Alessandro Baricco – La scrittura è una tecnica artigianale

Intervista ad Alessandro Baricco di Anna Folli, pubblicata il 7 novembre 2011 per Grazia.

Perché ama così poco i giornalisti e le interviste?

«In realtà non è così. Ho addirittura sposato una giornalista e giornalisti sono molti dei miei amici. Adesso persino mio figlio dice che vuole fare il giornalista. Ma è vero che non amo parlare dei miei libri. Già dopo il mio primo romanzo, Castelli di rabbia, ho capito che ogni parola in più, rispetto a quelle scritte, era inutile. Anzi, se ci si lascia troppo andare – e noi scrittori tendiamo a farlo – si rischia di diventare logorroici e quindi nocivi. Ho sempre preferito mantenere il silenzio sul mio lavoro e questo è diventato nel tempo una specie di gioco che intriga i lettori. Credo che le storie siano una sorta di tappeto, dentro cui lo scrittore deve ricamare una figura. Bisogna averne il controllo totale e non è facile parlarne mantenendo vivi tutti i fili narrativi».

Ed è per questo che, anche adesso che è uscito, non vuole parlare del suo nuovo libro?
«Sì,  è così. La storia non l’ho raccontata a nessuno, perché penso che ogni libro debba seguire una sua strada e mi disturba che il lettore ci arrivi avendone già letto troppo. Posso dire però che Mr Gwyn è ambientato a Londra nei nostri giorni e che protagonista è uno scrittore, Jasper. Poi, però, entra anche un altro personaggio che, poco per volta, si appropria del libro. L’ho scritto con piacere, divertendomi. Dopo Emmaus, che è stato una specie di pugno nello stomaco, avevo bisogno di leggerezza e Mr Gwyn è un’opera di fantasia che avevo in mente da diversi anni. Non ha richiesto una particolare  documentazione, ma mi è piaciuto scrivere alcuni capitoli a Londra per carpire dalla città gli spazi, gli odori, la luce, le facce…».

Regista, attore teatrale, musicologo, fondatore di una celebre scuola di scrittura. Sembrerebbe che i panni dello scrittore le vadano stretti.
«All’inizio occuparmi di molte cose insieme era solo un modo per vivere e guadagnare. Non avevo figli e, dunque, disponevo di molto tempo. Facevo quello che mi proponevano. Poi ho potuto scegliere, ma a spingermi a fare tante cose diverse è stata la mia curiosità. Sono uno scrittore fortunato perché scrivo facilmente, ma patisco la solitudine e non riesco a chiudermi in una stanza a scrivere un libro dopo l’altro. Dopo due anni immerso in una storia, solo con il mio lavoro, ho bisogno di altro. Una volta il Premio Nobel Vargas Llosa mi ha raccontato che scrive ogni giorno con regolarità: di mattina alla sua scrivania, il pomeriggio in biblioteca. Io gli ho chiesto: “Non smetti nemmeno la domenica?”. E lui mi ha risposto: “Certo, la domenica scrivo solo articoli per i giornali”. Ecco, diciamo che io sono diverso».

Il tempo ha cambiato il suo modo di scrivere?
«Direi di no. Continuo ad alternare, secondo il mio stato d’animo, libri che cerco di fabbricare come macchine perfette ad altri in cui mi abbandono al piacere di scrivere, come è avvenuto per Mr Gwyn. In entrambi i casi, comunque, c’è una struttura molto lavorata perché mi piace costruire un libro poco per volta, come fosse un edificio. Questo non impedisce che in un romanzo io mantenga storie aperte, come in City, che rimane il mio preferito. Ma  non sempre i lettori apprezzano questa libertà, perché la trovano destabilizzante. Si è grati agli scrittori che ci consegnano un mondo ben definito, concluso».

La sua scuola di scrittura, la Holden di Torino, sta ottenendo un grande successo. Lei crede che sia davvero possibile insegnare a diventare scrittori?
«La Holden è una scuola di narrazione: la creatività è impossibile da insegnare. E, infatti, i libri scritti dai giovani autori usciti dalla nostra scuola non si assomigliano per niente. Il nostro obiettivo è dare degli strumenti,  formare dei giovani che sappiano narrare servendosi di tecniche diverse, di cui noi forniamo i principi fondamentali. La scrittura è una tecnica artigianale, esattamente come la cucina. E i cuochi, per imparare, frequentano le scuole. Da questo punto di vista, siamo sempre stati in grave ritardo rispetto agli Stati Uniti perché in Italia a insegnare a scrivere erano professori e studiosi. Alla Holden, invece, insegnano soltanto persone che vivono di questo lavoro. E io credo così tanto nella validità della formula, che tra un anno la Scuola Holden sarà grande sette volte quella di oggi: ci saranno nuove discipline e si potranno accogliere molti ragazzi in più».

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *