della morte umana di far rinsavire. Ha più peso di ogni parola, di ogni argomento: è la forza ultima. Si impossessa della tua attenzione e del tuo tempo. E ti lascia cambiato».

Nel canto Amore e Morte, Leopardi indica come accogliere la “bella Morte, pietosa” il giorno in cui questa deciderà di portare il poeta con sé:

Me certo troverai, qual si sia l’ora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato.

Leopardi desidera la morte ma non per questo le si abbandonerà senza lottare. Anzi, quando arriverà lui opporrà resistenza al fato e vivrà il più possibile, perché il modo più grande di onorare l’amore e la morte è lo stesso: vivere, profondamente ed eroicamente, ogni istante di questa straordinaria e unica esistenza.

Andrea Colamedici

05 Dic

Ritualizzare ogni passaggio della vita

di Maura Gancitano

girlNegli ultimi duecento anni, con la nascita della società di massa, abbiamo assistito a fenomeni mai avvenuti prima nella società occidentale: ci siamo concentrati nelle città, abbandonando in gran parte le campagne, abbiamo avuto condizioni igieniche migliori, alfabetizzazione, diritti individuali. Ci siamo liberati da varie forme di superstizione e di ignoranza, siamo stati sottoposti a profilassi preventive, malattie un tempo fatali sono diventate disturbi facilmente guaribili.

Per avere tutto questo abbiamo dovuto pagare un prezzo, cioè rinunciare progressivamente alla ritualità della vita e al senso di protezione di una comunità. I riti sono stati sostituiti dalla prassi, dal know-how, dai metodi. Molta dell’insoddisfazione che proviamo oggi, molto del bisogno di relazioni autentiche e di spiritualità vengono da questo inaridimento. Sentiamo la mancanza di qualcosa e un senso di nostalgia, come se si trattasse di qualcosa che abbiamo abbandonato, che nel passato c’era e adesso non c’è più.

Viviamo in una società in cui possiamo esprimere il nostro orientamento sessuale, i nostri desideri e le scelte di vita molto più serenamente rispetto a qualche decennio fa, eppure sentiamo questa insoddisfazione, il bisogno di riappropriarci di momenti di passaggio, di una dimensione magica e misterica della vita. Ecco perché siamo così attratti dall’Oriente, dal Sudamerica, da tutte le narrazioni che parlano di mondi fantastici e misteriosi. Ci restituiscono un’atmosfera di cui abbiamo bisogno e che non troviamo nel mondo ordinario.

Questa mancanza è propria soprattutto delle donne, che tradizionalmente sono state abituate a riunirsi, vivere insieme il parto, il ciclo mestruale, il puerperio, la crescita dei figli, a raccontarsi, ad aprirsi le une alle altre. Oggi è difficile trovare questi spazi, momenti di lentezza e di distensione in cui perde importanza lo scorrere del tempo, in cui non si devono incastrare mille appuntamenti in una giornata, in cui c’è spazio a sufficienza.

Ecco perché un romanzo come La tenda rossa di Anita Diamant, bestseller oggi fuori catalogo in Italia, è stato in grado di dare avvio in tutto il mondo alla nascita di migliaia di tende rosse, cioè di spazi riservati alle donne in cui riunirsi e raccontarsi. Quando un romanzo crea qualcosa nella realtà significa che ha dato voce a un bisogno essenziale. Un romanzo in cui le donne partoriscono insieme, soffrono e urlano insieme, gioiscono insieme non può non commuovere quelle donne che oggi vengono lasciate sole per ore in sala travaglio a vivere un dolore che non conoscono e non sanno gestire, che dopo il parto tornano a casa e il più delle volte passano i primi mesi di maternità da sole, senza spazio per esprimersi, senza qualcuno a cui raccontarsi, che si prenda cura di loro.

Ecco perché continuo a ricevere messaggi per via di un video che ho pubblicato su YouTube un anno fa: Imparare a proteggersi. Ecco perché continuo a ricevere messaggi da chi legge Malefica, perché ogni donna che partecipa ai miei seminari confessa come prima cosa di essere tremendamente arrabbiata. Perché forse anche la rabbia femminile nasce dalla profanazione dei nostri momenti rituali. La ritualità della vita non ha a che fare con i riti e le cerimonie, ma con la narrazione. Ha a che fare con la relazione, con il sentirsi ascoltati da un altro, protetti da una comunità.

Perché un conto sono ignoranza e superstizione, che le innovazioni tecnologiche e le conquiste sociali e politiche hanno giustamente spazzato via, un altro il bisogno di narrazione, il bisogno di sentire che la propria vita ha un senso, che è piena di significato. La sottrazione progressiva di momenti sacri, in altre parole, ha spazzato via anche il bambino con l’acqua sporca, e non è un caso che la narrativa fantastica sia nata proprio nel periodo in cui si stava perdendo il contatto con la dimensione pienamente comunitaria della vita nel mondo occidentale.

27 Nov

Solo gli uomini compiono femminicidio?

di Andrea Colamedici

Abbiamo finalmente cominciato a capire che per “femminicidio” non s’intende soltanto l’uccisione di una donna che rifiuta di comportarsi secondo le aspettative di ruolo. Come riportano l’Accademia della Crusca e il Devoto-Oli, è femminicidio anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

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Quel che sfugge ancora alla riflessione contemporanea è che femminicide possono essere anche le donne, e non soltanto gli uomini. Che, più correttamente, il femminicidio è figlio di una cultura e non di un genere, e che permea indistintamente la nostra psiche. Se, infatti, è femminicidio qualsiasi atto il cui scopo sia “perpetuare la subordinazione e annientare l’identità” delle donne, questo atto è compiuto con violenza e leggerezza anche da molte donne su altre donne. Così come non basta non aver ucciso una donna per non essere femminicida, non basta neanche essere una donna per non essere femminicida.
La mente patriarcale, in altre parole, non è una struttura presente soltanto nel maschio, ma è propria dell’essere umano occidentale. E il femminicidio, in quanto manifestazione dell’agire patriarcale, seppur nato dall’imposizione di un meccanismo di controllo del maschile sul femminile riguarda tutti, e tutti siamo chiamati alla responsabilità di osservare i nostri contenuti interiori.
Sono atti di femminicidio i commenti volgari, offensivi e gratuiti di uomini e di donne sulle bacheche di Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e di migliaia di altre che subiscono quotidianamente il fuoco amico e nemico di chi si sente in diritto di giudicare una donna dall’aspetto o dal modo di essere. Sono femminicidi le mortificazioni che anche le donne infliggono alle donne, condizionandone tremendamente la libertà d’espressione.
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Nel lucido articolo apparso su “Il corpo del delitto”, Michela Murgia considera giustamente femminicidio anche il giudizio estetico e morale sui corpi e sulle scelte delle donne. Ma non sottolinea che questo giudizio è espresso anche tra donne: «Sei brutta, sei grassa, troia, come ti vesti, sembri una suora, sei volgare, le vere donne non fanno questo, stai zitta, cambiati», sono atti di femmicidio compiuti ogni giorno ed elencati da Murgia, ma compiuti da esseri umani, quindi da uomini e donne.
Ciò non significa distogliere l’attenzione dai rischi che un uomo corre nell’aderire a un sistema millenario di potere e controllo, ma al contrario è tempo di includere in questo aumento dell’attenzione anche quelle donne che spesso si illudono di non poter essere carnefici solo perché già vittime. E invece no: per molte donne è possibile – e comune – essere vittime della violenza degli uomini e carnefici della violenza sulle donne. E questo è un aspetto della questione che non possiamo più permetterci di tralasciare.
17 Ott

Il Risveglio

di Andrea Colamedici
«Dottore, sta funzionando».
«Ha ragione, prende piede giorno dopo giorno con una velocità impressionante».
«Superiore a ogni mia aspettativa. Non immaginavo che avrebbero cominciato a credere immediatamente a quella sciocchezza chiamata “risveglio”».
«Ah, sì, è la parte più gustosa, senza dubbio», rispose il secondo, sfogliando distrattamente un piccolo libro dalla copertina logora e rossastra. «Sono riusciti a interrompere un processo all’apparenza innarestabile. E hanno chiamato “risveglio” il loro profondissimo addormentarsi. Devo farle i miei complimenti», disse il secondo, porgendo la mano al primo.
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The Art Of Animation, Peter Elson

«Grazie, neanch’io pensavo che sarebbe stato così semplice, a dirla tutta», rispose accettando con malcelata soddisfazione la stretta di mano. «Erano a un passo dalla comprensione: tutto quello che desideravamo era portarli uno o due passetti indietro, quanto bastava per renderli nuovamente inoffensivi. Niente di che, insomma. Sono stati loro i veri autori del capolavoro: avranno fatto almeno trenta passi indietro, ma che dico trenta, cinquanta, cento!», affermò ridendo a braccia larghe, in maniera stranamente scomposta e vibrante.
«Non avremo esagerato? Non rischiamo di essere puniti per una violazione del Codice?», domandò il secondo.
L’altro, ricomponendosi: «No, noi li abbiamo solo imboccati. Sono loro ad aver fatto indigestione. Li guardi: eccoli alle prese con il “cammino interiore”, arciconvinti di star “lavorando su di sé!».
Esplosero entrambi in una risata che aveva l’aria di durare per sempre, ma che dopo due minuti cominciò a scemare, lasciando a entrambi una certa fame di ridicolo.
«Lavoro su di sé! Che mossa fenomenale: certi autolesionismi somigliano terribilmente a elevatissime forme d’arte: ne hanno il tocco, la sapienza, l’effetto straniante su chi li osserva a distanza, con cautela».
«Per i nostri osservati è stato quasi ovvio: hanno trasportato il proprio stile di vita ordinario nel mondo non ordinario e si sono messi a correre dietro a velocissime lepri giocattolo in cinodromi interiori: che spasso, e che tragedia! Piccoli dittatori che desiderano imporre allo sterminato ignoto le regole del proprio infimo regno immaginario: vogliono ardentemente trasformare sé stessi, non prima però di aver firmato un’assicurazione che gli garantisca di rimanere identici a come sono ora. Vogliono garanzie! Disposti a capire meno pur di continuare a essere capiti dagli altri, vivono per l’applauso di quelli che, d’altra parte, detestano».

Cominciò a camminare accarezzando le piccole statue grigiastre che apparivano lente a ogni passo. «È questa, infatti, la nostra più grande fortuna: la loro interdipendenza, la madre della loro mediocrità. Quella che potrebbe essere la loro via di fuga, se osservassero bene, è invece così la loro condanna. Qualche volta ho giocato a inserire nei loro pensieri il dubbio: Sono disposto a “risvegliarmi” davvero, se questo implica il non poterlo raccontare a nessuno? Se dovessi risvegliarmi altrove?”. Mi creda, non ho ascoltato un solo “sì” nelle loro menti. Mai! Hanno creato manuali, decaloghi, breviari di risveglio il cui effetto è quello di farli piombare ancora più pesantemente nel sogno».

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Frank Frazetta, Dibujos

«È chiaro: la loro idea di risveglio consiste nel passare da un sogno disperato a uno triste. Che dolcissima ingenuità! In questo modo non fanno altro che sancire il proprio sonno e infastidire i propri mostri».
«In loro il desiderio di “risveglio” è pari soltanto alla bramosia di successo. E a un occhio astuto è chiaro che le due mete si somigliano al punto tale da essere, in fondo, la stessa cosa. Fortunatamente per noi, sono ancora lontanissimi dal capire che l’ostacolo principale alla loro evoluzione è il desiderio di evolvere: per diventare un anfibio, il pesce deve smettere di voler resistere e accettare di morire. Fino a quando il pesce desidererà evolvere, esisterà e sarà sempre più pesce. Più vorrà essere altro e più sarà pesce. Ritardando – forse all’infinito – la propria trasformazione. E il nostro trasferimento in chissà quale altra mansione, indubbiamente meno divertente e più faticosa di questa».
«Per non parlare di quel meraviglioso tranello che ha lanciato loro: il qui e ora, l’ossessione della presenza».

«Ah, sì. Al solo pensiero comincio a ridere e non la finisco più! Facciamo altri due passi e ne parliamo, le va?»


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15 Ott

La Scuola

– Dottore, non si reggono più.
– Ho notato.
– Bisogna fare qualcosa, dottore. Sono diventati ingestibili: si picchiano, urlano, non mangiano.
– Già. E poi c’è quel caso del mese scorso che potrebbe ripetersi.
– Sì, il paziente della 306. Ha cercato di fuggire ma fortunatamente è stato riportato al suo posto.
– Non possiamo permetterci che riaccada una cosa simile.
– Ha ragione dottore, ma abbiamo già limitato tutte le loro libertà: guardano e ascoltano le storie che abbiamo scelto per loro, mangiano quello che gli propiniamo, scelgono i loro rappresentanti tra i nostri uomini.
– Dottore, io un’idea ce l’avrei.
– Mi dica.
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Hari Seldon, di Michael Whelan

– Abbiamo sempre detto di non comunicargli mai la vera natura di questo luogo. Ora dobbiamo inserire un tassello successivo, dottore.
– Di che tassello si tratta? Non vorrà mica tirar fuori quella storia della vita eterna? Lo sa che non ha funzionato e che, al contrario, ha creato ancora più trambusto.
– No, no. Dobbiamo convincerli che si trovano in una scuola e che sono qui per imparare.
– Non dica sciocchezze!
– Mi ascolti. Il nucleo della questione è che, a un certo punto, tutti cominciano a domandarsi perché sono qui. Non serve a nulla continuare a riempire le loro esistenze di oggetti, impegni e cose così. Prima o poi uno spazio di lucidità arriva a tutti, persino a loro. E quello spazio, che prima le nostre strategie di controllo chiamate “religioni” riuscivano a occupare serenamente, ora è troppo libero.
– Sì, questo l’abbiamo notato. Il rischio che si accorgano di essere internati qui oggi è alto come mai prima d’ora. Ricordo infatti che il vecchio presidente, il…
– Mi lasci finire, è urgente. Dicevo, quello spazio oggi è terribilmente libero e non possiamo assolutamente permettercelo. Io credo di aver capito cosa fare per coprire interamente quella possibilità.
– Lo dica, si sbrighi.
– Dobbiamo creare una super religione.
– Si spieghi meglio.
– In realtà è molto semplice: si tratta innanzi tutto di prendere gli aspetti più grossolani delle religioni e unirli insieme.
– Che banalità.
– Mi ascolti: dobbiamo far credere a tutti che in realtà si trovano in una grande Scuola dentro cui possono imparare a evolversi.
– È un’idea assurda, non ci crederà nessuno.
– Mi creda. Bisogna metterli nella condizione di convincersi d’essere i creatori del mondo.
– Abbiamo già provato a convincerli dell’esistenza di un aldilà a immagine dell’aldiqua e sa bene com’è finita: continuano a uccidersi nell’aldiqua per ottenere l’aldilà. E così ci complicano incredibilmente il lavoro.
– Questa volta è diverso, vedrà. Non sono mai stati così delusi. Bisogna cominciare dal togliere i nomi: la religione non si chiamerà religione, i sacerdoti non si chiameranno sacerdoti e i fedeli non si diranno fedeli, né sapranno di esserlo. In secondo luogo dovremo mischiare le credenze, come le dicevo.
– A che scopo?
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Mule, di Michael Whelan

– Servirà a confonderli e a non dargli riferimenti sostanziali. Al tempo fu un grave errore dargli stabilità, ma non potevamo fare altrimenti. E poi bisognerà sviluppare un linguaggio; quella è la parte più difficile. Dovremo fare in modo che tutti loro ripetano incessantemente le stesse cose, e che la loro unità sintattica non sia più la parola ma la frase. Devono pensare per frasi e ricondurre tutto a quelle frasi.

– In parte è quel che proviamo a fare da tempo. Convincerli a credere in una storia senza capo né coda. Ma ogni volta ribaltano la storia e cominciano a distruggersi.
– Sì, ma ora sarà diverso. Abbiamo sempre pensato che per svuotare un individuo fosse necessario disperderlo in una massa informe. Ma ogni volta qualcosa dell’individuo restava, e il rischio di ritrovarsi un pericolo in casa non è mai stato azzerato. Ora abbiamo finalmente compreso che per svuotarli davvero dobbiamo farli piombare interamente dentro loro stessi. Non più una religione per le masse, ma una massa di religioni personali.
– Ma è sicura che non sia arrivato il momento della Soluzione Finale?
– Secondo me possiamo aspettare. Facciamo quest’ultimo tentativo.
– Sì. Ma è l’ultimo. Altrimenti saremo costretti a chiudere il nostro Manicomio Spaziale e io e lei perderemmo il lavoro.
– È l’ultimo tentativo di tenerli buoni. Siamo d’accordo.

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