Il comandante dell’airbus è stato coraggioso o soltanto arrogante?

Cos’è l’eroismo, e cosa il coraggio?

di Andrea Colamedici

Su tutti i quotidiani nazionali, in riferimento all’aereo della GermanWings schiantatosi contro le montagne ha fatto grande scalpore l’atto “eroico e coraggioso” del comandante Patrick Sonderheimer che, «dopo aver cercato in ogni modo, con la forza della disperazione e anche con l’aiuto di un estintore, di sfondare la porta della cabina di pilotaggio ben sapendo che non sarebbe stato possibile perché quelle porte sono fatte apposta per resistere pure a questi tentativi, doveva decidere se tenere per sé e l’equipaggio la paura della morte in arrivo oppure se coinvolgere anche i 144 passeggeri». La scelta “eroica” del comandante è consistita nel tenere all’oscuro i passeggeri sulla fine immininente. Diffondere il tremendo comunicato «sarebbe servito solo a spargere la paura a tutti i passeggeri, anche a quelli che dormivano o a quelli più piccoli, che non erano ancora in grado di capire la tragedia».

Ecco denudata – in una sola vicenda – tutta l’enorme paura della morte della società occidentale. In altre parole: perché il comandante è un eroe? Perché tiene per sé il segreto della morte incombente. Perché è coraggioso? Perché è riuscito a celare l’approssimarsi dello schianto  fino all’ultimo istante. «Ha scelto di aiutare i passeggeri a morire nel modo più dolce consentito. Di colpo, senza avere il tempo di provare paura. Un istante guadagnato alla vita per ogni istante sottratto al terrore. L’ultima manovra, la più bella, del comandante Sonderheimer», scrive ad esempio Paolo Ricci Bitti sul Messaggero.

«Se non ci si può fare nulla, preferisco non saperlo». Questo è il pensiero comune attorno alla morte, dalle conseguenze ben più nefaste di quel che si creda. Questo atteggiamento, infatti, si applica tale e quale in ogni altro ambito della vita: nella politica, nella sanità, nell’educazione, nell’alimentazione. «Perché occuparmi di qualcosa troppo più grande di me? Preferisco non sapere». Di conseguenza, «è un eroe chi mi tiene all’oscuro della catastrofe in cui mi trovo».

Analizziamo meglio l’articolo uscito sul Messaggero: l’eroismo di Sonderheimer è consistito nel prendersi la responsabilità di aiutare i passeggeri a morire nel modo più dolce. Il punto – che sfugge a una prima riflessione, ma che è il nodo della questione – è che nessuno dei passeggeri aveva espresso il desiderio di morire dolcemente. Nessuno aveva esplicitato la propria volontà di non avere il tempo di provare paura. Leggendo l’enorme mole dei commenti all’evento, però, traspare terribile proprio questa possibilità: che tutti, potendo scegliere tra una morte nel sonno e una a occhi aperti, tra una morte inconsapevole e una consapevole, sceglierebbero la prima opzione. La supposta pillola blu, per dirla con i fratelli Wachowski.
Scrive Stanislav Grof in Psicologia del Futuro, che io e mia moglie abbiamo appena finito di tradurre (e che sta per uscire per Spazio Interiore):

«Il tibetano Bardo Thödol, l’egiziano Pert em hru, l’azteco Codex Borgia o l’europeo Ars moriendi: quando gli studiosi occidentali scoprirono gli antichi libri dei morti, questi furono considerati descrizioni fittizie del viaggio postumo dell’anima, invenzioni frutto del desiderio di chi era incapace d’accettare la triste realtà della morte».

Chi invece è davvero incapace di accettare la realtà della morte è proprio l’uomo occidentale. Prosegue infatti Grof:

«Gran parte del nostro incontro con la morte è sterilizzato da squadre di professionisti che ne mitigano l’impatto immediato. Nella sua estrema espressione, ciò include barbieri e parrucchieri post-mortem, sarti, truccatori esperti e chirurghi plastici che eseguono una grande varietà di aggiustamenti cosmetici sul cadavere prima che venga mostrato a parenti e amici. I media aiutano a creare più distanza dalla morte diluendola in statistiche vuote, riportando come dati di fatto le migliaia di vittime che muoiono in guerre, rivoluzioni e catastrofi naturali. I film e gli spettacoli televisivi banalizzano ulteriormente la morte speculando sulla violenza. Anestetizzano il pubblico moderno rispetto alla sua rilevanza emotiva, esponendolo a innumerevoli scene di morte, di assassinii e omicidi nel nome dell’intrattenimento».

Il filosofo non può – per nessuna ragione – perdersi l’istante della morte: «Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere», scrisse infatti James Hillman, straordinario psicologo americano, nella sua ultima lettera. Hillman era malato di un tumore alle ossa; aveva deciso, però, di eliminare la morfina pur di «analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto, oltre che nella sua essenza», come ha scritto Silvia Ronchey, sua grande amica. Ovviamente non tutti vorrebbero abbandonarsi al dolore. L’evoluzione della nostra medicina permette di alleviare pressoché ogni tipo di sofferenza, e quasi nessuno accetterebbe di soffrire pur di conoscere quel che accade attorno alla morte. Il punto però è sempre lo stesso: così come Hillman aveva scelto di soffrire, chi durante il travaglio sceglie di sottoporsi all’anestesia epidurale, per esempio, lo fa per non soffrire. Sono discutibili entrambe le possibilità, più o meno affini all’indole o alla consapevolezza di ciascuno. In entrambi i casi, però, qualcuno ha scelto di soffrire o non soffrire. E se ci fosse stato un Hillman su quell’aereo? Se gli fosse stato impedito, a causa dell’eroismo e del coraggio del comandante, di non vivere quegli istanti così importanti?

Concludiamo scegliendo alcune delle ultime parole di James Hillman:

«Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo […] Non mi piace definirla un’ars moriendi. È piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».

Quell’arte della prossimità che è stata negata ai 144 passeggeri.

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