Articolo pubblicato sulla rivista Sagarana n.33.

(…) Se è fatto sul serio, lo studio del potere presenta enormi pericoli. Ci poniamo mete sbagliate, perché nel frattempo sono state raggiunte e superate da un pezzo. Magnanimità e dignità inducono a perdonare là dove meno si dovrebbe. I potenti e coloro che vogliono divenirlo, in qualsiasi modo si travestano, si servono del mondo, e il mondo è per loro quel che si trovano davanti. Non gli resta tempo per mettere seriamente in dubbio qualcosa. Ciò che una volta ha prodotto delle masse deve servire a procurargli le masse che vogliono. Rovistano quindi la storia in cerca di ogni pascolo, e si affrettano a insediarsi ovunque esista ancora la possibilità di ingrassare. Antichi regni oppure Dio, guerra o pace, tutto gli si offre, ed essi scelgono ciò che possono maneggiare meglio. Non c’è nessuna vera differenza fra i potenti; questo appare improvvisamente chiaro quando le guerre durano già da un certo tempo e, per avere la vittoria, gli avversari devono rendersi simili fra loro. Il successo è tutto; e il successo è ovunque uguale. Soltanto una cosa è cambiata: il numero crescente degli uomini ha portato a masse crescenti. Ciò che si scarica in qualche parte della terra, si scarica ovunque; la distruzione non ha più confini. I potenti, invece, che continuano a porsi i loro vecchi scopi, vivono ancora nel loro vecchio mondo limitato. Sono loro i veri provinciali, i paesani del nostro tempo; nulla è più lontano dal mondo che il realismo dei ministri e dei ministeri: lo batte soltanto quello dei dittatori, che si ritengono ancora più realistici. Nella loro lotta contro le forme sclerotiche della fede, gli illuministi ne hanno lasciata intatta una, la più vaneggiante: la religione del potere. Rispetto a essa, si sono avuti due atteggiamenti: il primo, e più pericoloso a lungo andare, preferiva non parlare neppure del potere e continuare a esercitarlo tacitamente alla maniera tradizionale, traendo forza dagli esempi inesauribili e purtroppo immortali della storia. Il secondo atteggiamento, molto più aggressivo, cominciò col glorificarsi prima ancora di entrare in azione; si presentò apertamente come una religione, al posto delle agonizzanti religioni dell’amore, che schernì con violenza e malizia. Proclamò: Dio è potere, e chiunque lo ha è il suo profeta (…)

(…) Il trickster. In lui si incontrano l’effetto del comando e della metamorfosi, e da lui, come da nessun altro personaggio umano, si può ricavare l’essenza della libertà. Comincia come capo, impartisce comandi che vengono eseguiti. Ma spinge all’assurdo l’obbedienza della sua gente e così se ne libera. Si sbarazza di tutti, distrugge i costumi, l’obbedienza, il suo veicolo, i suoi mezzi magici, infine le sue armi, per liberarsi da loro, per rimanere assolutamente solo. Appena è solo può parlare a tutti gli esseri e a tutte le cose. Vuole isolarsi e mira alle proprie metamorfosi. Liberato dai suoi, va per la sua via. Ma non ha una via. Vaga senza meta e ha delle voglie. Si intrattiene con parti del suo corpo che godono di vita autonoma, il suo didietro e il suo membro. Taglia nella propria carne. Mangia le proprie interiora, non sa da dove provengano, gli piacciono. La sua mano destra litiga con la sinistra. Imita male ogni cosa, non sta mai al suo posto, pone domande assolutamente sbagliate, che non trovano risposta – o solo una risposta sviante. Adotta, non per nutrirli ma per nutrirsi, due bambini piccoli, e li cura in modo così sbagliato che quelli muoiono. Si traveste da donna, con falsi seni e falsa vulva, sposa il figlio di un capo e ha varie gravidanze. Non c’è inversione dei ruoli che non esibisca dinanzi a tutti. Quando ha fame, abbindola animali e uomini, ma viene anche abbindolato da loro, è tutto fuorché un eroe e un vincitore. Nel suo isolamento può succedergli tutto quel che riservano le possibilità della vita. Ma appunto per questo isolamento manca il suo scopo, la sua azione è assurda e particolarmente istruttiva. È il precursore del briccone, non vi è epoca né società che non potrebbero far nascere il loro briccone, e questo personaggio interesserà sempre la gente. Diverte tutti perché si serve del rovesciamento dei ruoli per chiarire tutto. Ma le sue esperienze devono restare sconnesse. Ogni sequenza interna, ogni connessione, darebbe ad esse un senso privandole così di ogni valore, che è nella loro libertà (…)

Agim Sulaj – The Dictator

(…) Il collezionista di elogi si arrabbia per il silenzio delle strade. Le percorre instancabilmente per costringerle all’elogio e si amareggia per la loro resistenza. I giornali, per lui, sono troppo quotidiani. Gli uomini poi li buttano via, anche con le sue fotografie. Gli basterebbe se ogni giorno si trovasse nel giornale qualcosa di nuovo su di lui? No! Eppure ha bisogno dei giornali: li ha letti finché non è riuscito ad apparirvi, ma vuole molto di più. Vuole soppiantare gli avvenimenti di importanza mondiale. Vuole che ci si occupi di lui, non di terremoti e guerre. Trova completamente assurdo occuparsi della luna. Se la prende con la luna perché se ne parla tanto. Il collezionista di elogi riempie una casa con il suo nome. Ogni più piccolo, ma anche ogni più grande pezzo di carta su cui compare il suo nome, viene conservato. Qualche volta traversa tutta la casa, leggendo continuamente gli stessi pezzi, sebbene siano già vecchi. Ma preferisce roba nuova. Aspetta espressioni e frasi nuove, che ancora non ha mai udito, un’intera lingua dell’elogio, inventata soltanto per lui. Consente, a volte, che si elogino, insieme a lui, dei morti, si va a prendere la loro benedizione. Il collezionista di elogi sarebbe pronto a infliggere la pena di morte per ogni offesa o anche per ogni semplice critica. Non è disumano, non lamenta la soppressione della pena capitale, bisognerebbe reintrodurla soltanto in certi casi particolari, cioè quando le critiche riguardano lui. Il collezionista di elogi non si disfa mai di nessun elogio, ha sempre posto, anche per ciò che è stato già detto due volte, tre volte, quattro volte. Diventa sempre più grasso, ma lo porta volentieri. Trova sempre donne che lo amano per questo grasso. Leccano i suoi elogi e sperano di staccarne qualche pezzetto per sé (…)

(Brani tratti dal libro La provincia dell’uomo di Elias Canetti, Adelphi Edizioni, Milano 2006. Traduzione di Furio Jesi.)

 

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