13 Dic

Perché sopravvaluti il tuo passato

L’uomo del presente tratta il proprio passato come se fosse un futuro: lo aspetta, lo immagina, lo costruisce e lo rende oggetto di indagine e speranza. Ha se stesso come unico fine, ed esplora il passato dell’umanità o della propria comunità per cercare conferma nella storia, nella filologia o nella mitologia. È sempre immerso nel proprio passato personale, in quella manciata di decenni in cui non è successo niente di interessante. E se il Novecento è stato il secolo del passato remoto, il nostro è invece il tempo del passato prossimo: siamo ossessionati dai nostri ricordi, dai traumi infantili, dai vecchi amori, dall’esperienza scolastica, da genitori troppo presenti o troppo assenti. Tutto deve parlare di noi e deve raccontare quella nostra storia che a ben vedere non è poi così importante.

Sono nate per soddisfare questa fame di passato personale varie tecniche e terapie, il cui scopo consiste nel far rivivere un’esperienza – quasi sempre dolorosa – che permetta una liberazione emotiva e un ripristino del benessere. Uno scavo sistematico in quelle tre o quattro disperazioni tipiche e giù pianti, urla e sofferenze che culminano nell’abbraccio finale, nella magia del gruppo riunito, nel perdono, nella quiete. Salvo poi…

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Salvo poi ricominciare a stare male, e accorgersi che non si era del tutto ristabilito il paventato legame sacro con se stessi, con le proprie radici o con i propri avi. E così di nuovo ci si tuffa in un’ipnosi, in una costellazione familiare, in una tecnica che permetta il riaffiorare del proprio passato e che inietti l’ennesima dose di dolore quotidiano. È un modo sottile e triste di far sparire il presente, che viene sommerso dall’avanzata costante di uno ieri affamato di domani. È la via che conduce alla sparizione della Vocazione, all’eliminazione di quella chiamata di cui tutti abbiamo paura: «scusami, me stesso del futuro, non posso raggiungerti: sono troppo impegnato ad aspettare il me stesso del passato», affermiamo con un dispiacere che dà molta soddisfazione. E così, nella linea temporale personale, sparisce il tanto discusso ora, sparisce la vita e restano soltanto il ricordo e la speranza. In questo modo la ricerca compulsiva delle vite passate, invece che favorire, impedisce la scoperta della vita presente, e lo scavo ossessivo nei ricordi blocca la nascita dell’avvenire.

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“Passato” e “futuro” hanno bisogno di “presente”: il passato è per natura il passato di qualcosa, e così anche il futuro necessita di un momento di cui essere il futuro. Lasciando esondare così spesso il passato personale, il nostro presente sparisce e noi con lui. Usiamo la Storia per conoscere la nostra misera storia, e ci sentiamo ricchi in proporzione a quanto dolore e piacere abbiamo saputo accumulare. È molto più affascinante, invece, fare della Storia la propria storia, e del Futuro il proprio futuro. Uscire dalle gabbie dei ricordi personali per accogliere il Ricordo del Mondo. Il proprio passato non va eliminato ma rivalutato: può diventare la chiave per comprendere le origini del tempo e così intravederne il futuro, imparando l’arte del mettersi da parte e di non darsi troppa importanza.

Andrea Colamedici

11 Dic

Perché è fondamentale amare la morte

Due cose belle ha il mondo:
amore e morte,
scriveva Giacomo Leopardi in Consalvo.
E in una lettera del 1833 a Fanny Targioni Tozzetti, che amò senza mai venire ricambiato, aggiungeva che “l’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate”. E così ci si affretta a bollare Leopardi come un nichilista disperato, pieno di disprezzo e vuoto di gioia di vivere, e si accusa una volta la gobba e un’altra la sfiga per questa orribile tanatofilia.

Ma Leopardi amava la morte e moriva d’amore, ed è nella compenetrazione tra questi due opposti che è possibile comprenderne la straordinarietà del pensiero, prossimo a quello dei grandi tragici greci. Possiamo leggere la storia umana come un graduale tentativo di rimuovere la potenza della morte, il cui effetto collaterale è consistito nel rimuovere il potere dell’amore. Perché un amore che esclude la morte è ignoranza, e una morte che prescinde dall’amore è follia.

V0017612 Life and death. Oil painting. Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Life and death. Oil painting. Oil Published: - Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Desiderare la morte mentre si desidera l’amore non significa voler morire: è piuttosto lo scoprirsi in grado di amare e di morire davvero. Così facendo ci si riconosce capaci di un amore più profondo, più potente e vero e, da nemica, la morte diventa sorella. Come ha scritto Philip K. Dick nella Trilogia di Valis, «È sorprendente il potere della morte umana di far rinsavire. Ha più peso di ogni parola, di ogni argomento: è la forza ultima. Si impossessa della tua attenzione e del tuo tempo. E ti lascia cambiato».

Nel canto Amore e Morte, Leopardi indica come accogliere la “bella Morte, pietosa” il giorno in cui questa deciderà di portare il poeta con sé:

Me certo troverai, qual si sia l’ora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato.

Leopardi desidera la morte ma non per questo le si abbandonerà senza lottare. Anzi, quando arriverà lui opporrà resistenza al fato e vivrà il più possibile, perché il modo più grande di onorare l’amore e la morte è lo stesso: vivere, profondamente ed eroicamente, ogni istante di questa straordinaria e unica esistenza.

Andrea Colamedici

05 Dic

Ritualizzare ogni passaggio della vita

di Maura Gancitano

girlNegli ultimi duecento anni, con la nascita della società di massa, abbiamo assistito a fenomeni mai avvenuti prima nella società occidentale: ci siamo concentrati nelle città, abbandonando in gran parte le campagne, abbiamo avuto condizioni igieniche migliori, alfabetizzazione, diritti individuali. Ci siamo liberati da varie forme di superstizione e di ignoranza, siamo stati sottoposti a profilassi preventive, malattie un tempo fatali sono diventate disturbi facilmente guaribili.

Per avere tutto questo abbiamo dovuto pagare un prezzo, cioè rinunciare progressivamente alla ritualità della vita e al senso di protezione di una comunità. I riti sono stati sostituiti dalla prassi, dal know-how, dai metodi. Molta dell’insoddisfazione che proviamo oggi, molto del bisogno di relazioni autentiche e di spiritualità vengono da questo inaridimento. Sentiamo la mancanza di qualcosa e un senso di nostalgia, come se si trattasse di qualcosa che abbiamo abbandonato, che nel passato c’era e adesso non c’è più.

Viviamo in una società in cui possiamo esprimere il nostro orientamento sessuale, i nostri desideri e le scelte di vita molto più serenamente rispetto a qualche decennio fa, eppure sentiamo questa insoddisfazione, il bisogno di riappropriarci di momenti di passaggio, di una dimensione magica e misterica della vita. Ecco perché siamo così attratti dall’Oriente, dal Sudamerica, da tutte le narrazioni che parlano di mondi fantastici e misteriosi. Ci restituiscono un’atmosfera di cui abbiamo bisogno e che non troviamo nel mondo ordinario.

Questa mancanza è propria soprattutto delle donne, che tradizionalmente sono state abituate a riunirsi, vivere insieme il parto, il ciclo mestruale, il puerperio, la crescita dei figli, a raccontarsi, ad aprirsi le une alle altre. Oggi è difficile trovare questi spazi, momenti di lentezza e di distensione in cui perde importanza lo scorrere del tempo, in cui non si devono incastrare mille appuntamenti in una giornata, in cui c’è spazio a sufficienza.

Ecco perché un romanzo come La tenda rossa di Anita Diamant, bestseller oggi fuori catalogo in Italia, è stato in grado di dare avvio in tutto il mondo alla nascita di migliaia di tende rosse, cioè di spazi riservati alle donne in cui riunirsi e raccontarsi. Quando un romanzo crea qualcosa nella realtà significa che ha dato voce a un bisogno essenziale. Un romanzo in cui le donne partoriscono insieme, soffrono e urlano insieme, gioiscono insieme non può non commuovere quelle donne che oggi vengono lasciate sole per ore in sala travaglio a vivere un dolore che non conoscono e non sanno gestire, che dopo il parto tornano a casa e il più delle volte passano i primi mesi di maternità da sole, senza spazio per esprimersi, senza qualcuno a cui raccontarsi, che si prenda cura di loro.

Ecco perché continuo a ricevere messaggi per via di un video che ho pubblicato su YouTube un anno fa: Imparare a proteggersi. Ecco perché continuo a ricevere messaggi da chi legge Malefica, perché ogni donna che partecipa ai miei seminari confessa come prima cosa di essere tremendamente arrabbiata. Perché forse anche la rabbia femminile nasce dalla profanazione dei nostri momenti rituali. La ritualità della vita non ha a che fare con i riti e le cerimonie, ma con la narrazione. Ha a che fare con la relazione, con il sentirsi ascoltati da un altro, protetti da una comunità.

Perché un conto sono ignoranza e superstizione, che le innovazioni tecnologiche e le conquiste sociali e politiche hanno giustamente spazzato via, un altro il bisogno di narrazione, il bisogno di sentire che la propria vita ha un senso, che è piena di significato. La sottrazione progressiva di momenti sacri, in altre parole, ha spazzato via anche il bambino con l’acqua sporca, e non è un caso che la narrativa fantastica sia nata proprio nel periodo in cui si stava perdendo il contatto con la dimensione pienamente comunitaria della vita nel mondo occidentale.

27 Nov

Solo gli uomini compiono femminicidio?

di Andrea Colamedici

Abbiamo finalmente cominciato a capire che per “femminicidio” non s’intende soltanto l’uccisione di una donna che rifiuta di comportarsi secondo le aspettative di ruolo. Come riportano l’Accademia della Crusca e il Devoto-Oli, è femminicidio anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

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Quel che sfugge ancora alla riflessione contemporanea è che femminicide possono essere anche le donne, e non soltanto gli uomini. Che, più correttamente, il femminicidio è figlio di una cultura e non di un genere, e che permea indistintamente la nostra psiche. Se, infatti, è femminicidio qualsiasi atto il cui scopo sia “perpetuare la subordinazione e annientare l’identità” delle donne, questo atto è compiuto con violenza e leggerezza anche da molte donne su altre donne. Così come non basta non aver ucciso una donna per non essere femminicida, non basta neanche essere una donna per non essere femminicida.
La mente patriarcale, in altre parole, non è una struttura presente soltanto nel maschio, ma è propria dell’essere umano occidentale. E il femminicidio, in quanto manifestazione dell’agire patriarcale, seppur nato dall’imposizione di un meccanismo di controllo del maschile sul femminile riguarda tutti, e tutti siamo chiamati alla responsabilità di osservare i nostri contenuti interiori.
Sono atti di femminicidio i commenti volgari, offensivi e gratuiti di uomini e di donne sulle bacheche di Laura Boldrini, Selvaggia Lucarelli e di migliaia di altre che subiscono quotidianamente il fuoco amico e nemico di chi si sente in diritto di giudicare una donna dall’aspetto o dal modo di essere. Sono femminicidi le mortificazioni che anche le donne infliggono alle donne, condizionandone tremendamente la libertà d’espressione.
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Nel lucido articolo apparso su “Il corpo del delitto”, Michela Murgia considera giustamente femminicidio anche il giudizio estetico e morale sui corpi e sulle scelte delle donne. Ma non sottolinea che questo giudizio è espresso anche tra donne: «Sei brutta, sei grassa, troia, come ti vesti, sembri una suora, sei volgare, le vere donne non fanno questo, stai zitta, cambiati», sono atti di femmicidio compiuti ogni giorno ed elencati da Murgia, ma compiuti da esseri umani, quindi da uomini e donne.
Ciò non significa distogliere l’attenzione dai rischi che un uomo corre nell’aderire a un sistema millenario di potere e controllo, ma al contrario è tempo di includere in questo aumento dell’attenzione anche quelle donne che spesso si illudono di non poter essere carnefici solo perché già vittime. E invece no: per molte donne è possibile – e comune – essere vittime della violenza degli uomini e carnefici della violenza sulle donne. E questo è un aspetto della questione che non possiamo più permetterci di tralasciare.
17 Ott

Il Risveglio

di Andrea Colamedici
«Dottore, sta funzionando».
«Ha ragione, prende piede giorno dopo giorno con una velocità impressionante».
«Superiore a ogni mia aspettativa. Non immaginavo che avrebbero cominciato a credere immediatamente a quella sciocchezza chiamata “risveglio”».
«Ah, sì, è la parte più gustosa, senza dubbio», rispose il secondo, sfogliando distrattamente un piccolo libro dalla copertina logora e rossastra. «Sono riusciti a interrompere un processo all’apparenza innarestabile. E hanno chiamato “risveglio” il loro profondissimo addormentarsi. Devo farle i miei complimenti», disse il secondo, porgendo la mano al primo.
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The Art Of Animation, Peter Elson

«Grazie, neanch’io pensavo che sarebbe stato così semplice, a dirla tutta», rispose accettando con malcelata soddisfazione la stretta di mano. «Erano a un passo dalla comprensione: tutto quello che desideravamo era portarli uno o due passetti indietro, quanto bastava per renderli nuovamente inoffensivi. Niente di che, insomma. Sono stati loro i veri autori del capolavoro: avranno fatto almeno trenta passi indietro, ma che dico trenta, cinquanta, cento!», affermò ridendo a braccia larghe, in maniera stranamente scomposta e vibrante.
«Non avremo esagerato? Non rischiamo di essere puniti per una violazione del Codice?», domandò il secondo.
L’altro, ricomponendosi: «No, noi li abbiamo solo imboccati. Sono loro ad aver fatto indigestione. Li guardi: eccoli alle prese con il “cammino interiore”, arciconvinti di star “lavorando su di sé!».
Esplosero entrambi in una risata che aveva l’aria di durare per sempre, ma che dopo due minuti cominciò a scemare, lasciando a entrambi una certa fame di ridicolo.
«Lavoro su di sé! Che mossa fenomenale: certi autolesionismi somigliano terribilmente a elevatissime forme d’arte: ne hanno il tocco, la sapienza, l’effetto straniante su chi li osserva a distanza, con cautela».
«Per i nostri osservati è stato quasi ovvio: hanno trasportato il proprio stile di vita ordinario nel mondo non ordinario e si sono messi a correre dietro a velocissime lepri giocattolo in cinodromi interiori: che spasso, e che tragedia! Piccoli dittatori che desiderano imporre allo sterminato ignoto le regole del proprio infimo regno immaginario: vogliono ardentemente trasformare sé stessi, non prima però di aver firmato un’assicurazione che gli garantisca di rimanere identici a come sono ora. Vogliono garanzie! Disposti a capire meno pur di continuare a essere capiti dagli altri, vivono per l’applauso di quelli che, d’altra parte, detestano».

Cominciò a camminare accarezzando le piccole statue grigiastre che apparivano lente a ogni passo. «È questa, infatti, la nostra più grande fortuna: la loro interdipendenza, la madre della loro mediocrità. Quella che potrebbe essere la loro via di fuga, se osservassero bene, è invece così la loro condanna. Qualche volta ho giocato a inserire nei loro pensieri il dubbio: Sono disposto a “risvegliarmi” davvero, se questo implica il non poterlo raccontare a nessuno? Se dovessi risvegliarmi altrove?”. Mi creda, non ho ascoltato un solo “sì” nelle loro menti. Mai! Hanno creato manuali, decaloghi, breviari di risveglio il cui effetto è quello di farli piombare ancora più pesantemente nel sogno».

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Frank Frazetta, Dibujos

«È chiaro: la loro idea di risveglio consiste nel passare da un sogno disperato a uno triste. Che dolcissima ingenuità! In questo modo non fanno altro che sancire il proprio sonno e infastidire i propri mostri».
«In loro il desiderio di “risveglio” è pari soltanto alla bramosia di successo. E a un occhio astuto è chiaro che le due mete si somigliano al punto tale da essere, in fondo, la stessa cosa. Fortunatamente per noi, sono ancora lontanissimi dal capire che l’ostacolo principale alla loro evoluzione è il desiderio di evolvere: per diventare un anfibio, il pesce deve smettere di voler resistere e accettare di morire. Fino a quando il pesce desidererà evolvere, esisterà e sarà sempre più pesce. Più vorrà essere altro e più sarà pesce. Ritardando – forse all’infinito – la propria trasformazione. E il nostro trasferimento in chissà quale altra mansione, indubbiamente meno divertente e più faticosa di questa».
«Per non parlare di quel meraviglioso tranello che ha lanciato loro: il qui e ora, l’ossessione della presenza».

«Ah, sì. Al solo pensiero comincio a ridere e non la finisco più! Facciamo altri due passi e ne parliamo, le va?»


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15 Ott

La Scuola

– Dottore, non si reggono più.
– Ho notato.
– Bisogna fare qualcosa, dottore. Sono diventati ingestibili: si picchiano, urlano, non mangiano.
– Già. E poi c’è quel caso del mese scorso che potrebbe ripetersi.
– Sì, il paziente della 306. Ha cercato di fuggire ma fortunatamente è stato riportato al suo posto.
– Non possiamo permetterci che riaccada una cosa simile.
– Ha ragione dottore, ma abbiamo già limitato tutte le loro libertà: guardano e ascoltano le storie che abbiamo scelto per loro, mangiano quello che gli propiniamo, scelgono i loro rappresentanti tra i nostri uomini.
– Dottore, io un’idea ce l’avrei.
– Mi dica.
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Hari Seldon, di Michael Whelan

– Abbiamo sempre detto di non comunicargli mai la vera natura di questo luogo. Ora dobbiamo inserire un tassello successivo, dottore.
– Di che tassello si tratta? Non vorrà mica tirar fuori quella storia della vita eterna? Lo sa che non ha funzionato e che, al contrario, ha creato ancora più trambusto.
– No, no. Dobbiamo convincerli che si trovano in una scuola e che sono qui per imparare.
– Non dica sciocchezze!
– Mi ascolti. Il nucleo della questione è che, a un certo punto, tutti cominciano a domandarsi perché sono qui. Non serve a nulla continuare a riempire le loro esistenze di oggetti, impegni e cose così. Prima o poi uno spazio di lucidità arriva a tutti, persino a loro. E quello spazio, che prima le nostre strategie di controllo chiamate “religioni” riuscivano a occupare serenamente, ora è troppo libero.
– Sì, questo l’abbiamo notato. Il rischio che si accorgano di essere internati qui oggi è alto come mai prima d’ora. Ricordo infatti che il vecchio presidente, il…
– Mi lasci finire, è urgente. Dicevo, quello spazio oggi è terribilmente libero e non possiamo assolutamente permettercelo. Io credo di aver capito cosa fare per coprire interamente quella possibilità.
– Lo dica, si sbrighi.
– Dobbiamo creare una super religione.
– Si spieghi meglio.
– In realtà è molto semplice: si tratta innanzi tutto di prendere gli aspetti più grossolani delle religioni e unirli insieme.
– Che banalità.
– Mi ascolti: dobbiamo far credere a tutti che in realtà si trovano in una grande Scuola dentro cui possono imparare a evolversi.
– È un’idea assurda, non ci crederà nessuno.
– Mi creda. Bisogna metterli nella condizione di convincersi d’essere i creatori del mondo.
– Abbiamo già provato a convincerli dell’esistenza di un aldilà a immagine dell’aldiqua e sa bene com’è finita: continuano a uccidersi nell’aldiqua per ottenere l’aldilà. E così ci complicano incredibilmente il lavoro.
– Questa volta è diverso, vedrà. Non sono mai stati così delusi. Bisogna cominciare dal togliere i nomi: la religione non si chiamerà religione, i sacerdoti non si chiameranno sacerdoti e i fedeli non si diranno fedeli, né sapranno di esserlo. In secondo luogo dovremo mischiare le credenze, come le dicevo.
– A che scopo?
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Mule, di Michael Whelan

– Servirà a confonderli e a non dargli riferimenti sostanziali. Al tempo fu un grave errore dargli stabilità, ma non potevamo fare altrimenti. E poi bisognerà sviluppare un linguaggio; quella è la parte più difficile. Dovremo fare in modo che tutti loro ripetano incessantemente le stesse cose, e che la loro unità sintattica non sia più la parola ma la frase. Devono pensare per frasi e ricondurre tutto a quelle frasi.

– In parte è quel che proviamo a fare da tempo. Convincerli a credere in una storia senza capo né coda. Ma ogni volta ribaltano la storia e cominciano a distruggersi.
– Sì, ma ora sarà diverso. Abbiamo sempre pensato che per svuotare un individuo fosse necessario disperderlo in una massa informe. Ma ogni volta qualcosa dell’individuo restava, e il rischio di ritrovarsi un pericolo in casa non è mai stato azzerato. Ora abbiamo finalmente compreso che per svuotarli davvero dobbiamo farli piombare interamente dentro loro stessi. Non più una religione per le masse, ma una massa di religioni personali.
– Ma è sicura che non sia arrivato il momento della Soluzione Finale?
– Secondo me possiamo aspettare. Facciamo quest’ultimo tentativo.
– Sì. Ma è l’ultimo. Altrimenti saremo costretti a chiudere il nostro Manicomio Spaziale e io e lei perderemmo il lavoro.
– È l’ultimo tentativo di tenerli buoni. Siamo d’accordo.

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10 Ott

Decalogo per orientarsi nel mondo della spiritualità

di Andrea Colamedici

Per un neofita oggi è difficilissimo districarsi tra le maglie del mondo spirituale contemporaneo. È quasi insormontabile l’iperproduzione di libri, conferenze, seminari, guru e scuole che promettono guarigione, verità, benessere o risveglio, e per un ragazzo o una ragazza esordiente nel panorama post new age è praticamente impossibile non andare a sbattere almeno una volta contro un pazzo o una psicosetta. È comunque un’esperienza importante: un falso guru può insegnare (involontariamente) molto a chiunque sia in grado di accogliere e trasformare quell’esperienza.
Eppure, certi incontri e scontri sono evitabili. Quello che segue è il decalogo stilato da un conferenziere, organizzatore d’eventi, autore ed editore vicino al panorama spirituale contemporaneo che aiuta a diffidare dalle imitazioni.

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  1. Diffida da chi inserisce nei propri discorsi riferimenti vaghi e non circostanziati a concetti scientifici. In particolare, diffida da chi parla delle relazioni tra fisica quantistica e spiritualità. Salvo rarissimi casi, la “fisica quantistica” nella spiritualità è solo un modo per dare una pennellata di apparente scientificità a un discorso senza fondamenta.

  2. Diffida da chi non è aperto al confronto e poggia le proprie affermazioni su assunti del tipo “l’ha detto l’esoterismo” o “questa è la vera natura dell’uomo”. Un ricercatore non dimentica mai la propria limitatezza, non crede esista qualcosa definibile “l’esoterismo” né si illude di conoscere la “vera” natura dell’uomo.

  3. Diffida da chi non ha dubbi su quel che dice ed è convinto di avere l’ultima e l’unica conoscenza sulla vita, l’universo e tutto quanto. Spesso in casi simili l’utente è invitato a non frequentare altri corsi, a non informarsi e a non sviluppare elementi per confrontare e comprendere. Al contrario, è il discernimento la base del percorso interiore.

  4. Diffida da chi vuole convincerti dell’esistenza di un enorme complotto universale ordito per renderti sempre più schiavo e stupido, davanti al quale sei totalmente impotente. Esistono molte varianti di questa convinzione, che spaziano dagli alieni agli illuminati. In ogni caso, quel che lasciano è la certezza di non poter fare nulla per cambiare lo stato attuale delle cose, trasformandoti in un attimo da esploratore entusiasta a depresso complottista.

  5. Diffida da chi dice di essere un illuminato o un risvegliato. O è una strategia di marketing per conquistare adepti o è semplice delirio di onnipotenza. Un “essere cosciente” non ha bisogno di definirsi tale.

  6. Diffida da chi abusa di tecniche o sostanze per raggiungere stati non ordinari di coscienza e ti invita a fare altrettanto. Tecniche e sostanze (tra cui vi è comunque un abisso) sono ponti artificiali per raggiungere una condizione che invece va costruita con se stessi e da se stessi. La “dipendenza da centro olistico” o da “stato non ordinario di coscienza” è molto più frequente e pericolosa di quanto si creda.

  7. Diffida dalla spiritualità sui social network. Meme evolutivi, meditazioni su facebook, post che copiano articoli che copiano libri che copiano altri libri: se cerchi un posto dove confonderti e allontanarti il più possibile dalla fonte, l’hai trovato.

  8. Diffida da chi promette guarigioni miracolose senza sforzo e critica a prescindere ogni forma di analisi e ricerca scientifica, salvo poi riportare nell’ambiente olistico gli stessi limiti del mondo scientifico. Scienza e ricerca interiore non sono in contrasto. Al contrario, possono illuminarsi a vicenda quando il rispetto e la preparazione sono profondi e reciproci.

  9. Diffida da chi usa la spiritualità per disinteressarsi del mondo circostante. Il riconoscersi “creatori della realtà” o “all’interno della matrix” porta sempre più persone a sentirsi al di fuori o al di sopra del mondo, a non avere cura di ciò che li circonda, deresponsabilizzandosi e allontanandosi dalla meraviglia dell’esserci.

  10. Diffida da chi fa decaloghi e ti invita a diffidare.

    p.s. diffida anche da chi scrive decaloghi composti da un numero di punti inferiore o superiore a dieci. Se non ti è chiaro cosa significa “decalogo”, è difficile che tu conosca le geografie dei mondi interiori.



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04 Ott

Come un ladro nella notte – Incontri con Pava Labrea

di Andrea Colamedici
I miei appunti sulla prima seduta con il signor Labrea sono datati 14 gennaio 2013. Fu in quell’occasione che incominciò l’intervista, anche se in precedenza lo avevo visto molte volte, ma solo in veste di osservatore. In ciascuna occasione gli avevo chiesto di lasciarsi intervistare su Carlos Castaneda. Pur ignorando la mia richiesta ogni volta, non scartò mai del tutto l’argomento, ed io interpretai la sua esitazione come una possibilità che egli avrebbe potuto essere propenso a parlare della sua conoscenza se io avessi insistito di più. In una telefonata in particolare mi fece capire che egli avrebbe potuto prendere in considerazione la mia richiesta purché io possedessi un’idea e una finalità precise rispetto alle modalità dell’intervista. Mi era impossibile soddisfare a tale condizione, perché gli avevo chiesto di erudirmi su Carlos Castaneda solo in quanto mezzo per stabilire con lui un vincolo di comunicazione. Pensavo che la sua familiarità con l’argomento avrebbe potuto predisporlo a essere più aperto e pronto a parlare, permettendomi così di accedere alla sua conoscenza sulle caratteristiche degli “uomini di transizione”, concetto che più volte gli avevo sentito pronunciare ma mai avevo avuto modo di approfondire. Egli tuttavia sembrò interpretare la mia richiesta alla lettera e iniziammo perciò l’intervista immergendoci in Castaneda.

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28 Set

Il piccolo segreto della felicità

di Andrea Colamedici
Per un progetto molto bello sto studiando la felicità. Com’è fatta, come si sviluppa, quanto dura, cosa la fa nascere e morire. C’è un dato molto importante che voglio condividere subito, e che riguarda il modo migliore per essere felici.
Il fatto è molto semplice: la via più profonda e completa alla felicità, a quanto ho capito, consiste nell’essere felici per l’Altro. Tutto qui. Viviamo in un’iperproduzione costante di “felicità personali” che non sanno soddisfare davvero, se non per poco tempo e superficialmente. Nell’epoca del narcisismo di massa, essere felici per un Altro è un gesto rivoluzionario.
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Essere felici per qualcuno – un compagno, un figlio, un amico, uno sconosciuto – è in assoluto la forma più pura di felicità a disposizione perché è più facilmente scevra da tutti gli egoismi, i desideri e le paure. Non si tratta di trovare qualcuno con cui condividere la felicità, come vorrebbe la frase di Into the wild “la felicità è reale solo quando è condivisa”. Pensavo che questa affermazione fosse di Tolstoj, ma lui andava molto più in là: scriveva – e lo penso anch’io – che “la felicità sta nel vivere per gli altri”.
Non è la tua felicità che scegli – magnanimo – di condividere. È la tua vita che metti al servizio. E tante filosofie contemporanee, seppur lucidissime e profondissime, vedono nell’Altro – nelle persone, banalmente – la tomba, la peste, la morte.
Ci vuole molto coraggio, oggi, a offrirsi e offrire interamente la propria felicità al mondo. Siamo abituati a ricondurre ogni cosa a noi stessi, a pensare che esista un solo grande io (il nostro, appunto) e che il mondo non sia altro che l’estensione delle nostre facoltà. E invece una una via più difficile ma molto più armoniosa consiste nell’offrirsi all’ignoto, mettendosi al servizio dell’inaspettato e affidandosi, per sfida e vocazione e non per convenienza e calcolo, all’universo. O a chi per lui.
——
La scuola di Filosofia e Immaginazione di Andrea e Mauracolamedicigancitano
Roberto Mercadini, Felicità for dummies
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03 Ago

Gli dèi sono diventati Pokemon

di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

Attraverso Pokemon GO il piano reale e quello virtuale si mescolano, e tu non sei più il semplice spettatore di un cartone animato, ma il protagonista del gioco, il cacciatore. Sei dentro l’evento, a cavallo tra due mondi.
Una prospettiva del genere fa inorridire e sorridere molti, eppure cattura una quantità incredibile di persone. Come mai?
Perché aumenta la realtà, cioè si propone di restituire qualcosa che ci è stato sottratto: la magia.

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Se ci pensiamo, di animaletti fantastici sono pieni i racconti di paese, che i nostri nonni ancora conoscono. I monachicchi lucani, gli scazzamurrieddhi pugliesi e i folletti sardi non erano molto diversi dai Pokemon: si trovavano ovunque nello spazio, si spostavano con il vento, potevi entrare in relazione con loro, potevano aiutarti o farti male. A volte amici e protettori, altre volte dispettosi e violenti, erano visibili, facevano parte della vita del paese, intorno a loro si costruivano racconti e leggende. Erano i daimones greci, su cui James Hillman ha riportato l’attenzione in Il codice dell’anima e che Philip Pullman ha ritratto in La bussola d’oro. Creature con cui siamo naturalmente in contatto, e da cui non possiamo essere separati. Se, come accade in La bussola d’oro, il bambino viene separato dal proprio daimon (che può essere qualunque genere di animale) perde qualcosa di sé. La sua realtà viene diminuita, la sua solitudine viene amplificata, ed è come se perdesse una parte di anima.

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Persino la nostra letteratura recente ne parla, se ne trovano chiarissimi riferimenti in Canne al Vento di Grazia Deledda e in Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, e nei saggi fondamentali di sociologia magica: Sud e Magia di Ernesto De Martino e Teoria generale della magia di Marcel Mauss.
In questo senso, Pokemon GO è un gioco di realtà aumentata perché intercetta il bisogno di recuperare le narrazioni magiche che abbiamo dimenticato, a cui la nostra società ha sottratto spazio. Permette di vedere altro oltre la realtà fisica, un bisogno che l’essere umano ha – e che potrebbe anche essere scientificamente sbagliato – ma che va nutrito.
Del resto, tutto ciò che ha a che fare con il mondo fantastico (libri fantasy, serie TV, giochi di ruolo) nasce da questo bisogno, dalla difficoltà della realtà di soddisfare il bisogno di invisibile.

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Pokemon GO invita a viaggiare tra il mondo reale e il mondo virtuale alla ricerca di animaletti inesistenti, intercettando così il nostro bisogno di viaggiare di nuovo tra il mondo reale e il mondo immaginale, e vedere davvero le creature fantastiche. Pokemon GO si sovrappone quindi al vero gioco dell’essere umani, un gioco senza tempo, gratuito, senza bisogno di schermi, a cui abbiamo perso la capacità di giocare: è ribattezzabile Daimon GO, come indichiamo nel video che segue.

E forse questo entusiasmo nei confronti di una applicazione per smartphone nasce dal disperato tentativo di recuperare quella capacità, e di ricreare un’atmosfera magica in un mondo che l’ha voluta cancellare. Pokemon GO si propone di farti viaggiare tra il reale e il virtuale, e tanti altri giochi di realtà aumentata lo faranno, perché sanno qual è il bisogno che non riesci a soddisfare: tornare a osservare davvero il reale per vedere qualcosa che si trova oltre, l’immaginale.

Appendice. Reincantare il mondo
Pokemon GO permette ai giocatori di riportare la magia nel mondo, allenandosi alla visione. Pokemon GO non è il campo di battaglia su cui si svolge il filo delle nostre vite, ma è una palestra per l’immaginazione, per ricominciare a cercare nel mondo i segni, le impronte degli dèi, le loro tracce e, quindi, gli dèi stessi, tracce della nostra esplorazione psichica collettiva.
D’altronde, i Pokemon non sono altro che una manifestazione della nostra esigenza spirituale: la sfera Pokè che contiene i Pokemon è la rappresentazione della religione dell’uomo, in grado di imbrigliare gli dèi e di costringerli ad ascoltare le nostre preghiere. E, come i Pokemon, anche gli dèi vanno cacciati, sedotti, catturati e allenati: Hillman citava Jung nel dire che gli dèi sono diventati malattie. Oggi, diciamo noi, gli dèi sono diventati Pokemon. È chiaramente uno straordinario atto di fede nell’invisibile lo spingersi in strada alla ricerca del proprio piccolo dio personale.

 

 

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