13 Feb

Lettera di una trentenne sul lavoro in Italia

di Maura Gancitano

Coetanei trentenni e giovani under 30,

continuo a domandarmi quale sia il nostro rapporto con il lavoro. Non mi pare che sia uguale a quello dei nostri genitori, men che meno a quello dei nostri nonni. I nostri nonni sono nati quasi tutti in una condizione di miseria o di stenti, e in poco tempo hanno vissuto un cambiamento straordinario. Per i primi 20-30 anni della loro vita non hanno avuto il frigo, la televisione, la lavatrice, a volte neppure l’acqua corrente, figuriamoci una macchina, il riscaldamento. A un certo punto, d’improvviso, hanno avuto tutto questo, hanno vissuto il lavoro – che aveva tempi più umani, ritmi sostenibili – come un’occasione di costante realizzazione di un progetto familiare. Molti sono emigrati, e nella maggior parte dei casi hanno trovato fortuna. Avevano una visione totalizzante del lavoro, erano identificati con la materialità, la concretezza, la tangibilità. Ancora oggi molti dei nostri nonni nascondono negli armadi riserve di cibo per un bisogno di sicurezza, in ricordo degli anni in cui non sapevano cosa sarebbe successo il giorno dopo. Read More

03 Feb

Io non penso positivo – Come esaudire i tuoi desideri?

La Prefazione INTEGRALE di Io Non Penso Positivo – Come esaudire davvero i tuoi desideri, edizioni Tlon!

Io non penso positivo!

 
Qual è il tuo desiderio più grande? Cosa sogni per il tuo futuro? Cosa vuoi essere, cosa vuoi fare? Immagina che tutto questo diventi realtà. Non sarebbe meraviglioso, appagante?
Cosa ti trattiene dal realizzare ciò che desideri? Cosa c’è in te che ti blocca?
 
Io non penso positivo è un libro che parla dei desideri e di come realizzarli. Deve le sue idee a un lavoro di ricerca ventennale nel campo della scienza motivazionale. Presenta un’idea unica e sorprendente: gli ostacoli che secondo noi ci impediscono di raggiungere i nostri desideri più grandi, in realtà possono accelerarne la concretizzazione.
Quando ci troviamo di fronte a qualcuno che vuole realizzare un sogno ben preciso, molti di noi reagiscono offrendo un consiglio semplicissimo: pensa positivo! Non soffermarti sugli ostacoli, ti butteresti solo giù di morale; sii ottimista, concentrati su ciò che vuoi ottenere; immagina un futuro felice che ti vede dinamico e impegnato; visualizza quanto appariresti più elegante dopo aver perso quei nove chili, quanto saresti più felice una volta portata a casa la promozione, quanto risulteresti più attraente agli occhi del tuo partner se smettessi di bere, quanto saresti più apprezzato dopo aver dato il via a quella nuova attività. Canalizza l’energia positiva, e tutti i sogni si realizzeranno prima che tu possa rendertene conto.
 
Ma raramente chi sogna ad occhi aperti si dà anche da fare. La mia ricerca ha confermato che se ci si limita a fantasticare sul proprio futuro si hanno meno probabilità di riuscire a realizzare sogni e desideri (esattamente come succede se ci si sofferma solo sugli ostacoli).

Sognare senza essere consapevoli della realtà dei fatti non basta, e le ragioni sono molteplici. E’ sì un atto piacevole che ci dà l’impressione di esaudire i desideri nella nostra mente, ma ci rende più deboli davanti alle sfide che incontriamo nella vita reale.

Esemplare di Editore (a destra) con libro (a sinistra)

Esiste un altro modo di immaginare il nostro futuro. Si tratta di un approccio più complesso che emerge dal lavoro che ho svolto nell’ambito della scienza motivazionale.
L’ho chiamato “metodo del contrasto mentale“.
Secondo questa tecnica, oltre a fantasticare dobbiamo mettere a fuoco le barriere e gli ostacoli personali che ci impediscono di realizzare i nostri sogni. Forse abbiamo paura che confrontando direttamente le nostre aspirazioni con la realtà, queste vengano represse – rendendoci ancora più bloccati, indolenti e immotivati. Ma non è così.
 
Quando facciamo ricorso al contrasto mentale, la nostra determinazione ad agire aumenta. E quando entriamo nel dettaglio delle azioni che intendiamo fare man mano che sorgono gli ostacoli, ci motiviamo ancora di più.
Nei miei studi ho potuto osservare come, applicando la tecnica del contrasto mentale, le persone abbiano rafforzato la loro determinazione a smettere di fumare, a perdere peso, a prendere voti più alti, ad avere relazioni più sane, a essere più efficaci nel lavoro, e via dicendo. In poche parole, aggiungendo un pizzico di realismo all’immagine mentale positiva del futuro, il contrasto mentale permette di diventare sognatori e individui che agiscono.

La ricerca scientifica che qui viene esposta suggerisce che fantasticare ingenuamente non è sempre un bene come si vuol far credere. Io non penso positivo indaga e documenta la forza di un compito all’apparenza semplice: mettere uno accanto all’altro i nostri sogni e gli ostacoli che ci impediscono di realizzarli. Nel corso del libro approfondisco i motivi per i quali questa strategia funziona, in particolar modo a livello della mente inconscia, e illustro il processo di pianificazione che la rende ancora più efficace.

Gabriele Oettingen

Negli ultimi due capitoli applico il metodo del contrasto mentale a tre ambiti del cambiamento personale: prendersi cura della propria salute, coltivare relazioni migliori, aumentare le proprie prestazioni a scuola e al lavoro – e fornisco dei consigli su come riuscire a introdurlo nella propria vita.
 
Nello specifico, presento una procedura di quattro passi basata sul contrasto mentale e chiamata woop. Si tratta di una tecnica facile da imparare, applicabile sia ai desideri immediati che a quelli a lungo termine, e la cui capacità di rendere più diretti e motivati è stata scientificamente provata.
Ho scritto questo libro per tutte quelle persone che sono bloccate e non sanno come uscire da questa situazione. Ma è rivolto anche a chi ha una vita che procede bene ma si chiede se non potrebbe andare meglio, a chi si trova davanti una sfida che in passato non è riuscito a superare o che semplicemente non sa come affrontare. Infine l’ho scritto per tutti noi, che abbiamo bisogno di qualcosa che ci stimoli a proseguire lungo il nostro percorso.

Sicuro sicuro?

 
Abbandonarsi alle fantasie che riguardano il futuro non aiuta. Nonostante nel breve termine possa risultare piacevole, in realtà non fa altro che svuotare il nostro impegno e condurci a esitare continuamente. Finiamo per impantanarci nell’indecisione, sull’orlo dell’apatia; tendiamo a sbandare impulsivamente da un’azione all’altra, spinti al di là delle nostre capacità, frementi di rabbia per la frustrazione, scivolando in un’infelicità che non comprendiamo. Ma, se oltre a vivere i sogni nella nostra mente ci radichiamo nelle realtà che siamo destinati ad affrontare, possiamo ricaricarci per prendere di petto la vita – ed entrare in sintonia con ciò che è più reale e duraturo.
Che tu sia infelice o alle prese con problemi seri, o che tu voglia solo scoprire, esplorare e ottimizzare possibilità e opportunità nascoste, questo libro renderà più forti le tue idee sulla motivazione umana e ti aiuterà a tracciare con coraggio un percorso davanti a te. Come molte delle persone che hanno preso parte ai miei studi, ti ritroverai più motivato a entrare in contatto con gli altri, a relazionarti con il mondo che ti circonda e ad agire.
 
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Editore Edizioni Tlön
Data pubblicazione Febbraio 2017
Formato Libro – Pag 248 – 12×19 cm

11 Gen

Anatomia dell’Hater – Perché odiamo così tanto?

Perché così tante persone passano così tanto tempo a esprimere il proprio odio per un personaggio più o meno noto? Perché esistono gli hater? Cosa ci spinge a fare dell’odio un vero e proprio mestiere non retribuito?

Uno studio condotto da Justin Hepler sul Journal of Personality and Social Psychology ha dimostrato che gli hater sono tendenzialmente più infelici degli altri. Tendono a essere meno soddisfatti di sé e quindi meno appagati dal mondo circostante. Chi si pone esclusivamente contro, ha evidenziato lo studio, è incapace di reagire alle novità ed è costretto a odiare tutto ciò che non rientra tra quanto conosce. Il suo passato è la griglia attraverso cui seleziona il futuro, e in questo modo tutto ciò che dal futuro eccede il passato, tutto quel che non rientra nella griglia del già conosciuto, va soppresso. Così, se il focus dell’individuo è su quel che non funziona, sarà molto più propenso a perdersi la bellezza di ciò che non rientra nella propria esperienza.

La capacità di odiare non è di per sé negativa: è piuttosto la dimostrazione dell’essere vivi, di avere energie, ma al contempo testimonia l’incapacità di dirigerle in maniera consapevole. Chi odia è più vivo di chi non prova emozioni, ma non sa ancora che farsene della vita. L’odio è, in questo senso, un amore ignorante.

Poco prima di morire, il filosofo danese Søren Kierkegaard ha scritto: «Mostrando di non rispettarmi, e avendo cura che io sappia che non mi rispettano, non fanno altro che denotare dipendenza da me. Mi mostrano rispetto proprio perché hanno il bisogno di farmi vedere che non mi rispettano».

Gli hater scelgono di esistere in funzione all’obiettivo del proprio odio molto più di quanto faccia il fan ordinario. Il fan è felice se il proprio oggetto di attenzione è felice e desidera che l’oggetto del proprio interesse sia realizzato. Richiede la sua attenzione così da poter veicolare il proprio bagaglio emotivo e gioisce per un’eventuale risposta (una stretta di mano, un mi piace, un selfie). Come il fan, anche l’hater richiede l’attenzione del personaggio: pretende che non dimentichi mai di essere odiato. L’hater ha a cuore l’infelicità dell’odiato, impiega il proprio tempo e disperde la propria felicità affinché l’altro diventi infelice. E la costanza è la caratteristica principale dell’hater. Costanza con cui, distruggendo, si autodistrugge.

Non si tratta semplicemente di invidia: è, come scrive Kierkegaard, una questione di dipendenza, di incapacità di bastare a sé stessi. Essere hater è una forma di religione in cui il funesto demiurgo, il dio cattivo e degno d’odio, è un personaggio dello spettacolo, dello sport, della cultura. L’hater è fondamentalmente uno gnostico disimpegnato la cui insoddisfazione è, di fondo, un’energia prodotta dalla consapevolezza di quanto il mondo non sia all’altezza delle proprie possibilità, e che sia doveroso renderlo migliore, più bello, più giusto. Questo pensiero, però, non diventa azione di miglioramento – né di sé né del mondo – ma fastidio, odio, critica sterile. Insomma: l’hater è potenzialmente un attore consapevole del cambiamento che sceglie di impedire al mondo di cambiare.

Molto vicine a quelle di Kirkegaard sono le parole di Kundera, infatti, quando dice che 

la trappola dell’odio

è che ci lega troppo strettamente

all’avversario.

di Andrea Colamedici

09 Gen

Perché ti stai prostituendo sui social

Per abolire la prostituzione bisognerebbe abolire gli uomini.
Maria Teresa d’Asburgo
Le puttane svolgono lo stesso lavoro dei preti ma molto più scrupolosamente.
Robert Anson Heinlein

Chiunque scriva post sui social network si sta prostituendo. Il termine è formato da pro, avanti”, e stituere, “porre”, e significa “esporre”, “mettere avanti”; implica l’avvilire, l’abbassare di livello non solo ciò che si dice ma soprattutto quel che si è. Nell’Antica Roma con questa parola non si indicava chi si prostituiva – chi decideva di offrire prestazioni sessuali dietro pagamento – ma la schiava che veniva prostituita, ossia esposta davanti alla bottega del padrone, messa in vendita di fianco alle altre merci.
La bacheca dei social è il corrispettivo della bottega del padrone, davanti alla quale si pone in vendita perennemente se stessi in quanto mercanzia.
E ogni post – che sia un’invettiva al governo, un selfie in bagno, un video ironico o dotto, questo stesso articolo se condiviso – è un atto di prostituzione più o meno consapevole. I social network sono i lenoni, papponi, che non minacciano né costringono alla prostituzione: semplicemente offrono una piazza virtuale dove esercitare la propria professione, mettendo in contatto richiesta e offerta; gli altri utenti – gli amici, i fan – sono i clienti, che pagano attraverso i like e i commenti, e che a loro volta sono in vendita.
Byung-Chul Han sostiene l’estinzione della coppia hegeliana servo-padrone nel momento in cui nella società di massa ognuno, da bravo imprenditore di sé, è contemporaneamente servo e padrone. Non c’è più un titolare esigente là fuori da combattere: ci si autocostringe all’iperproduzione.
Non siamo servi, soggetti allo sfruttamento di un padrone. Piuttosto, siamo insieme servi e padroni. I servi, infatti, devono accettare ogni lavoro: non sono liberi. Il neoliberalismo produce l’obbligo ad accettare ogni lavoro, perché non conosce il concetto della dignità umana. L’ha interamente sostituito con il prezzo.
Byung-Chul Han
Ancora oltre è visibile il collasso della coppia prostituta-cliente: tutti sono in vendita e tutti sono in acquisto.
Il processo che si sta delineando sempre più chiaramente consiste nella virtualizzazione del reale: non è più il profilo personale ad assomigliare al soggetto, ma è il soggetto a somigliare all’avatar social. Nella vita quotidiana si è costretti a somigliare a quel che si è diventati sui social, ci si deve adeguare alla narrazione del virtuale.
Ma c’è almeno un lato positivo in questo processo: è sempre più facile accorgersi che non si è. Con l’andare avanti di questa esposizione, prostituendo sempre più se stessi – esponendo in piazza, davanti alla bottega pensieri, progetti, sogni, desideri, segreti – diventa sempre più facile accorgersi che non si è niente: una volta detto tutto di se stessi, non resta più niente. E se tutto ciò che si è si può dire, allora non si è mai stati. Perché l’essenza di una persona è incomunicabile. E se ti accorgi di non essere niente, puoi finalmente provare ad essere qualcosa.