• Perché sopravvaluti il tuo passato

    L’uomo del presente tratta il proprio passato come se fosse un futuro: lo aspetta, lo immagina, lo costruisce e lo rende oggetto di indagine e speranza. Ha se stesso come unico fine, ed esplora il passato dell’umanità o della propria comunità per cercare conferma nella storia, nella filologia o nella mitologia. È sempre immerso nel proprio passato personale, in quella manciata di decenni in cui non è successo niente di interessante. E se il Novecento è stato il secolo del passato remoto, il nostro è invece il tempo del passato prossimo: siamo ossessionati dai nostri ricordi, dai traumi infantili, dai vecchi amori, dall’esperienza scolastica, da genitori troppo presenti o troppo assenti. Tutto deve parlare di noi e deve raccontare quella nostra storia che a ben vedere non è poi così importante.

    Sono nate per soddisfare questa fame di passato personale varie tecniche e terapie, il cui scopo consiste nel far rivivere un’esperienza – quasi sempre dolorosa – che permetta una liberazione emotiva e un ripristino del benessere. Uno scavo sistematico in quelle tre o quattro disperazioni tipiche e giù pianti, urla e sofferenze che culminano nell’abbraccio finale, nella magia del gruppo riunito, nel perdono, nella quiete. Salvo poi…

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    Salvo poi ricominciare a stare male, e accorgersi che non si era del tutto ristabilito il paventato legame sacro con se stessi, con le proprie radici o con i propri avi. E così di nuovo ci si tuffa in un’ipnosi, in una costellazione familiare, in una tecnica che permetta il riaffiorare del proprio passato e che inietti l’ennesima dose di dolore quotidiano. È un modo sottile e triste di far sparire il presente, che viene sommerso dall’avanzata costante di uno ieri affamato di domani. È la via che conduce alla sparizione della Vocazione, all’eliminazione di quella chiamata di cui tutti abbiamo paura: «scusami, me stesso del futuro, non posso raggiungerti: sono troppo impegnato ad aspettare il me stesso del passato», affermiamo con un dispiacere che dà molta soddisfazione. E così, nella linea temporale personale, sparisce il tanto discusso ora, sparisce la vita e restano soltanto il ricordo e la speranza. In questo modo la ricerca compulsiva delle vite passate, invece che favorire, impedisce la scoperta della vita presente, e lo scavo ossessivo nei ricordi blocca la nascita dell’avvenire.

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    “Passato” e “futuro” hanno bisogno di “presente”: il passato è per natura il passato di qualcosa, e così anche il futuro necessita di un momento di cui essere il futuro. Lasciando esondare così spesso il passato personale, il nostro presente sparisce e noi con lui. Usiamo la Storia per conoscere la nostra misera storia, e ci sentiamo ricchi in proporzione a quanto dolore e piacere abbiamo saputo accumulare. È molto più affascinante, invece, fare della Storia la propria storia, e del Futuro il proprio futuro. Uscire dalle gabbie dei ricordi personali per accogliere il Ricordo del Mondo. Il proprio passato non va eliminato ma rivalutato: può diventare la chiave per comprendere le origini del tempo e così intravederne il futuro, imparando l’arte del mettersi da parte e di non darsi troppa importanza.

    Andrea Colamedici

  • Perché è fondamentale amare la morte

    Due cose belle ha il mondo:
    amore e morte,
    scriveva Giacomo Leopardi in Consalvo.
    E in una lettera del 1833 a Fanny Targioni Tozzetti, che amò senza mai venire ricambiato, aggiungeva che “l’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere desiderate”. E così ci si affretta a bollare Leopardi come un nichilista disperato, pieno di disprezzo e vuoto di gioia di vivere, e si accusa una volta la gobba e un’altra la sfiga per questa orribile tanatofilia.

    Ma Leopardi amava la morte e moriva d’amore, ed è nella compenetrazione tra questi due opposti che è possibile comprenderne la straordinarietà del pensiero, prossimo a quello dei grandi tragici greci. Possiamo leggere la storia umana come un graduale tentativo di rimuovere la potenza della morte, il cui effetto collaterale è consistito nel rimuovere il potere dell’amore. Perché un amore che esclude la morte è ignoranza, e una morte che prescinde dall’amore è follia.

    V0017612 Life and death. Oil painting. Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Life and death. Oil painting. Oil Published: - Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

    Desiderare la morte mentre si desidera l’amore non significa voler morire: è piuttosto lo scoprirsi in grado di amare e di morire davvero. Così facendo ci si riconosce capaci di un amore più profondo, più potente e vero e, da nemica, la morte diventa sorella. Come ha scritto Philip K. Dick nella Trilogia di Valis, «È sorprendente il potere della morte umana di far rinsavire. Ha più peso di ogni parola, di ogni argomento: è la forza ultima. Si impossessa della tua attenzione e del tuo tempo. E ti lascia cambiato».

    Nel canto Amore e Morte, Leopardi indica come accogliere la “bella Morte, pietosa” il giorno in cui questa deciderà di portare il poeta con sé:

    Me certo troverai, qual si sia l’ora
    Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
    erta la fronte, armato,
    e renitente al fato.

    Leopardi desidera la morte ma non per questo le si abbandonerà senza lottare. Anzi, quando arriverà lui opporrà resistenza al fato e vivrà il più possibile, perché il modo più grande di onorare l’amore e la morte è lo stesso: vivere, profondamente ed eroicamente, ogni istante di questa straordinaria e unica esistenza.

    Andrea Colamedici

  • Ritualizzare ogni passaggio della vita

    di Maura Gancitano

    girlNegli ultimi duecento anni, con la nascita della società di massa, abbiamo assistito a fenomeni mai avvenuti prima nella società occidentale: ci siamo concentrati nelle città, abbandonando in gran parte le campagne, abbiamo avuto condizioni igieniche migliori, alfabetizzazione, diritti individuali. Ci siamo liberati da varie forme di superstizione e di ignoranza, siamo stati sottoposti a profilassi preventive, malattie un tempo fatali sono diventate disturbi facilmente guaribili.

    Per avere tutto questo abbiamo dovuto pagare un prezzo, cioè rinunciare progressivamente alla ritualità della vita e al senso di protezione di una comunità. I riti sono stati sostituiti dalla prassi, dal know-how, dai metodi. Molta dell’insoddisfazione che proviamo oggi, molto del bisogno di relazioni autentiche e di spiritualità vengono da questo inaridimento. Sentiamo la mancanza di qualcosa e un senso di nostalgia, come se si trattasse di qualcosa che abbiamo abbandonato, che nel passato c’era e adesso non c’è più.

    Viviamo in una società in cui possiamo esprimere il nostro orientamento sessuale, i nostri desideri e le scelte di vita molto più serenamente rispetto a qualche decennio fa, eppure sentiamo questa insoddisfazione, il bisogno di riappropriarci di momenti di passaggio, di una dimensione magica e misterica della vita. Ecco perché siamo così attratti dall’Oriente, dal Sudamerica, da tutte le narrazioni che parlano di mondi fantastici e misteriosi. Ci restituiscono un’atmosfera di cui abbiamo bisogno e che non troviamo nel mondo ordinario.

    Questa mancanza è propria soprattutto delle donne, che tradizionalmente sono state abituate a riunirsi, vivere insieme il parto, il ciclo mestruale, il puerperio, la crescita dei figli, a raccontarsi, ad aprirsi le une alle altre. Oggi è difficile trovare questi spazi, momenti di lentezza e di distensione in cui perde importanza lo scorrere del tempo, in cui non si devono incastrare mille appuntamenti in una giornata, in cui c’è spazio a sufficienza.

    Ecco perché un romanzo come La tenda rossa di Anita Diamant, bestseller oggi fuori catalogo in Italia, è stato in grado di dare avvio in tutto il mondo alla nascita di migliaia di tende rosse, cioè di spazi riservati alle donne in cui riunirsi e raccontarsi. Quando un romanzo crea qualcosa nella realtà significa che ha dato voce a un bisogno essenziale. Un romanzo in cui le donne partoriscono insieme, soffrono e urlano insieme, gioiscono insieme non può non commuovere quelle donne che oggi vengono lasciate sole per ore in sala travaglio a vivere un dolore che non conoscono e non sanno gestire, che dopo il parto tornano a casa e il più delle volte passano i primi mesi di maternità da sole, senza spazio per esprimersi, senza qualcuno a cui raccontarsi, che si prenda cura di loro.

    Ecco perché continuo a ricevere messaggi per via di un video che ho pubblicato su YouTube un anno fa: Imparare a proteggersi. Ecco perché continuo a ricevere messaggi da chi legge Malefica, perché ogni donna che partecipa ai miei seminari confessa come prima cosa di essere tremendamente arrabbiata. Perché forse anche la rabbia femminile nasce dalla profanazione dei nostri momenti rituali. La ritualità della vita non ha a che fare con i riti e le cerimonie, ma con la narrazione. Ha a che fare con la relazione, con il sentirsi ascoltati da un altro, protetti da una comunità.

    Perché un conto sono ignoranza e superstizione, che le innovazioni tecnologiche e le conquiste sociali e politiche hanno giustamente spazzato via, un altro il bisogno di narrazione, il bisogno di sentire che la propria vita ha un senso, che è piena di significato. La sottrazione progressiva di momenti sacri, in altre parole, ha spazzato via anche il bambino con l’acqua sporca, e non è un caso che la narrativa fantastica sia nata proprio nel periodo in cui si stava perdendo il contatto con la dimensione pienamente comunitaria della vita nel mondo occidentale.